Dove ci porterà la trasformazione digitale?

H-Farm, Digitale, Industria 4.0, Rivoluzione industriale, Digitalizzazione
Gli ospiti dell’evento “La trasformazione digitale delle imprese”

Giovedì 7 Luglio ho partecipato al convegno La trasformazione digitale delle imprese, organizzato nella splendida location di H-Farm

L’argomento mi interessava molto, sia da un punto di vista professionale, sia personale, all’interno del filone lanciato alcune settimane fa su innovazione e sviluppo tecnologico. La rassegna ha permesso il confronto tra l’esperienza di aziende nate molto prima della trasformazione digitale (Miroglio Group e Nike) e quella di native digitali (Oval Money e Blablacar); nel mezzo, le considerazioni fatte dalla rappresentante di Key2people, società di recruiting. L’apertura è stata lasciata a Riccardo Donadon, fondatore e CEO di H-Farm e Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale. Vi riporto alcuni spunti, proprio partendo dai due primi interventi.

  1. H-Farm rappresenta l’espressione più lampante di azienda volta al digitale. La loro missione, tratta dal loro sito, è quella di “favorire la nascita di progetti che semplifichino l’utilizzo degli strumenti e dei servizi digitali a persone e ad aziende, supportando queste ultime nella trasformazione dei loro processi in ottica digitale“. La definizione corretta di H-Farm è acceleratore di start-up innovative, con una forte propensione alla territorialità delle stesse: oggi conta 550 dipendenti e un portafoglio investimenti che ha raggiunto i 17 milioni di € in 10 anni di attività. Essere partiti nei tempi giusti ha permesso a questa società di diventare un pilastro nel panorama italiano e europeo per ciò che concerne il digitale. Il che dimostra che, volendo, anche in Italia si può.
  2. Molto interessante l’intervento di Elio Catania, la voce più istituzionale dei partecipanti. Ha evidenziato che l’Italia ha un gap di investimenti nel digitale di circa 20-25 miliardi di €, rispetto agli altri paesi europei. Si può dire che dal 2000 in avanti il nostro Paese non ha più investito nella trasformazione digitale, con le conseguenze, che vediamo tutti, in termini di crescita delle aziende e di occupazione. Tuttavia, si è evidenziata una forte accelerazione negli ultimi 6 mesi, prima di tutto a livello di consapevolezza e anche a livello di impegno da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Si è finalmente compreso che “non è più tempo di programmi, bisogna passare alla fase di execution“: è una trasformazione di leadership (“se i leader, i managers delle imprese accolgono la trasformazione, questa avviene“), che deve portare a capire che la digitalizzazione non è “avere l’ERP o il sito web“, ma è un profondo cambiamento anche nella mentalità lavorativa.
  3. Benedetta Arese Lucini, CEO di Oval Money, si è soffermata molto sulla resistenza al cambiamento che nasce in antitesi alla digitalizzazione. Dice la Arese: “La resistenza al cambiamento nasce dal fatto che si sa quali posti di lavoro si perderanno, ma non si sa ancora quali nuove competenze la trasformazione digitale creerà“. Alcuni dati lo confermano: con lo sguardo orientato al 2020, il 65% dei bambini oggi in prima elementare faranno un lavoro che oggi non esiste; l’85-90% dei lavori richiederà competenze digitali; ci saranno oltre 750000 posti vacanti per professionisti ICT in Europa. Per riuscire a salire su questo treno che ormai è già lanciato in corsa, occorre accettare in pieno il cambiamento. Quando la Arese è stata assunta in Uber (prima di creare Oval Money), i suoi genitori le hanno chiesto: “Dopo che ti abbiamo pagato l’università, vai a gestire un radio-taxi?“. Il cambiamento di mentalità, già sottolineato da Catania, è fondamentale e occorre avere veri leader che credano in questa trasformazione ormai ineludibile.
  4. Ecco che per i manager diventa fondamentale avere skills completamente diversi. Lo ha spiegato bene Virginia Ghisani, della società Key2people: il primo passo, che si sta facendo attualmente, è individuare quali siano le competenze digitali necessarie; in seguito, si dovranno ricercare i profili che meglio rispondono a questi requisiti, sapendo però che attualmente il gap formativo è notevole. Inoltre, bisogna accettare il fatto che per i talenti digitali le politiche di retention saranno sempre meno efficaci: aumenterà la rotazione all’interno delle imprese e anche questo comporterà un rafforzamento dei processi, che non potranno essere troppo vincolati alla singola persona. E anche questo è un cambiamento davvero forte.

In conclusione, c’è un ultimo concetto, sottolineato da Benedetta Arese, che ritengo molto importante: il digitale crea trasparenza. Basti pensare a quanto si stiano diffondendo i sistemi di pagamento via app. Ci sarà sempre meno spazio per i furbetti che ancora non fanno lo scontrino: l’Italia sarà mai pronta per questo?

 

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