Esseri socialmente utili

Social awareness, Entrepreneurship, Impresa Sociale, Prossimo, Passione
Picture by http://www.theinspiringenterprise.com/

Da alcune settimane, sto seguendo un MOOC (Massive Open Online Course) sulla piattaforma Coursera, dando così seguito all’impegno preso sul blog Trent’anni e qualcosa: nella sua Lista dei regali che vorrei fare a me stessa, Giulia, al punto 8, si augurava di riuscire a regalarsi il tempo per fare corsi online. La cosa mi solleticava già da alcuni mesi e così ho seguito l’istinto (per una volta, che non si dica che sono troppo ingegnere!), iscrivendomi al primo di tre corsi della Copenhagen Business School sulla Social Entrepreneurship.

Vorrei condividere con voi alcuni spunti molto interessanti emersi in queste due settimane.

Se da un lato è facile individuare gli ambiti in cui normalmente lavorano le imprese sociali (salute, educazione, assistenza a disabili e emarginati, per citarne alcuni), non è altrettanto semplice dare una definizione univoca e delineata di imprenditore e impresa sociale. Si possono evidenziare tuttavia alcuni elementi chiave. Uno degli aspetti cardine è la conoscenza approfondita di un problema, evidente nella società, con cui si viene a contatto tutti i giorni, per esperienza personale o indiretta. Capire cosa genera il problema, analizzare fino in fondo chi potrebbero essere i beneficiari di una eventuale soluzione, tutto ciò consente di costruire solide fondamenta a una futura impresa. L’Amministratore Delegato di UnLtd (società inglese che offre supporto e genera network per imprenditori sociali) consiglia di andare nel mondo reale, perchè i problemi sono sotto gli occhi di tutti, testare le soluzioni, accettare di fallire e ricominciare.

Una mentalità molto anglosassone, ma che ben si sposa con due aspetti apparentemente contrastanti e nello stesso tempo basilari per un imprenditore sociale. Il termine impresa/imprenditore richiama la logica del profitto, dunque una natura finanziaria che appare antitetica rispetto alla natura sociale. In realtà, l’impresa sociale si differenzia dalle ONLUS o dalle ONG proprio perchè deve generare un business che si autosostenga, con la differenza che l’obiettivo non è la massimizzazione del profitto personale, ma il miglioramento di un problema, di una situazione di disagio. Avere passione verso il prossimo è il driver che anima un imprenditore sociale, che vuole imporsi come changemaker nella società e soprattutto diventare fonte di ispirazione per altri.   

Infatti uno dei principi di Ashoka (una delle più importanti associazioni globali di imprenditori sociali) è che un’impresa sociale è vincente quando genera innovazione (dunque una nuova idea) che altri replicano, sponsorizzando così la viralità del cambiamento fino all’obiettivo massimo di cambiare le regole del gioco (per esempio, modificare le leggi).

Uno dei buoni propositi del mio 2017 sarà proprio quello di diventare agente propositivo di cambiamento nella società in cui vivo. E qui chiedo aiuto anche a voi: quali sono i problemi che osservate o vivete quotidianamente? Chi potrebbero essere i principali beneficiari? Proviamo a unire i nostri cervelli e le nostre forze, per poter dare finalmente un contributo in questo mondo che, così com’è, non ci piace.

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16 thoughts on “Esseri socialmente utili

  1. Grande Stefano, questo è molto più del semplice proposito di concedersi tempo per un corso online 🙂
    Mi fa piacere leggere il tuo entusiasmo, io sono una gran fan di Coursera!
    Quella di diventare un agente propositivo di cambiamento è una filosofia che cerco di seguire da un po’, e ti dirò, non è facile. Mi viene in mente più un cambiamento di atteggiamento, che è quello con cui mi scontro nella mia familiare quotidianità: essere agente di cambiamento per me ha voluto dire iniziare a vedere il lato positivo delle cose e fare in modo che anche chi mi circonda se ne renda conto. Meno distruzione, più proposte, insomma.
    Se poi mi chiedi “si ma nel concreto quali sono i problemi che vivi quotidianamente?” ti dico: il rumore notturno in centro storico qui a Genova e l’assenza di controllo da parte delle forze dell’ordine. La piazza in cui vivo è stata data in licenza a baretti da due soldi che aprono solo la notte; non solo un danno di immagine alla bellezza degli edifici storici, ma anche una calamita per un tipo di aggregazione sociale che non rispetta la convivenza (e il riposo) dei residenti.
    So che è un’osservazione molto “locale”, ma è la prima cosa che mi viene in mente e di cui farei a meno nella mia quotidianità.

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    1. Grazie Giulia, il potere di fare rete consiste in questo: dal tuo blog ho preso spunto per me stesso.
      Certo, sono consapevole che i facili entusiasmi conducono spesso a troppo fumo e niente arrosto. Però hai ragione, cominciare a cambiare il modo di pensare è fondamentale. Per esempio, cosa si potrebbe fare per ridurre il rumore notturno? Quanti vivono lo stesso problema in quel quartiere? E non si tratta secondo me soltanto di lamentarsi e chiedere di fare smettere, ma trovare un modo affinchè le persone possano continuare a divertirsi senza importunare gli altri.
      è giustissimo partire dal “locale”, non può essere diversamente. Quando riportavo l’osservazione del CEO di UnLtd, indicavo proprio quello: andare nel mondo implica l’osservazione della realtà, nuda e cruda, tralasciando i massimi sistemi.
      Grazie per la spinta e per il contributo!

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  2. Un aspetto che osservo e mi colpisce sempre è l’omologazione (in particolare dei giovani) e la discriminazione del diverso. Potrebbe sembrare un problema datato ma è ancora molto attuale e questo mi fa pensare che andrebbe fatta una riforma in ambito educativo molto radicale. Un altro aspetto problematico che osservo da vicino è la mancanza di formazione e l’inserimento lavorativo degli over 30. In pratica oggi se hai più di 30 anni e non hai un lavoro “fisso” devi adattarti alla precarietà, o almeno per moltissime persone è così. Si pensi anche a chi un lavoro l’ha avuto ma ha vissuto il fallimento, ricominciare, anche quando si ha la volontà, è davvero difficile.

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    1. Ciao Alessandra, sono due argomenti effettivamente molto caldi, soprattutto in questi anni. Spesso si sente parlare di una società che non è più inclusiva e entrambi gli argomenti si inseriscono bene in questo concetto. Il diverso viene escluso, in quanto diverso; i giovani senza lavoro restano esclusi da una vita sociale dignitosa, alla quale, tra il resto, avrebbero diritto per costituzione. Chiedere un mutuo per un precario è impossibile, per esempio. Il nobel per la pace del 2006 è stato vinto da Muhammad Yunus, un banchiere che ha ideato il cosiddetto microcredito, rivolto agli imprenditori troppo poveri e a cui le grandi banche non davano alcun prestito.
      Arrivare a pensare a una soluzione di questo tipo che conduca all’inclusione di chi oggi è discriminato deve essere l’obiettivo del cambiamento. E noi dobbiamo essere portatori di cambiamento.
      Grazie del contributo.

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  3. Domande importanti, Stefano… ti rispondo così a caldo, poi se riflettendoci mi viene in mente qualcosa torno a trovarti.
    Quel che più mi irrita della mentalità della mia generazione (la cosiddetta generazione X) è la critica sterile: ci si lamenta di quel che non va, i notiziari sono un bollettino di guerra, si accusa l’Italia e gli italiani e il vicino di casa e il capo eccetera, di essere la causa dei problemi, della corruzione, della crisi, della maleducazione, del bullismo… finito il discorso.
    Così si va a letto tristi e delusi e ci si sente impotenti. Invece la conversazione dovrebbe avere una seconda metà, in cui si riflette su quel che invece va bene e sulle risorse a disposizione per migliorare quel che non ci piace, proprio come tu hai fatto in questo post, Stefano, per cui ti stimo moltissimo.

    Seguendo il mio stesso consiglio, ora che mi sono lamentata devo riflettere su come farei per migliorare le cose… sicuramente consiglierei a tutti di filtrare il modo in cui si informano. Se tutti smettessimo di guardare i siti e i telegiornali telenovela, allora i giornalisti di tv e internet sarebbero costretti a cambiare il modo di dare le notizie. Sono convinta che molti giornalisti vorrebbero offrire notizie in modo più adulto, parlare di temi più globali, senza farcire i drammi come tacchini, speculando su dettagli insignificanti sperando di fare audience.
    Noi, audience, abbiamo il potere di cambiare canale e cancellare l’iscrizione ai siti spazzatura. Sfruttiamolo.

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    1. Ciao Lisa, sto facendo anche io questo percorso di “auto-positivizzazione”. Basta lamentarsi, basta dire che le cose non cambiano mai, salvo poi non fare nulla e non tentare nemmeno di dare il proprio contributo.
      Credo che tu abbia visto molto nella tua storia, penso a Londra e al Brasile. La tua esperienza sicuramente è utile per poter aiutare qualcuno meno fortunato di noi.
      Ti aspetto, allora!

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  4. Se vivi in una grande città, quello che vivi se hai un problema é la solitudine: se hai un genitore che sta male o un lavoro a tempo pieno da conciliare con la famiglia.. fai una fatica immensa e ti senti solo. Investire nel sociale, creare una “rete” per migliorare la quotidianità e renderla più leggera, anche solo perché condivisa.

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    1. Hai perfettamente ragione. Oggigiorno investire nel sociale significa, molto più di qualche decennio fa, investire sulla famiglia e sul dare le possibilità di essere famiglia.
      Discutevo proprio nel weekend con amici della difficoltà di conciliare il lavoro di una mamma con la gestione dei figli. Da una parte il lavoro è necessario per poter andare avanti, dall’altra i bambini passano sempre meno tempo in casa, sballottati tra un asilo e una babysitter. Situazioni reali e quotidiane, ma difficili da gestire.
      La politica, purtroppo, non ci arriva, essendo troppo distante dalla realtà. Occorre rimboccarsi le maniche e pensarci da sè.
      Grazie per il contributo!

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        1. Per ora continuo a studiare, il corso che sto seguendo mi sta effettivamente aprendo la mente e gli occhi.
          Sicuramente prossimamente condividerò ulteriori considerazioni, cercando anche di entrare maggiormente nel concreto!

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    1. Grazie Giulia, hai perfettamente ragione, mi è proprio piaciuto, sia l’approccio, sia quegli spunti che ha elencato nel post.
      Assolutamente da seguire!
      Sono sempre più convinto che bisogna anche fare rete e dobbiamo sfruttare internet e i blog. Dobbiamo riuscirci!

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    1. Grazie Federico.
      Conosco bene il tuo sforzo e apprezzo molto il tuo approccio, sempre positivo e propositivo. So che anche tu sei contro lo sterile lamento.
      Spero di riuscire prima o poi a tradurre concretamente la mia voglia di cambiare le cose.
      A presto!

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