Babele

Torre di Babele
Siamo figli di Tonino Accolla. Per intenderci, la voce di Homer Simpson. Ragionavo proprio in questi giorni sulla pruriginosa orticaria che noi italiani abbiamo per le lingue straniere: siamo in effetti uno dei pochi paesi europei dove è molto difficile avere canali che propongano programmi o film in inglese; non solo, la tradizione italiana del doppiaggio è così radicata e ben considerata da far pensare che trasmettere i film in lingua originale con i sottotitoli in italiano sarebbe un attentato ai livelli occupazionali del Bel Paese. Certo, alcuni personaggi che hanno fatto la storia del cinema sono indissolubilmente legati alla propria voce: Rocky Balboa o Michael Corleone non sarebbero gli stessi senza la voce di Ferruccio Amendola, lo stesso Tonino Accolla ormai ha la pelle gialla dello sgangherato abitante di Springfield. 
Ho fatto questa riflessione dopo aver letto un paio di articoli sulla decisione portata avanti sia dal Politecnico di Milano sia da quello di Torino di “imporre” la lingua inglese come lingua unica per i corsi della Laurea Magistrale, a partire dal 2014: progetto stoppato poco più di un mese fa dal TAR della Lombardia, che ha addirittura scomodato il concetto di anticostituzionalità (qui l’articolo completo). Il buon Severgnini, sulle pagine del Corriere di un anno fa (qui il post completo), esprimeva il suo elogio alla scelta fatta dagli Atenei, evidenziando alcuni indubbi benefici. A distanza di un anno, con scenari completamente mutati, torna sull’argomento rispondendo ad un ricercatore di Milano che esprime la sua contrarietà ad un cambiamento così forte (qui il botta e risposta). 
Alcune mie considerazioni: 
  • l’eccellenza dell’insegnamento non si valuta sulla capacità o meno di parlare una lingua, ma sui contenuti. Tuttavia, sono d’accordo che la lingua inglese permetterebbe alle università di attrarre molti più studenti dall’estero e questo, come conseguenza, sarebbe un enorme beneficio, oltre che per l’economia italiana, anche per gli studenti italiani stessi, che potrebbero praticare la lingua con i compagni di corso stranieri;
  • il ricercatore, chiedendosi se debba insegnare fisica o inglese, evidenzia una flessibilità degna di un asse di legno: l’obiettivo è di preparare gli studenti al mondo del lavoro e considerando l’attuale situazione economica italiana è meglio costruire fin da subito giovani intraprendenti che sappiano confrontarsi con colleghi di tutte le nazionalità. 
  • al punto precedente, si collega il vero quesito: i docenti italiani sarebbero in grado di insegnare in inglese? Credo che i cosiddetti baroni avrebbero molte difficoltà: normalmente i loro corsi fanno riferimento a testi scritti da loro stessi, che riportano nella bibliografia riferimenti ad altri libri, da consultare qualora si volesse approfondire (“ma il mio libro è più che sufficiente”: quante volte l’ho sentito dire?). Attivare i corsi in lingua consentirebbe di attrarre anche professori provenienti dall’estero, non solo studenti e questo indubbiamente permetterebbe di creare con gli atenei esteri vere sinergie, più profonde e performanti rispetto a quelle esistenti ora per i progetti Erasmus. E forse, creerebbe anche un po’di competizione professionale nel corpo docenti, spingendo davvero ad un miglioramento continuo del livello educativo (i fogli di valutazione valgono meno di zero, mentre la percentuale di iscritti in un corso piuttosto che in quello di un altro docente è immediatamente indicativo).
In futuro vedremo se vorremo continuare a frequentare la torre di Babele oppure sentirci protagonisti attivi della comunità europea e mondiale. Con buona pace del grande Tonino Accolla.
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3 thoughts on “Babele

  1. Il problema della nostra avversita' per le altre lingue e' un problema enorme. Personalmente dopo anni negli USA non riesco piu' a guardare un film doppiato senza ridere. La fantomatica scuola di doppiaggio italiano e' a mio parere una bufala – il doppiaggio era buono, ma si perde almeno il 50% del film.
    Detto questo riusciamo da un problema a trovare una soluzione pietosa.
    Se il ricercatore non e' incentivato ad andare all'estero, passare periodi all'estero (non penso a 2 mesi come contentino…dico almeno 2 mesi all'anno, collaborazioni)….non sara' capace di insegnare in Inglese. E quindi ha ragione il ricercatore che il prodotto offerto (insegnamento tecnico) ne perde.
    Invita ricercatori dall'estero ad insegnare e passare periodi in Italia al PoliTo and PoliMi….e vedi che le cose pian piano migliorano.

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  2. Ciao Lele, sono in parte d'accordo con te. Non credo sia sufficiente invitare i ricercatori dall'estero, proprio perchè il primo scoglio è rappresentato proprio dalla lingua! Sostanzialmente io credo molto in quello che dicevo nella parte finale del post: creando delle sinergie vere tra università, si possono organizzare dei corsi non obbligatori in lingua, che magari possano dare qualche credito in più (ammesso che il sistema dei crediti sia ancora in vigore), incentivando così sia gli studenti, sia i ricercatori stessi. Certo che un ricercatore che va all'estero non porta la propria lingua (l'italiano serve a nulla, a meno che non diventiamo il centro mondiale della ricerca universitaria di qualsivoglia ambito…), ma solo le proprie conoscenze e competenze, che non è poco.
    Credo che strutturando bene questi programmi di scambio, qualcosa di interessante potrebbe nascere. In ogni caso, è sempre più necessario creare per gli studenti e ricercatori opportunità di vero scambio culturale e linguistico, per potersi aprire le strade future più svariate.

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