Gli insegnamenti della storia per un futuro di innovazione

Innovazione, Startup, EdisonPulse, Impresa, Business

Giovedì scorso ho partecipato alla prima tappa del roadshow Edison Pulse 2017, un contest dedicato alle startup italiane. Da ormai 4 anni Edison sostiene i progetti innovativi, sponsorizzando gli Archimede in salsa italiana con una somma in denaro (quest’anno 50000 € per ciascun progetto), 4 settimane di incubazione e una campagna di comunicazione volta a far conoscere la startup. L’occasione è stata interessante per conoscere l’esperienza di startup ormai affermate e in fase di forte crescita e anche per confrontarsi con il mondo istituzionale, sempre alla ricerca della migliore ricetta per far lievitare la cultura dell’innovazione nel nostro Paese.

Sintetizzo alcuni spunti di seguito, colti dai vari interventi.

  • Alberto Baban, presidente Piccola Industria di Confindustria, ha sottolineato due aspetti alla base dell’imprenditorialità: la conoscenza ossessiva del mercato e la velocità con cui lo si approccia. “Gli imprenditori italiani non possono permettersi di impiegare mesi o anni a studiare un prodotto, perchè in qualche altra parte del mondo quel prodotto esiste già ed è anche migliore“. Conoscere il mercato, fino addirittura all’ossessione, permette di intuire le esigenze del cliente, per le quali occorre trovare una soluzione nel più breve tempo possibile, anche affidandosi a partnership e alleanze strategiche che consentano di mettere sul piatto le competenze necessarie per rispondere alle richieste. In questo senso, l’ingrediente vincente di una startup è il team, una comunione di cervelli che apportino il proprio valore aggiunto con l’ambizione di essere vincenti.
  • Gianluigi Cogo, responsabile di Agenda Digitale Veneto, ha sottolineato l’importanza della multidisciplinarietà. In un mondo che evolve alla velocità della luce, specializzarsi troppo, senza “ascoltare” ciò che il mercato suggerisce, porta all’impoverimento e alla sconfitta. Bisogna essere capaci di reinventarsi costantemente, senza soffermarsi su ciò che già si conosce.

Dunque l’innovazione non può prescindere dallo stare sul campo, fiutare ciò che sta succedendo e soprattutto ciò che sta per succedere. In questo contesto, vi propongo una lettura di un articolo tratto da Harvard Business Review, scritto da Piero Formica, professore alla Maynooth University e fondatore della International Entrepreneurship Academy: la storia di Venezia insegna che l’essersi accontentati dell’exploitation (ovvero dello sfruttamento di ciò che già esiste, per quanto proficuo e ricco sia) in luogo dell’exploration (esplorare nuovi mercati, nuove fonti di business) abbia stroncato la verve innovativa, condannando la potente repubblica marinara al declino. In fondo al post, l’articolo originale in inglese.

La maggior parte delle organizzazioni sarebbero felici di vivere per secoli, come ha fatto la Repubblica di Venezia. Dal 697 al 1797, l’acume tecnologico, la posizione geografica strategica e l’anticonformismo, peculiarità di Venezia, si intrecciavano tra di loro a vantaggio della prosperità della Serenissima. Ma quando il cambiamento arriva improvviso, può trasformare i punti di forza in debolezze e spazzare via anche storie di successi millenari.

L’abilità tecnologica militare e la posizione centrale rispetto alle principali vie commerciali del tempo davano a Venezia molti vantaggi.

L’Arsenale, l’avanzata fabbrica navale di munizioni che aveva anticipato di molti secoli i metodi manufatturieri di produzione in linea, era il cuore pulsante dell’industria navale di Venezia. A partire dal tredicesimo secolo, l’Arsenale promosse la creatività e spronò l’innovazione e l’imprenditorialità nella costruzione delle proprie galee.

La posizione geografica della città la aiutava a difendersi dagli invasori sia da terra sia dal mare. Inoltre proprio la posizione, caratterizzata da una serie di isole in una laguna paludosa, favorì lo sviluppo di un’(allora inusuale) economia basata sugli scambi commerciali e prestiti di denaro, in quanto non c’era sufficiente terra per sviluppare l’agricoltura. Infine, la sua posizione al vertice del Mar Adriatico le permetteva di essere un hub commerciale nevralgico, creando una connessione tra l’Oriente e l’Occidente attraverso il Mar Mediterraneo.

Se, come scriveva Michael Porter, il vantaggio competitivo trae origine da come “le attività calzano e si rinforzano l’una con l’altra… creando una catena tanto più forte quanto più è forte la sua connessione”, allora la veste strategica era una caratteristica che la Repubblica di Venezia possedeva ad ampie mani.

Ma, come molte entità di successo, Venezia raggiunse un punto nel quale si focalizzò molto di più sullo sfruttamento che sull’esplorazione: i mercanti di Venezia seguivano strade verso il successo già battute. Gli imprenditori sceglievano di non spostarsi dai tradizionali sentieri, le pratiche stabilite e preferite diventarono più popolari dell’esplorazione e della ricerca. I mercanti intrapresero il gioco dell’innovazione incrementale, focalizzandosi sull’efficienza e sull’ottimizzazione. Determinati ad accrescere rapidamente le proprie fortune, spingevano sull’acceleratore piuttosto che testare nuovi e più difficili percorsi.

Ma verso la fine del sedicesimo secolo, il mondo stava cambiando a tal punto da rendere Venezia meno rilevante. Il focus dell’Arsenale sulle galee aveva senso quando il Mediterraneo era la più importante rotta commerciale. Alessandro Barbero, professore di Storia Medievale all’Università del Piemonte Orientale, sottolinea che la galea rimase ancora per lungo tempo la nave preferita dei navigatori veneziani, ma l’invenzione dei galeoni consentì di attraversare l’Atlantico per creare nuove rotte commerciali che non passavano attraverso l’Adriatico.

Questa epoca di esplorazioni innescò il declino di Venezia. Un grosso vantaggio tecnologico – navi che potevano resistere in mare per mesi o anche anni – indebolì il vantaggio competitivo di Venezia e l’importanza strategica delle sue competenze.

La diffusione del galeone comportò per Venezia un improvviso svantaggio a causa della sua posizione all’estremo nord del Mar Adriatico. Inoltre, il suo Arsenale non era più all’avanguardia nel campo della tecnologia navale. L’importanza economica di Venezia venne bruscamente ridimensionata dall’invasione napoleonica, portando così l’impero veneziano alla fine.

Quale la lezione per gli imprenditori e gli innovatori di oggi? Quanto più si assume che il futuro funzionerà come oggi, tanto maggiore sarà la forza gravitazionale dello status quo. Così le organizzazioni inflessibili volgono al declino, non orientate a nuovi orizzonti. Sono destinate a morire.

Se non si vuole essere colti di sorpresa, è necessario riconoscere che il futuro sarà differente dal passato. Il futuro è imperscrutabile, ambiguo, aperto ad ogni opzione. Una forte scossa di un concorrente o una nuova tecnologia a volte possono portare alla fine di un impero. Se il proprio business attuale è come un giardino perfettamente curato, con fiori in ordine e alte siepi, questo non è abbastanza. La prossima opportunità (o rischio) può stare dietro quelle siepi, all’intersezione caotica tra settori e mercati.

Imprenditori e innovatori resistono alla sindrome del “successo come al solito” esplorando tecnologie emergenti e nuovi modelli di business. Hanno bene in mente la big picture e evitano di essere troppo efficienti e troppo ottimizzati. Questa prospettiva aiuta a promuovere modi di pensare e di risolvere problemi non convenzionali, così da sfidare lo status quo. Sanno che l’obiettivo non è avvicinarsi ad un orizzonte fisso ma comprendere quando e come l’orizzonte si sposta così da avvicinarsi ad esso. 

(Articolo originale Why Innovators should study the rise and fall of the Venetian Empire, Harvard Business Review, Gennaio 2017).

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