Do you know Rosa-Rosae-Rosae?

Do you know anyone in New York?
Yes.
Who?
Yes.

(tratto da The Terminal, 2004)

Inglese, Comunicazione, The Terminal, Tom Hanks, Scuola, Milano,

Due anni fa, nel mio post intitolato Babele (qui potete rileggerlo), proponevo una riflessione sulle capacità linguistiche di noi italiani e sulle positive iniziative del Politecnico di Milano e di Torino di attivare corsi esclusivamente in inglese. Iniziative che avevano scatenato le solite polemiche conservatrici, puntualmente ritornate a galla nelle scorse settimane, in risposta alla decisione presa dalla prof.ssa Amanda Ferrario, Preside del Liceo Classico Tito Livio di Milano, di creare delle classi che seguiranno le lezioni solo in inglese, fin dalla Quarta Ginnasio. Il progetto è stato strutturato bene: lo Shenker fornirà (per i primi due anni gratuitamente) dei corsi intensivi ai docenti, consentendo loro di accrescere la dimestichezza con una lingua che non gli è propria. Le obiezioni sono insensate:

  1. i nostri ragazzi non conoscono l’italiano, figuriamoci l’inglese;
  2. la difficoltà del latino e del greco sarebbe accresciuta dalla scarsa conoscenza della lingua di studio e di supporto;
  3. il lavoro degli insegnanti diventerebbe ancora più complesso, senza considerare il fatto che dovranno spendere molte ore in corsi di inglese fuori orario lavorativo (in questa affermazione, sento odore di sindacato…).

Obiezioni a mio parere vuote:

  1. non è compito del liceo o in generale della scuola secondaria insegnare la lingua italiana, che rimane un compito fondamentale della scuola primaria. Che poi ne sia capace, se ne può discutere.
  2. Rosa – Rosae – Rosae non cambia in inglese, fidatevi.
  3. la Preside ha spiegato che c’è assoluta volontarietà, nell’ambito di una proposta a cui gli insegnanti possono o meno aderire. Inoltre, la possibilità di frequentare i corsi intensivi è stata accolta molto positivamente, perchè molti ritengono importante approfondire la personale conoscenza linguistica. Il sindacato può dunque rasserenarsi, nessun insegnante è stato maltrattato.

L’unica obiezione che può avere un fondamento è legata al rischio di creare delle differenziazioni all’interno della scuola, in quanto le classi “inglesi” potrebbero non riuscire a stare al passo con i programmi a causa delle iniziali difficoltà linguistiche. Ecco perché nella prima fase avrei coinvolto insegnanti madrelingua, mantenendo la possibilità per gli attuali insegnanti di frequentare i corsi di lingua e organizzando anche degli scambi con scuole inglesi, dove poter assistere alle lezioni e apprendere i metodi di insegnamento. In questo modo, si potrebbero aprire in un secondo momento delle collaborazioni con scuole estere, creando programmi di scambio strutturali sia per i studenti, sia per il corpo docente.

L’iniziativa della prof.ssa Ferrario è una bella innovazione per la scuola ed è un’opportunità che gli studenti dovranno cercare di sfruttare, perché il mondo procede a una velocità doppia rispetto alla nostra e occorre esserci dentro. Alberto Forchielli, presidente di Osservatorio Asia e profondo conoscitore delle dinamiche lavorative internazionali, in un’intervista su Radio24, alla domanda: “Che profili sono ricercati maggiormente in questo periodo?” ha risposto: “Prima di tutto persone che conoscano bene l’inglese. Non serve essere degli ottimi matematici, ingegneri o fisici se non si ha padronanza della lingua con cui occorre comunicare all’estero”.

E voi, che rapporto avete con le lingue straniere? E cosa ne pensate del percorso intrapreso dal Tito Livio di Milano?


 

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23 thoughts on “Do you know Rosa-Rosae-Rosae?

    1. Ciao adp, è vero: per una volta, però, preferisco vedere il lato positivo della cosa. Anche perchè si sta comunque provvedendo con corsi presso una delle migliori scuole di formazione linguistica e quindi, a fronte di un inizio che sarà sicuramente stentato, poco alla volta il flusso di conoscenza migliorerà per tutti, studenti e docenti.
      Quello che mi fa rabbia è leggere o ascoltare sempre ciò che non va bene, invece di evidenziare che iniziative del genere daranno benefici nel lungo termine. Queste sono iniziative che guardano al futuro, per cui vanno supportate!

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  1. Io che sono fan dello studio delle lingue straniere, come potrei non essere d’accordo con l’iniziativa?! Purtroppo devo un po’ dare ragione a adp per quanto riguarda la serietà dei corsi di lingua: nel mio percorso scolastico ho visto tanti insegnanti di inglese ma l’unica che ricordo come fondamentale è stata una prof delle scuole medie che era una fissata della pronuncia. Poi, il vuoto. In ogni caso, è un problema che si potrebbe ovviare, voglio pensare che al giorno d’oggi sia più facile per gli insegnanti di lingue perfezionarsi e dare un buon livello agli studenti.

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    1. Ciao Giulia, io per natura sono sempre stato dell’idea che intanto cominciamo e poi puntiamo a migliorare. Il Kaizen giapponese indirizza verso il miglioramento continuo, perchè la perfezione non si può raggiungere. Dell’iniziativa credo sia positiva anche la volontà da parte degli insegnanti di studiare ed approfondire la lingua. Certo, insegnare Dante e Omero in inglese non sarà facile, ma per chi riuscirà a vedere i risultati sarà davvero una grande soddisfazione.

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  2. Premetto che forse sarò diretto, ma sulla cultura non voglio scendere a compromessi.
    Non è compito dei licei insegnare la lingua italiana ? Squalifichiamo i licei a rango, con tutto il rispetto, di istituto professionale ? Ma come si fa a pensare che fermandosi alla scuola secondaria uno sappia come scrivere e pensare decentemente ed in modo strutturato ? A meno che non ci si voglia fermare ad accontentarsi del nulla di quei terribili e cosiddetti libri di Fabio Volo o di qualsiasi altro nullafacente che oggigiorno, non sapendo che fare, si inventa scribacchino producendo tonnellate di olezzante spazzatura (stinking trash, va meglio ?) . O di quei curricula che càpitano sui tavoli delle aziende per cui lavoriamo e che la dicono tutta sul livello di gran parte dei candidati.
    E’ anche come dire che basterebbe saper risolvere un’ espressione per conoscere già la matematica (le mie amate equazioni differenziali si fanno a partire dal liceo) o che uno sappia di astronomia non appena venga a sapere che i pianeti girano attorno al sole.
    Va benissimo ed è assolutamente necessario imparare come dio comanda una o, meglio, più lingue straniere (che in ogni caso non si imparerebbero mai come fossero la lingua madre) e va benissimo anche per corsi tenuti da insegnanti di madrelingua inglese, ma annientare la nostra cultura, le nostre arti (scrivere bene lo è) e la nostra storia, cancellando pian piano il nostro idioma – perché questo sarebbe il risultato a medio lungo termine fermandosi ai programmi di terza media – mi pare un estremismo devastante. Paesi avanzatissimi rispetto al nostro in campo tecnologico ed economico, come ad esempio la Germania, sono strenui difensori della loro lingua, perché attaccata ad essa ci sta tutta la loro cultura, il loro pensiero e la loro storia. E non è certo un caso che questi Paesi siano oggigiorno più avanzati di noi. La Cultura va ben al di là del sapere bene l’ inglese e la Cultura fa sempre la differenza.

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    1. Ciao Toni, innanzitutto benvenuto nel blog! Sono molto contento che tu sia stato diretto e mi piace che ci sia ancora qualcuno che difenda la cultura.
      Tengo a precisare ciò che ho detto relativamente al punto 1). Quando dico che non è compito dei licei, non è per limitare la loro sfera di competenza. Al Liceo (io ho fatto il classico) io non ho imparato a parlare l’italiano, a costruire le frasi, a realizzare i temi. Ho affinato una tecnica, ma le caratteristiche di base devono arrivare dalla scuola primaria. Io ho avuto la fortuna di avere ancora la maestra singola, che mi ha insegnato tantissimo e ho avuto anche dei buoni insegnanti alle medie. Al Liceo, ci si concentra soprattutto sulla Letteratura e questo contribuisce alla crescita culturale dell’individuo. La mia aspettativa, dunque, sarebbe quella che gli studenti sapessero parlare e scrivere bene già alla fine della scuola primaria. Spero di aver chiarito il punto e mi scuso se non sono stato troppo chiaro nel post.
      Dunque, assolutamente non voglio cancellare la nostra lingua. Una cosa non deve però escludere l’altra. Non sono evidentemente entrato nel merito dell’organizzazione scolastica e dei programmi specifici, ma pare scontato assumere che gli studenti del Tito Livio continueranno a studiare Italiano, Storia e Geografia e continueranno a svolgere temi in italiano, come anche in inglese.
      Grazie del tuo intervento!

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  3. Ciao Stefano, per esperienza personale visto che ho frequentato una scuola privata dove fin dalle elementari si dava importanza alle lingue devo applaudire all’iniziativa del Tito Livio.

    Ammetto che gli insegnanti madrelingua sono tutta un’altra cosa poiché ti possono insegnare tutte quelle espressioni idiomatiche che fanno la differenza.

    Tipo: I’m choc block full or what ‘s the crack? And so on.

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              1. A dire il vero io in Italia mi ci trovo benissimo.

                Utilizzo spesso l’inglese per aggiornarmi o per parlare con i miei parenti che vivono in Nigeria. E da ultimo, nel 2009 mi sono trasferito da Milano, città in cui sono nato ed ho vissuto fino a quell’anno, al Lago di Garda.

                Ed i traslochi, come ben sai, sono sempre lunghi da assorbire.

                Ovviamente, nel corso della mia vita ho fatto dei brevi soggiorni all’estero.

                I paesi in cui ho vissuto più a lungo sono stati la Spagna e la Croazia. Entrambi mi sono rimasti nel cuore, ma se dovessi scegliere dove vivere al di fuori dell’Italia il primo sarebbe il mio paese ideale.

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                1. Indubbiamente il Lago di Garda ha un suo fascino. Interessante, in questo blog normalmente transitano persone che dell’Italia dicono peste e corna. Io stesso sono contento di vivere in Italia, dipende come sempre da ciò che uno ha e da ciò che uno cerca. Certamente per un italiano che sta vivendo una difficile situazione, soprattutto a livello lavorativo, l’alternativa è emigrare, anche controvoglia.
                  Ad ogni modo, vivere un periodo all’estero è formativo, indipendentemente dall’aspetto linguistico. E’soprattutto l’apertura mentale a beneficiarne.

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                  1. Sì. A me ha fatto molto bene. Ho scoperto realtà con cui non avrei mai potuto entrare in contatto se fossi rimasto sempre in Italia.

                    Ad esempio, l’aver vissuto per qualche tempo in Croazia con persone che avevano subito sulla loro pelle le conseguenze delle guerre balcaniche mi ha aperto nuovi orizzonti.

                    Comunque, fuggire dall’Italia senza un piano preciso è molto rischioso. Anche nei paesi con un’economia fiorente non è che attendano lo straniero a braccia aperte.

                    A volte, ti tocca tornare indietro con la coda tra le gambe e questo fa aumentare il senso di frustrazione che già pervadeva l’emigrante.

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                    1. Vero, ma questa crisi economica ha messo alcune persone di fronte ad un’unica alternativa: andarsene. Anche e soprattutto senza un piano. Se non va bene, almeno ci sarà la consolazione di averci provato. Nella speranza che le cose possano solamente migliorare.
                      Grazie del tuo contributo.

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                    2. Hai ragione! Molte persone sono così disperate che possono solo fuggire dal loro Paese in cerca di un futuro migliore.

                      Per questo motivo nel mio piccolo cerco di darmi da fare per creare le condizioni affinché vi siano nuove opportunità per chi ha voglia di cambiare ed impegnarsi.

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  4. Non vorrei demolire l’iniziativa, ma studiare inglese a 30+ anni (ipotizzando insegnanti giovani) vivendo in Italia non permette di arrivare al punto di insegnare in inglese dopo due anni, e ritengo faccia più danni un insegnamento errato che l’assenza di insegnamento. Io ho sempre avuto insegnanti di inglese italiane e a volte la pronuncia era davvero terribile; purtroppo ho imparato tutto come una spugna ;-( Meglio far fare i corsi di inglese con i madrelingua agli studenti. Il vocabolario verrà da sé, quello che conta sono le basi e la pronuncia.

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    1. Ciao Isa, concordo sul fatto che gli insegnanti non siano la scelta ottimale, proprio per questo la mia scelta ottimale sarebbe quella di uno scambio con insegnanti madrelingua.
      Tuttavia apprezzo l’orientamento al futuro di questa Preside: tutto è perfettibile, ma almeno ci prova. Quindi per me sale sul podio.
      Grazie!

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  5. Ciao Stefano, sei andato su un argomento alquanto scivoloso.
    Anni fa, soprattutto riguardo l’iniziativa dei politecnici ero alquanto dubbioso, un pò per i motivi che elenca Damascelli in alto.
    Ho cambiato idea da quando sono tornato in Italia. Studiare l’inglese bene, sin da giovanissimi è diventato importante se non indispensabile, così come conoscere la cultura del proprio paese. Secondo me non si tratta di sottrarre una cosa a dispetto di un’altra, ma semplicemente mettersi l’anima in pace tutti, e dover dedicare ore in più a settimana allo studio dell’inglese, a scuola o a casa, in facoltà o chissà dove per imparare bene la lingua vettore non solo della scienza e della tecnica (come lo è diventata dagli anni 70) ma anche e soprattutto la lingua di connessione nella società globale di quasi tutto quello che ci circonda. Si tratta di restare italiani, ma avendo la mente aperta al mondo.
    Chiudersi a questa visione, significa far sprofondare l’Italia ad un medioevo molto simile a quello a cui Franco condannò la Spagna in pieno XX sec.
    Appoggio anch’io oggi l’iniziativa della scuola che citi, così come quella a suo tempo dei politecnici, capaci tra l’altro con quella scelta di attirare anche studenti stranieri. Un pizzico di modernità che spero venga preso ad esempio. Che poi gli accenti non sia il british, london style, anche per me l’importante è partire (e poi ho vissuto in Canada due anni… avevo l’accento italian style.. ciò nonostante, lavorando in una università, e non facendo il muratore, ho portato a casa comunque sempre lo stipendio, e posso assicurare che l’80% dei canadesi anglofoni non hanno di certo l’accento di Tony Blair, e la sintassi di Samuel Taylor Coleridge…. anzi…. quando ti trovi di fronte il medico canadese di origine iraniana piuttosto che pakistana, piuttosto che scozzese (si ho scritto proprio scozzese), bisogna anche darsi da fare e capire i tanti accenti dell’inglese che si parla in una società multirazziale e globale quale il Canada o incontrare come mi succede quasi quotidianamente, colleghi indiani o cinesi, fornitori olandesi, tedeschi o francesi, il cui accento non ha nulla a che fare con quello della Regina, eppure di sforzarsi a capirli, rispettandoli nei loro accenti e dandosi da fare, così come loro, sono sicuro fanno con me e con altri colleghi italiani, brasiliani o messicani.

    Vado off-topic. L’italiano è la quarta lingua più studiata al mondo. Considerando che l’italiano si parla solo in Italia, mi sembra alquanto evidente che la stragrande maggioranza di chi lo studia lo fa per la passione verso la nostra cultura.

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    1. Caro Pietro, grazie della tua analisi, come sempre preparata e fondata.
      Ribadisco quello che ho giá detto nel mio intervento in risposta a Toni: lungi da me il pensiero di ridurre o cancellare la nostra cultura. Quella è la base per il nostro futuro. Si tratta semplicemente di “vestirla” con abiti più moderni, cioè con una lingua che non è la nostra. Ma senza abbandonare l’italiano!
      Resto convinto che la nostra lingua debba essere studiata e approfondita fortemente negli anni della scuola primaria: la scuola secondaria deve invece rappresentare un periodo di studio, quello vero, che arricchisca la crescita culturale di ogni studente e cominci a prepararlo al suo ingresso nel mondo reale. E oggi il mondo reale parla inglese.

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