A voi piace un’Europa così?

Prima di procedere nella lettura del post, vi chiedo di spendere alcuni minuti sull’articolo di Riccardo Puglisi de Linkiesta, cliccando qui.

Jeeg robot, Manga, Anni 70

Io faccio parte della generazione Jeeg. Sono uno di quelli che vorrebbe rottamare il vecchio per lasciare spazio al nuovo, in politica come in economia. Tuttavia, oltre agli aspetti che Puglisi evidenzia benissimo ma relativi solo al nostro Paese, vorrei completare la sua analisi aggiungendo alle variabili in gioco l’impatto che l’essere membri dell’Europa ha avuto sulla società italiana e anche sulla nostra vita quotidiana.

Partiamo da un presupposto, io sono un europeista convinto: il concetto di Unione Europea voluto dai padri fondatori (Churchill, Adenauer, De Gasperi, per fare alcuni nomi) è assolutamente condivisibile e sono sicuro che nella loro mente la creazione di un’Unione di Stati era rivolta proprio alle generazioni future. L’Europa di oggi, però, è ben lontana dai presupposti iniziali e a me, così com’è, non piace per nulla: come sostiene da tempo Sebastiano Barisoni, giornalista economico di Radio24, l’Europa di oggi si è trasformata in un’”Europa di ragionieri (e neanche tanto bravi)”, un continente sulla carta privo di confini interni, ma con muri altissimi che frenano una strategia economica e politica comune. Un’Europa che invece di sprecare tempo ed energie a definire per legge il diametro delle vongole (follia pura!), avrebbe dovuto gestire due casi ben più importanti.

1) La Grecia. Da settimane si continua a discutere (o a fare finta, dal momento che le posizioni rimangono sempre le stesse), da una parte i signori tedeschi che insistono con la richiesta di riforme “lacrime e sangue” per tagliare la spesa pubblica, dall’altra il governo greco che vorrebbe provare a mantenere le promesse elettorali. Pur ammettendo che la situazione in cui versa la Grecia (come l’Italia nel 2011) è stata causata da dissennate politiche di spesa pubblica, la realtà dei fatti è che oggi non c’è un euro in cassa, dunque non si può continuare a chiedere ciò che non c’è. L’unica strada sarebbe quella di raggiungere un compromesso storico e concedere qualcosa: un congelamento del debito verso i creditori e la restituzione in 50 anni; in questo modo i soldi mantenuti nelle casse greche potrebbero essere utilizzati dal governo per investimenti mirati e volti al rilancio dell’economia, con il vincolo che neanche un euro debba essere utilizzato per la spesa pubblica. Quest’ultima deve essere tagliata, soprattutto la spesa pensionistica e la spesa per i dipendenti pubblici; con la crescita data dagli investimenti e la spending review, l’avanzo primario dovrebbe consentire di ripagare il debito. Si può fare? Merkel e Schauble permettendo, con un po’di sforzo da entrambe le parti la soluzione ci sarebbe.

2) I migranti: anche qui regna l’incapacità totale. Siamo di fronte alla più gigantesca ondata migratoria di profughi e l’Europa cosa fa? Prima finge di aiutare l’Italia, ipotizzando delle quote vincolanti da assegnare agli Stati membri; poi Angela alza la voce e quindi il fido Juncker fa marcia indietro, passando dal “vincolo” alla “volontarietà”. Infine, è diventato un problema esclusivamente dell’Italia “perché le coste sono sue”. Ora, che Alfano non sia un fulmine di guerra come Ministro degli Interni è assodato, tuttavia ci si deve confrontare con un evento eccezionale: gli attuali centri di accoglienza e le risorse a disposizione delle varie regioni italiane sono palliativi paragonabili ad un ombrello in caso di uragano. Per questo motivo serve la collaborazione dell’Europa e delle Nazioni Unite, perché occorre da una parte gestire quotidianamente il problema degli arrivi dei profughi, smistandoli in tutta Europa, dall’altra intervenire con le forze militari Onu direttamente nei paesi dove le guerre locali stanno generando i flussi forzati di profughi. Per questo sistemare le navi davanti alle coste dell’Africa settentrionale non può essere una soluzione, perché ci si macchierebbe della responsabilità di un sicuro genocidio.

Giro la domanda a voi: vi piace un’Europa così?

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23 thoughts on “A voi piace un’Europa così?

  1. Ciao Stefano
    ho letto attentamente entrambi gli articoli. Su entrambi c’è da riflettere anche se con un sorriso in più per quello di Puglisi. Io da figlio della generazione Jeeg, ho immediatamente preso a canticchiare…
    oltretutto trovo lucidissima l’analisi della “nostra età di mezzo”, quelli che non si sentono nè carne nè pesce, lontani dalle generazioni dei genitori che qualcosa di equo l’hanno vissuto (per quanto sofferto) e lontanissimi dai giovanissimi che sono stati proiettati sin da subito in uno spazio liquido senza porti di attracco.
    I tuoi sunti poi sulla Grecia e i Migranti sono essenziali e chiari, ma putroppo credo, nessuno dei due facili da risolvere. L’Europa per quello che è diventata è uno spazio labirintico pieno di muri e confini che non si possono valicare (e Ventimiglia ce lo dimostra). È una gestione falsata di patrimoni individuali e collettivi insieme che stanno perdendo di identitá per aderire talvolta a regole che non hanno un minimo di concretezza e lucidità (giusto per fare degli esempi banali, penso alle coltivazioni, al cioccolato, agli ulivi e all’olio … per continuare all’infinito). La questione dei migranti purtroppo -uno dei problemi sul quale si sarebbe dovuto dibattere da sempre cercando di convenire a risultati proficui-resterà il dramma vero di questi nostri anni, con uomini e donne che fuggono dal nulla per morire per niente e neppure più per il sogno che li ha spinti a partire.
    Quindi, caro Stefano, alla luce di questi miei pensieri, molto rabbiosi e rancorosi nei confronti di chi ci governa (in Italia e in Europa) e soprattutto nei confronti di chi non si pone minimamente il problema e neppure cerca di leggerne per capirne l’essenza, credo che la mia risposta al post ti sarà chiara!

    PS senza voler criticare niente e nessuno, ma lo specchio dei nostri giorni, lo vediamo in piccolo al margine di questi nostri post che meritano lettura e riflessione. Ci ritroviamo sempre in pochissimi e sempre gli stessi! Mala tempora currunt…

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    1. Ciao Lois,
      grazie molte per le tue considerazioni. Ho riportato l’esempio dei migranti, ma avrei potuto parlare anche dell’Ucraina. Il fatto che l’Europa non si sieda ai tavoli che contano, ma si sieda la Merkel, Hollande e a lato anche Cameron, fa capire che Juncker è un manichino messo lì dalla Germania, così come la Mogherini è stato un contentino dato all’Italia (e in patria venduto come un grande risultato di Renzi).
      Io credo che se l’Europa vuole mantenere con sè la Grecia, non c’è alternativa. Ad un debitore senza soldi, non gli si può continuare a chiedere di riavere ciò che non ha. Nel caso di aziende private c’è il fallimento, nel caso di uno stato, non si può pensare di fermare tutto. Lo si può fare per qualche giorno, come fu negli Stati Uniti, ma poi la politica deve decidere di andare oltre. Uno stallo come quello che si sta consumando dal giorno della vittoria di Tsipras non è servito a nessuno. Mi chiedo finora cosa abbia fatto il governo greco per il proprio paese, al di lá di preparare slides e file excel inutili per i Baroni idioti della Troika.
      Anche io sono molto insofferente in questo momento nei confronti dell’istituzione europea. Voglio proprio vedere come ne usciranno fuori…

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      1. Caro Stefano, credo che al momento si stiano ingarbugliando solo le questioni senza possibilità di risoluzione nell’immediato. Per la Grecia vedo solo delle ostilità dell’una e dell’altra parte (la Germania chiede restituzioni che non potranno avvenire, la Grecia si arroga il diritto di sentirsi ricattata senza poi realmente aver mostrato la minima iniziativa rispetto alle politiche interne), sulla questione migranti invece, con la dichiarazione anche di Londra, mi pare non ci sia alcuna volontà di soluzione che non sia il caos attuale.
        È un serpente che si mangia la coda nel mentre intorno c’è il tracollo!!

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        1. Caro Lois, hai ragione, in questo momento nelle discussioni EU-Grecia vince il mantenimento della propria discussione più che la volontà (da parte di ambo le parti) di cedere qualcosa per raggiungere il compromesso. Sui migranti, come ho già detto, non credo ci sia soluzione. Proprio stamattina sentivo in radio che pare che anche noi in Italia stiamo rafforzando i controlli in entrata (per lo meno al Tarvisio, quindi fermiamo chi viene dai Balcani). Alla fine, la soluzione più semplice è la non-soluzione.

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  2. Faccio parte della stessa generazione. Ho sperimentato sulla mia pelle l’impossibilità di scalzare una generazione precedente, il cui “corporativismo generazionale” può quasi essere definito di stampo mafioso. Massonico, se vuoi, che è uguale ma è meno brutale.
    Mi sono domandato spesso se siamo stati deboli noi o forti i nostri padri, senza trovare una soluzione; mi sono anche spesso risposto che i nostri padri hanno sostanzialmente preso a prestito i nostri soldi, negli anni 70/80, e con quelli poi ci hanno tagliato le gambe senza pietà.
    Se fossimo stati più forti magari adesso ci sarebbero davvero gli Stati uniti d’Europa, e non questa guerra; e non si dica che non è vero, che se ieri c’erano le panzer-division e le bombe a grappolo oggi ci sono le banche tedesche e gli interessi sul debito, e non c’è neppure bisogno di rischiare il culo per ammazzare un greco perché tanto, oggi, quello si spara da solo.

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    1. Caro Michele, grazie molte del tuo intervento. Approvo in pieno quello che dici tu. Da quando l’economia europea è finita in mano ai Ragionieri, è cominciato il declino. Basti pensare al buon Tremonti, che probabilmente faceva le finanziarie solo con la calcolatrice, ma di sviluppo economico-industriale strategico non ne ha mai parlato.
      Si stava meglio quando si stava peggio? Non so, certo è che quello dhe stiamo vivendo in questi anni è, come dici tu, paragonabile ad una guerra. E qualcuno, prima o poi, dovrá risponderne.
      Grazie e a presto!

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  3. La risposta è semplice: No.
    Il ragionamento complesso.
    Le soluzioni possibili, ma forse, richiedono sforzo, sacrificio, impegno che in una guerra di interessi e supremazia trova poco spazio di attuazione. Sperare nel cambiamento fa sentire come bambini in attesa di babbo Natale la notte della vigilia. Eppure qualcosa si deve pur coltivare. 

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    1. proprio di recente, in un altro post, dicevo proprio questo: in qualcosa bisogna pur credere. Diversamente non c’è futuro. E forse fin troppi ragionamenti sono stati fatti, ora più che mai è necessario agire.
      grazie del commento, iara!

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  4. Beh cominciamo a pensarci su. Ci sono gli errori dei nostri politici (purtroppo) ma esaminiamo anche gli errori della “generazione jeeg” italiana.

    Aumento immotivato dei prezzi con l’euro per il tornaconto personale.

    Rifiuto categorico di regolarizzare il mercato illegale anche davanti all’europa (e si poteva fare con pochi sacrifici allora).

    Rifiuto a prescindere di tassazioni per migliorare le forze dell’ordine in vista dell’apertura.

    E quante altre cose?

    Solo pochi minuti fa ho visionato una ditta che, con grande sfacciataggine, si vuole inserire su kickstarter con lavori eseguiti senza il minimo rispetto per le normative. Tanto qui non gli dice nulla nessuno… Sotto gli occhi degli altri founders europei che, con fatica, sono in regola…
    Un esempio di pochi minuti fa ma sono convinto che ognuno di voi ne conosce moltissimi di analoghi.

    E ci stupiamo se l’Europa limita al minimo legale gli aiuti verso di noi?

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    1. Ciao luigi, molto interessante il tuo punto di vista e soprattutto condivisibile.
      Tengo a precisare che non appartengo a coloro che “scaricano” sull’Europa i problemi dell’Italia. Quello che sta succedendo in Grecia è colpa loro, così come quello che siamo oggi è del tutto colpa nostra.
      Nello stesso tempo, ritengo che succhiare sangue dai muri sia inutile. Benchè sia comprensibile la posizione dei paesi virtuosi, ad un certo punto dobbiamo ragionare da Europa e non da accozzaglia di paesi. Se qualche pezzo dell’Europa funziona male, alla fine tutto il continente ne paga le conseguenze.
      La mia idea è solo quella di fare un punto zero. Tutti dentro, regole precise e nuove, con una forte propensione alla crescita e con degli obiettivi comuni di medio-lungo termine. Poi, chi sbaglia dinuovo, è davvero fuori.
      Grazie del tuo contributo e se passerai dinuovo sul blog, mi farà molto piacere!

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      1. Mi intrufolo nei vostri ragionamenti che condivido solo per un appunto; l’idea di una Europa unita da regole e progetti nuovi, non dovrebbe includere anche la soluzione comune a problematiche dal grande impatto sociale?
        O forse, innalzare muri e barriere è lecito? Non credo che il problema degli emigrati sia e debba essere trattata come una questione esclusivamente italiana.
        Eppure, di fatto è quello che è. Questa è Europa?

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  5. Non lo è, iara. La questione è semplice: i politici dell’allora CEE, non fidandosi della generazione politica a venire, inventarono un grimaldello che obbligasse i politici del nuovo millennio alla fusione o alla federazione. Questo grimaldello è l’euro. Perché è ovvio che non è possibile avere un’unione monetaria senza una unione fiscale, prima, e una politica, poi. Basta aver fatto un esame di macroeconomia per capirlo.
    La generazione politica post-duemila, però, sta cercando di fare il possibile per contrastare questa visione. E il risultato è quello che stiamo sperimentando.

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    1. Ciao Mr Tozzo, hai perfettamente ragione, manca l’unità di intenti, l’unità politica e una strategia comune. Ci vorrebbe l’autorevolezza e la leadership dei padri fondatori per ritornare al concetto di Stati Uniti d’Europa. Ma al momento non vedo personaggi di quella caratura!

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  6. Io pure sono sempre stata una europeista convinta, avevo addirittura fatto la prima tesi sulle conseguenze dell’introduzione dell’euro in Europa…quanti ideali, buoni sulla carta – della mia tesi ma anche del trattato costitutivo della UE – me ne rendo conto ora, alla luce dei fatti. È molto facile parlare di una Unione Europea a livello economico, politico e sociale, ma sembra sempre troppo difficile mettere d’accordo tutti. Sono d’accordo con Iara, uno dei punti fondamentali dell’Unione è quello di affrontare un problema di grande impatto sociale – come quello dei migranti che arrivano in Europa – e trovare una soluzione insieme, non chiudere di punto in bianco le frontiere, come se l’unità europea in questo caso smettesse di valere. Sono molto delusa da questa “Europa democratica”, che a me sa tanto di oligarchia.

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    1. Concordo, cara Giulia. Vorremmo essere Europa quando le cose vanno bene, quando ci sono decisioni spinose e delicate da prendere, ognuno nel proprio cantone.
      A volte mi chiedo se non sarebbe meglio diventare come la Svizzera…
      Buon proseguimento nella terra dei canguri e grazie per aver trovato un minuto per il mio blog!

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  7. Condivido molto il passaggio sui migranti. Però da italiano mi porrei anche una domanda sull’accountability che l’Italia ha nei confronti dell’Europa. Parliamo di autorevolezza, di legittimazione ad agire in campo internazionale. Con la Francia per esempio siamo di fronte ad un empasse dal quale sarà difficile uscire visti gli accordi presi da altri in epoche passate. In generale la situazione è molto complessa e l’aria che tira non aiuta a ragionare in un’ottica europeista.
    Condivido questo articolo di Guetta che semplicemente chiarisce questo ultimo passaggio.
    http://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2015/06/18/migranti-respingimenti-unione-europea

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    1. ciao tonypacati,
      hai postato veramente un bellissimo articolo, grazie. È un contributo di spessore. Non credo ci sia altro da aggiungere, perchè migliori parole non ci sono, per cui l’unica cosa da fare è diffondere e diffondere e ancora diffondere.
      Grazie davvero!

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  8. Ciao Stefano

    Arrivo con un pò di ritardo. Per cominciare sono impressionato dal numero di nati negli anni 70, non pensavo fossimo così tanti. Il numero era potere, ma non solo. Credo sia stata l’ultima generazione che abbia goduto di un livello di istruzione ed opportunità nello studio altissimo (borse di studio universitarie e loro importo), e spalmato in maniera omogenea quasi su tutto il territorio nazionale. Livello di istruzione abbondantemente sopra la sufficienza nelle secondarie (dove dal post 68 è iniziato il suo lento declino), che è arrivato alla tragica situazione attuale (a cui si sommano anche problemi di strutture, fino ai novanta abbastanza accettabili). La generazione jeeg è stata l’ultima a frequentare l’università con il vecchio ordinamento, prima che il nuovo distruggesse del tutto la didattica universitaria, abbassandola e innestandola sul livello sempre più scarso delle nuove leve che arrivano dalle superiori (per non avere troppi fuoricorso e troppi abbandoni, si è abbassato il livello.. credo sia una cosa ovvia, ma abbastanza taciuta). La generazione jeeg è anche quella che ha preso la valigia di cartone odierna (il trolley) ed è andata via.
    E’ stata anche la prima, che ha vissuto in un numero significativo di suoi nati, il concetto di sradicamento e di superamento della comunità nazionale/regionale che fu vissuto dai nostri bisnonni/nonni/genitori (a seconda della propria provenienza geografica). In questo noto una propensione molto italiana… piuttosto emigrare in Australia, Argentina e in altri posti lontanissimi, piuttosto che creare un movimento di rinnovamento non solo generazionale, ma culturale, quindi politico ed economico. Mi sono sempre chiesto il perchè di tutto ciò. Le storie dei tanti giovani italiani che tu racconti, mi cominciano a chiarire un pò le idee. Ma questo magari è argomento di commento ad un altro post.

    La generazione jeeg è molto più europea che italiana, ha la testa certamente a Parigi, Bruxelles, Londra, Barcellona, ma non totalmente il proprio corpo. Tra quelli che hanno avuto la ventura di andare all’estero, abbiamo una sottile remora (forse una piccola vergogna) per la nostra patria di origine (quando non è conscia, è immancabilmente inconscia). Se da un lato ci inorgoglisce parlare della bellezza delle nostre città, opere d’arte, ci è altrettanto difficile poter apportare un pizzico di mediterraneità nei paesi dove andiamo, che sia la cucina, il caffè espresso e la cartolina vacanziera per l’estate, ma è la cultura di integrazione e sincretica del mediterraneo che ha generato il diritto romano, la filosofia greca (e a cadere quella romana), la letteratura romanza, l’incontro e lo scontro, ma con il risultato di arricchimento culturale con l’altra sponda del mediterranea.
    Abbiamo lasciato alla Germania l’egemonia culturale, quindi politica di questa Europa. Improntata alla logica del rigore che tanto sa di etica protestante, dimenticando che l’Europa è anche l’etica nicomachea, l’etica della carità cristiana che ha generato sì l’antimodernismo di buona parte del Cattolicesimo, ma anche il suo contrario nella letteratura italiana, la visione francescana, il misticismo dei santi iberici. l’illuminismo, e a seguire la filosofia che da Cartesio arriva a Schopenauer. Senza passare necessariamente per Hegel.
    Abbiamo la testa nelle grandi capitali europee del Nord, ma i piedi, come tutte le generazioni che hanno preso la valigia in mano, ancora nelle nostre terre. Se oramai i livelli di “concambiabilità” dell’Italia sono tali da abbandonare l’impresa (e lasciare che la jeeg generation abbia al più il contentino di un PdC) forse è il caso di ibridare la mentalità europea attuale. La jeeg generation non è la prima generazione di italiani che emigra in massa, è sicuramente la prima generazione che emigra avendo sulle spalle anni e anni di buoni studi e alte professionalità. I margini per migliorare l’Italia e l’Europa non sono a Roma, ma altrove. In questo io vedo una speranza.

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    1. Caro Pietro, come sempre le tue analisi sono sempre dettate dalle tue conoscenze storico-filosofiche.
      Sulla germanocentricitá dell’Europa, ahimè, ormai è un dato di fatto e credo che per qualche decennio nulla cambierá. Hanno avuto la capacitá di guardare avanti, quando anche loro si sono ritrovati nella crisi più nera dal dopoguerra, a seguito della caduta del Muro. Ora sono solidi e pretendono rispetto, spesso in maniera presuntuosa, ma tant’è.
      Mi piace l’immagine degli Italiani, che hanno la testa all’Italia. Nel bene e nel male, mai si riesce a dimenticare il nostro Paese. Anche se spesso ci ferisce e ci tratta male.

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  9. Sì, è vero, la Germania ha saputo ricostruirsi, ripartire e ora pretende rispetto (in tutti i settori). A volte esagera, perdendo di vista un progetto molto più ampio e composito, che va da Lisbona, fino a Varsavia (forse anche Kiev), attraversando varie colorature che non sempre sono vicine alla tonalità della sua tradizione e della sua cultura. Unificare l’Europa è cosa ben più ardua (per via dei tanti substrati) di quello che fu l’unificazione degli USA (che comunque non avvenne in 1 giorno e senza rompere neanche un bicchiere). La Germania per me non sta sbagliando ora con la Grecia, ma sbaglió alla grande nel 2011. Sulla questione immigrazione, invece, tutti fanno gli gnorri…. mi ricordano certi altri che ben conosciamo nelle nostre contrade (qualcuno se ha letto Bukowski, ricorderà il celebre titolo di una sua raccolta di novelle).

    Tornando al post che citi, sulla generazione jeeg… bisogna individuare qual è la missione che la nostra generazione ha, nell’età della maturità (che è già iniziata da qualche anno, altro che nè carne nè pesce). Ho cercato di scrivere il mio pensiero al riguardo. Grazie per la solita ospitalità.

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