Cosa penso del referendum del 17 aprile

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Sarò chiaro: ritengo questo referendum sulle trivelle una boiata pazzesca. Uno spreco di soldi pubblici (l’ennesimo), un quesito farlocco, che non ha una portata nazionale tale da giustificare una chiamata alle urne, un conseguente e scarso interesse da parte di tutti. La probabilità che non si raggiunga il quorum, necessario in quanto abrogativo, è altissima. Il referendum, in realtà, ha soprattutto un valore politico, più che sostanziale, proprio per questo io andrò a votare e voterò SÌ.

Come spiegato bene negli articoli che ho riportato in fondo al post, l’impatto dell’esito referendario sarà irrilevante. Il mio sì vuole esprimere idealmente il mio assoluto disappunto per le politiche ambientali e energetiche portate avanti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, politiche come sempre cieche e lontane dalla parolina magica innovazione.

Un referendum sul petrolio è un referendum su una materia prima di cui disponiamo in quantità limitatissime (non siamo ancora diventati una succursale produttiva degli Emiri) e che per di più si esaurirà in qualche decennio. Stiamo cioè parlando di un orizzonte temporale di breve termine. Lavoro da alcuni anni nel settore delle energie rinnovabili, settore che avrebbe meritato un tessuto industriale forte e sostenuto dalle politiche governative, ma purtroppo ne constato quotidianamente le perduranti difficoltà. Si è dato impulso all’energia prodotta da impianti fotovoltaici e eolici soltanto con il vecchio metodo degli incentivi (metodo che oltretutto è stato applicato in tutti i paesi europei), drogando un apparato produttivo che si è sgonfiato drasticamente non appena gli incentivi sono stati bloccati. Il collasso del settore ha di conseguenza stoppato la ricerca, che avrebbe permesso di sviluppare prodotti innovativi e altamente tecnologici, unica arma per combattere l’invasione in tutto il mondo dei prodotti cinesi a basso costo. La ricerca avrebbe condotto in tempi molto più rapidi all’utilizzo di materiali di più facile smaltimento; avrebbe consentito di studiare prodotti con un impatto ambientale meno devastante, si pensi alle distese di campi fotovoltaici in Pianura Padana o alle pale eoliche che giganteggiano sulle Dolomiti o sulle coste pugliesi. Come sempre la visione del breve termine ha vinto su quella di medio-lungo.

Di conseguenza, ogni tentativo di rinascere o di investire in questo settore è fallito miseramente: è della settimana scorsa la notizia della chiusura di una società produttrice di pannelli fotovoltaici, qui nel Padovano, che da alcuni anni cercava di sviluppare e promuovere un nuovo pannello (una cella bifacciale, in grado di produrre energia da entrambi i lati). Un mercato inesistente in Italia e la perdita di alcune commesse nel Nord America, oltre ad un livello di esposizione finanziaria tremendo, hanno condotto l’azienda all’inevitabile chiusura.

Sarebbe necessario inoltre cambiare modo di produrre energia, più decentralizzato, demandato alle famiglie e alle imprese, investendo nell’autoproduzione e autoconsumo, orientandoci così alla realizzazione di una vera Smart Grid.

Ma non si deve parlare solo di generazione di energia: occorre lavorare sulle abitudini delle persone per ridurre i consumi: incentivare la riqualificazione energetica è lodevole, nella speranza che questa rimanga strutturale. Tuttavia questa iniziativa cozza con il persistente e ingiustificato incremento delle nuove unità abitative. Spuntano come funghi condomini e villette, ma per chi? La nostra popolazione è stagnante da anni, il nostro tasso di natalità è zero: andare ad abitare case nuove significa lasciare inutilizzate abitazioni vecchie. Perché allora non puntare sull’ottimizzazione di ciò che già esiste, facendo diventare di classe energetica più elevata ciò che oggi non lo è ancora?

Molto altro ancora si potrebbe dire su efficienza energetica e innovazione. Sarebbe utile, però, che si passasse anche all’azione, evitando di perdere tempo (e soldi) con referendum privi di senso.


Per approfondire:

Le ragioni del sì e del no – Marie Claire

Un po’di chiarezza sul referendum – National Geographic

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5 thoughts on “Cosa penso del referendum del 17 aprile

  1. Ciao Stefano.

    Condivido il tuo pensiero sul referendum. Penso che in molti voteranno si non tanto per il quesito in sé quanto per esprimere un disappunto generale sulla condotta del governo sul tema o (più banalmente) per dare contro al governo a priori.

    Io personalmente non amo questo uso dello strumento democratico, che pone domande di un certo tipo per raggiungere tutt’altri fini. Non credi che andare comunque a votare “per dare un segnale” rischi di incentivare altri referendum strumentali come questo in futuro?

    Ciao e complimenti per l’articolo
    Luca

    Liked by 1 persona

    1. Ciao Luca, grazie per il tuo contributo.
      Concordo, non ha senso utilizzare questi strumenti con un secondo fine. Ma è l’unico modo per trovare un valido motivo per andare a votare. Diversamente, non esprimere il voto credo sia peggio.
      A presto!

      Liked by 1 persona

  2. Ciao Stefano

    Poco dopo il mio voto, ho letto il tuo post e il commento di Luca e dirò la mia.

    A priori, trovo questo quesito referendario inutile. Inutile in quanto su tematiche tecniche. Si vota in linea teorica un parlamento che deve svolgere una funzione legislativa e il parlamento vota un governo che deve adempiere ad un potere esecutivo (in linea teorica, tra la legge e la sua applicazione, si esercita il diritto di voto per eleggere chi di queste cose se ne deve occupare). Lo strumento referendario andrebbe leggermente modificato e circoscritto a determinate tematiche.

    Purtroppo non oggi, ma negli anni 90, l’uso erroneo ed inflazionistico dello strumento ha contribuito alla disaffezione della popolazione verso lo stesso (si votò addirittura per l’abolizione dell’ordine dei giornalisti?!). Da allora, tranne che per il referendum sull’acqua, il quorum non è mai stato raggiunto. Quando si sono posti in essere quesiti referendari di valenza meno tecnica, ma più generale e di morale, sfruttando la disaffezione oramai generale, il cardinal Ruini invitò a non votare il referendum che voleva modificare, abrogando, la legge sulla fecondazione assistita in Italia. Fu un’entrata a gamba tesa e francamente mi diede fastidio.

    Purtroppo, non per buttarla sempre in politica, ma che l’invito all’astensione arrivi persino dalla 4^ carica dello stato, dalla 1^ carica esecutiva, stride un po’ con il mio concetto di istituzione e tutela del diritto al voto… anche se il quesito è inutile, troppo tecnico, e di valenza particolare e non generale (non è vero… se siamo una nazione, ciò che interessa la Sicilia, dovrebbe interessare anche me che vivo in Piemonte, cerchiamo di smetterla con questo regionalismo medioevale).

    Per cui io oggi ho votato!

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    1. Ciao Pietro, concordo con te, io sono piuttosto scettico sull’utilizzo indiscriminato dello strumento referendario. Nella maggior parte dei casi, lo ritengo un mezzo di alcuni politici, ormai caduti in disgrazia, di ritornare alla ribalta. Ai tempi, Mariotto Segni, che proponeva referendum per qualunque cosa e ogni tanto i Verdi, che non avendo più posto in Parlamento, tentano di farsi notare in altro modo.
      Sull’aspetto nazionale: nel post intendevo che questo referendum era astruso perchè proposto da alcuni consigli regionali. Questo fa capire quanto legame ci sia tra Stato e Regioni. Sono d’accordo con te, quando dici che c’è un Parlamento che deve dialogare con il Governo. Se la riforma della Costituzione fosse stata un po’meno “arruffata”, in teoria il Nuovo Senato dovrebbe rappresentare proprio le istanze regionali. Ma ho paura che diventerà un altro luogo dove nulla si combina.
      Grazie!

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