Tra finzione e realtà – Si viene e si va #10

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Si va in vacanza. Era ora. Si torna a settembre con i post originali, durante le vacanze vi delizio con alcuni articoli di amici blogger (loro sì che sanno scrivere…). Chiudiamo però con il botto: per l’ultima puntata della prima stagione di Si viene e si va, torniamo in California, sulle strade di San Francisco. Fumettista e realizzatore di videogiochi, conoscere Giorgio sarà uno spasso. Il miglior modo per augurarvi buone vacanze e per darvi appuntamento ad ottobre per la nuova stagione. 

Se ti chiamo Giorgio, non rispondi: preferisci che ti chiami Tinoshi?

Sono Giorgio Tino, ma in effetti ormai mi chiamano Tinoshi. A dispetto di questo soprannome, sono nato a Mondovì, in provincia di Cuneo, una trentina di anni fa. Ho da sempre avuto la passione per il disegno e i fumetti, e apparentemente ho fatto di tutto per evitare di assecondarla, laureandomi in Ingegneria Informatica a Torino. La scelta dell’università, in realtà, era a sua volta funzionale ad un’altra passione ed un altro desiderio: andare in Giappone a programmare videogiochi! Il volo per l’Oriente non l’ho ancora preso, ma credo di essere più o meno a metà strada.

Ora però ci devi raccontare l’origine di Tinoshi!

In cuor tuo non vorresti saperlo, ma, ok, te lo spiego lo stesso. Correva l’anno 1998 e la Francia ospitava i mondiali di calcio. La nazionale giapponese schierava un’ala sinistra con i capelli lunghi, piedi a banana e un volto inquietante, tale Tsuyoshi Kitazawa. Noi si faceva il liceo, ma l’età anagrafica non coincideva con quella mentale, che era da scuola elementare; questo spiega perché avessimo l’album delle figurine Panini con i giocatori del mondiale. Considerata la mia passione per il Giappone, i miei capelli lunghi e soprattutto i miei piedi a banana, un amico modificò la figurina di Tsuyoshi, creando un ibrido Tino-Tsuyoshi che divenne Tinoshi. Senza alcun motivo apparente, dopo un paio di settimane, tutti, anche mia madre, mi chiamavano così.

Tinoshi, figurine Panini, Giappone, Kitazawa
Quale dei due è Tinoshi?

Inquietante… la somiglianza! Per un attimo mettiamo da parte il Giappone e proviamo a seguire i tuoi movimenti nel pianeta.

Il mio percorso parte da Mondovì, si addentra per la Val Stura, passa da Torino, Monaco (per 1h e 55m, circa) e poi Davis, in California. Dopo alcuni anni svolto a sinistra e mi trovo a Barcellona, dove mi fermo per un anno a studiare come si fanno i videogiochi. Sfrutto questa esperienza per il mio ritorno in California, ma questa volta prendo la seconda a destra, in direzione San Francisco, dove comincio finalmente a realizzare videogiochi. Qui mi fermo per tre anni e mezzo, poi allo svincolo ho fatto una deviazione in quel di Bologna, passando da Pesaro. Son cose che succedono quando si segue il proprio cuore! Pur essendo in tutto e per tutto residente a San Francisco, continuo a viaggiare tra Italia e California, tra amore e lavoro, in attesa di capire dove parcheggiare. Anche in doppia fila, se necessario.

Comincio a pensare che tu non sia umano e abbia il potere del teletrasporto. In che modo sei volato negli USA?

Il canale è stato piuttosto fortuito e fortunato. Tutto cominciò con il mio tentativo, fallito per cause burocratiche, di partecipare ad una internship presso la Cisco, un’azienda di San José. Correva l’anno 2005, mi ero appena laureato, e speravo davvero di poter andare in California. Fu così che, di ritorno dalla notte di capodanno, un po’ brillo a dire il vero, decisi di scrivere ad un mio professore per chiedere se vi fossero altre opportunità per andare all’estero. Con mia sorpresa egli mi disse di scrivere a Loris, un suo ex dottorando, il quale aveva appena avviato una startup a Davis, sempre in California. Gli scrissi immediatamente, pur senza grosse aspettative di risposta. Invece Loris mi telefonò poco dopo. Me lo immaginavo su di una spiaggia, con il surf sotto il braccio, un margarita ghiacciato e telefono all’orecchio: in realtà, non solo era tornato in Italia per le vacanze di Natale, ma abitava a una ventina di chilometri da casa mia! Mi invitò per un colloquio, alla fine del quale mi disse: “Quindi: quando?” – e io risposi: “Ah, fammi sapere qualcosa quando puoi, io non ho fretta.” – “No no, quando puoi venire su? La prossima settimana?”. Fui preso in contropiede: non avevo nemmeno un passaporto all’epoca! Alla fine partii a inizio Marzo per quella che doveva essere una visita di prova di tre mesi. Sono passati quasi dieci anni e sono ancora lì.

Detta così, sembra sia stata una passeggiata, ma è proprio stato tutto così facile?

Di certo non è stato facile. Non lo è mai quando c’è la burocrazia di mezzo. Col senno di poi, a me è andata di lusso, ma il confine tra il poter restare e il dover tornare è stato davvero molto labile, ed è difficile pianificare la propria vita in queste condizioni. Molto dipende dal tipo di visto. Un visto F da studenti è relativamente facile da ottenere, ma comporta trafile burocratiche abbastanza noiose e lunghe: trovare un’università, farsi accettare, sostenere il TOEFL, passare il GRE (Graduate Record Examination, ndr), tutto questo con almeno un anno di anticipo rispetto alla partenza e sapendo che in generale gli studenti stranieri pagano molto più rispetto ai residenti. Un’università di medio livello a San Francisco costa 14000$ all’anno, altre università di basso livello potrebbero costare 3-4000$, Stanford probabilmente arriva ai 40-50000$. Cifre che fanno apprezzare, in proporzione, le quasi nulle tasse universitarie italiane. Con un visto F si può soggiornare negli States per 5 anni, ma occorre mantenere una certa media di crediti annuali e soprattutto non si può lavorare.

Più semplice, almeno sulla carta, arrivare con un visto lavorativo H1B, soprattutto se si possiede una laurea ‘tecnica’. È comunque necessario trovare un’azienda sponsor, che si occupa anche di tutte le pratiche. Una volta era decisamente più semplice ottenere un visto H1B (che dura 6 anni e pur essendo sponsorizzato da un’azienda non vincola a quest’ultima), ma ci sono dei limiti annuali sul numero totale di visti lavorativi concessi e ultimamente vengono presentate cento domande a fronte di dieci visti, in proporzione. È diventata una lotteria. Esiste anche il visto J1, in teoria il più facile di tutti, quello da internship. Non ha limiti annuali, ma ha limiti temporali: non dura più di due anni e si è legati all’azienda presso la quale si lavora. Interrompendosi il rapporto di lavoro, si è costretti a tornare a casa. Io per esempio non sono riuscito ad ottenere né il J1, né l’H1B e alla fine abbiamo giocato la carta della disperazione provando a chiedere una Carta Verde (ci sono diversi modi per ottenerla, dal lavoro alla lotteria annuale al matrimonio…) che era in teoria l’opzione più difficile. E invece…
Esistono molti altri tipi di visti, da quello per artisti in tournée a quelli per geni che vogliono trasferirsi lì. Come detto non è semplice, ma vi assicuro che per un americano provare a venire in Italia è mille volte più complicato: basta passare una mattina al nostro consolato e si capisce quanto siamo inutilmente odiosi con loro.

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Ci possono essere problemi di ambientamento in un posto come la California, che sembra essere un paradiso?

La California è un posto magnifico, difficile non restarne affascinati. Per chi come me è cresciuto all’ombra della cultura americana e ha visto film, telefilm, serie televisive negli anni ’80 e primi anni ’90, arrivare per la prima volta da soli negli Stati Uniti e per di più in una città che è un immenso campus universitario, fa credere di essere stati catapultati in un film. Tutto sembrava finto e ho impiegato un paio di mesi per rendermi conto di essere davvero lì. Devo essere sincero però: ho avuto qualche difficoltà ad ambientarmi. Per prima cosa, l’idea di essere a 28 ore di aereo e 9 di fuso dalla mia vita normale mi dava più un senso di vertigine che di ebbrezza. Tutto sembrava scorrere su un binario parallelo, quasi che la vita vera fosse rimasta in Italia e la mia fosse una specie di ramo alternativo senza un vero significato, quasi un gioco, una finzione. Poi, arrivando ad inizio marzo (e nell’entroterra californiano per di più), ho trascorso due mesi in mezzo alla nebbia, alla pioggia e al freddo che manco a Torino. Altro che spiagge e viali lunghissimi! Mi trovavo a vivere dall’altra parte della città rispetto al mio posto di lavoro, non conoscevo nessuno e non avevo un’auto (cosa che negli Stati Uniti impedisce ogni tipo di progetto di spostamento).

Non parliamo poi dei problemi linguistici: otto anni di inglese scolastico si sono rivelati quasi totalmente inutili, perchè non capivo niente! Un paio di storie buffe sono particolarmente esplicative. La prima è in effetti la molla che mi ha fatto, volente o nolente, imparare l’inglese, quello vero. A pranzo si andava a prendere un panino e, al momento di scegliere tipo di pane, salse, ingredienti e condimenti, non capivo assolutamente nulla. Mi vergognavo però di farmi ripetere dieci volte le stesse cose, allora rispondevo ‘sì’ o ‘no’ un po’ a caso alle domande che mi venivano poste. Mi ritrovavo così a mangiare combinazioni orrende di pesce, carne, verdure e frutti, conditi con salse piccanti dai nomi improponibili. Credo che le prime parole che ho imparato a capire ed evitare siano state jalapenos, haorseradish e cilantro. Lascio a voi il piacere di ordinare un panino con tutti e tre e sopravvivere al primo morso: capirete subito che dovrete imparare la lingua, bene e in fretta.
La seconda è più tragicomica. Stavo viaggiando in macchina con degli amici, tutti americani. Il ragazzo vicino a me comincia a parlarmi e a raccontarmi una storia di cui capivo una parola ogni cento. Solo per cortesia rispondevo ogni tanto annuendo o con dei brevi ‘cool’, ‘nice’, ‘yeah’ alternati a sorrisi imbarazzati. All’ennesimo ‘oh, really? Great!’ lui smette di parlare, mi fissa, e vedo lacrime solcare il suo volto: ‘Come fai a dire così? Ti sembra bello che sia tornato a casa ieri sera e abbia trovato la mia tipa a letto con un mio amico?’.

Ecco, penso vi sia chiaro che il mio inizio sia stato un po’ burrascoso, con più di una notte passata a chiedermi cosa diavolo ci facessi lì.

Dopo dieci anni, cosa pensi della vita americana?

Dopo dieci anni (dieci anni! Ma come è successo?) credo di essermi abituato più che altro a viaggiare e ad adattarmi in continuazione agli stili di vita e alle persone da un lato all’altro dell’Oceano. Vorrei premettere che io ho vissuto solo in California e in particolare a Davis e San Francisco. Una nicchia nella nicchia. La gente di Los Angeles o di New York o di Lincoln, in Nebraska, non ha poi così tanto in comune. Posso però dire che la cultura del lavoro e del merito è assolutamente anniluce avanti rispetto all’Italia; pur non essendo più la terra del sogno, è davvero ancora possibile cominciare dal niente e diventare grandi. Un pittore o un musicista sono davvero apprezzati per il loro lavoro e non sono considerati scansafatiche che dovrebbero andare a trovarsi un posto in banca. Negli Stati Uniti, se si è fortunati va tutto benissimo, ma se si è sfortunati, diventa un incubo: provare a chiedere a coloro che sono rimasti senza lavoro e che hanno bisogno di cure mediche. L’individualismo esasperato rende difficilissimi i veri rapporti interpersonali: le amicizie si fermano solo alla superficie, le persone sono sempre in viaggio, regna un po’ di solitudine di sottofondo. Chi è solo, è solo davvero. In Italia (ma anche in Spagna) non ho mai provato questa sensazione. Mi manca la ‘vida de pueblo’, i bar sotto casa, la gente che guarda la partita e legge la Gazzetta, la signora del piano di sopra che fa la parmigiana e il ragù, quelle notti di luglio nelle quali fa troppo caldo e si esce in mutande sul balcone. A volte mi mancano anche quelli che saltano la coda: nessuno salta la coda a San Francisco, capisci? Mi mancano i vecchi che bestemmiano al bar e giocano a briscola e raccontano di quando sulle Alpi sparavano ai tedeschi. Non ci sono vecchi a San Francisco, solo giovani rampanti che inseguono una carriera. Per non parlare, infine, del cibo, del caffè, delle granite e dei cannoli e di molte altre cose tipiche dell’Italia che mi mancano. Ma dopotutto per me l’America incarna l’idea di viaggio. Quella sensazione di alzarsi al mattino e sapere di poter andare, quella vertigine di non sentirsi mai fermi, impantananti, di essere se stessi senza sentirsi giudicato, girare in pigiama in ufficio e vedere che a nessuno importa nulla perché basta saper fare il proprio lavoro. È bello sapere di avere un continente enorme e nessuno che ponga limiti sul come e quando visitarlo. L’Italia però è casa, la mia casa, la casa dove ogni tanto spero di tornare.

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Dal tuo punto di vista, qual è il momento giusto per fare un’esperienza all’estero?

Oltre all’importanza di fare un’esperienza all’estero (anzi, farne molte), ritengo sia utile farla il più presto possibile. Niente apre la mente come il non sapere ordinare da mangiare in un paese dove non parlano la nostra lingua, il dover telefonare per affittare un alloggio e cercare di capire come fare, il vedersi additati come stranieri. Insomma ci si rende conto di quanto sia spesso piccola e ottusa e provinciale la visione radicata ovunque. All’estero ci si renderà conto di come l’Italia sia ancora vista come un posto meraviglioso e magico, ci si renderà conto di come sia fastidioso essere associati alla tipica macchietta dell’italiano spaghetti-pizza-mandolino. Tornati in Italia diventerà difficile sopportare i discorsi da bar, ma in compenso si apprezzeranno moltissimo le piccole cose che vivendo qui tutti i giorni abbiamo sempre dato per scontate. Il caffè per esempio. Il caffè soprattutto.

Proprio per questo mi rammarico di non aver avuto esperienze prima di quella attuale. Dovessi tornare indietro, farei sicuramente un periodo di Erasmus. E consiglio a tutti indistintamente di farlo, perché si impara davvero cosa vuol dire vivere da soli. È un’opportunità incredibile, della quale spesso non ci si rende conto. Forse suona un po’ banale e retorico, ma credo sia fondamentale per tutti provare a vivere altrove, indipendentemente dal fatto che si voglia o meno tornare.

Cosa vedi nel tuo futuro? Estero o Italia?

Dentro di me albergano uno spirito viaggiatore e un demone pantofolaio, che si alternano e tirano le fila dei miei spostamenti. Adoro trovarmi ad affrontare nuove città, nuove lingue e stili di vita. Adoro girare e viaggiare, tanto quanto sapere di avere un posto dove tornare, una casa in cui posso fermarmi un attimo e passare qualche momento di ozio e noia, sciabattando come se non ci fosse un domani. Insomma, tornando alla domanda, nel mio futuro spero ci siano sia l’estero sia l’Italia! Mi augurerei di non dover viaggiare in continuazione, soprattutto se per lavoro. Come detto, il demone pantofolaio non potrebbe sopportarlo, ma sapere di poter viaggiare mi farebbe stare bene. Da un punto di vista più pragmatico, ovviamente, dipende anche dal tipo di lavoro che riesco a trovare. Ora come ora, mi è decisamente più facile trovare lavoro all’estero, ma prima o poi spero di poter tornare ogni tanto e, chissà, magari cambiare completamente vita. Il mio sogno nel cassetto resta sempre quello di poter un giorno andare a vivere in Giappone. Sarei già felice di poterci fare un semplice viaggio, ma vorrei proprio viverci per un periodo, trovare lavoro, camminare per un quartiere fino a farlo diventare ‘casa’, imparare una lingua che mi ha sempre affascinato e scoprire sulla mia pelle cosa vuol dire non saper ordinare un piatto di ramen. Che se ho avuto problemi in California, chissà cosa diavolo mi ci mettono nella zuppa, da quelle parti!

Snoopy, fumetti, Tinoshi, USA

Fumettista e realizzatore di videogiochi: passione e lavoro mescolati insieme. Stando alla tua esperienza, come oggi bisognerebbe scegliere l’università? 

Domanda molto difficile e decisamente aperta. Per prima cosa, ritengo un grosso errore iscriversi all’università per forza, perché tanto non c’è di meglio da fare. Credo fermamente che si debba fare quello che ci piace, ma cercando di capire quanto davvero si voglia una cosa e soprattutto quanto si sia disposti a sacrificarsi per essa. Credo inoltre che sia necessario essere sognatori ma allo stesso tempo realisti, per riuscire a capire quali siano le strade migliori per perseguire i nostri obiettivi. Ho scoperto una quantità incredibile di scuole e corsi non universitari di design, videogiochi, grafica, fumetti. Ne parlo perché sono le mie passioni e sono sicuro che, se dovessi tornare indietro, ci penserei seriamente. Ovviamente non basta fare una scuola di fumetto per diventare fumettisti o corsi di animazione per lavorare alla Pixar (due cose per ottenere le quali mangerei un panino con japalenos, haorseradish e cilantro). Ma di sicuro oggi ci sono corsi non universitari davvero validi che possono aprire molte porte, soprattutto all’estero e in California in particolare. Ormai si deve partire dal presupposto che nessuna laurea garantisce più nulla, per cui si può cogliere questo lato negativo come un’opportunità per studiare ciò che ci piace davvero. E che magari ci darà il lavoro dei nostri sogni.

Chiudiamo con la tua passione per il fumetto: se dovessi disegnare l’Italia in una delle tue celebri strisce, come la rappresenteresti?

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Per conoscere i fumetti di Giorgio:

Tinoshi’s comics – Più sottile della carta igienica

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