Non è solo una valigia da chiudere – Si viene e si va (due) #5

emigrazione, italiani nel mondo, si viene e si va

La scelta di fare le valigie e andare via dall’Italia non è facile come bere un bicchiere d’acqua. Il giro di chiave con doppia mandata con cui si chiude la porta di un passato recente dal quale ci si sta allontanando, ha un rumore metallico che rimbomba nella mente confusa per vari giorni e settimane. Tuttavia, come già accennato nelle precedenti puntate di Si viene e si va, chi pensa che emigrare sia la scelta più semplice o addirittura vigliacca, non ha capito proprio nulla. Cerco di sintetizzare alcuni aspetti: rispondono ai più classici luoghi comuni sugli expats, infatti posso confermare di averli vissuti direttamente sulla mia pelle e di averli ritrovati in rete, leggendo molti post di expats.

Sentirsi a casa. Dice Valentina dalla Germania:

E poi mi manca una casa MIA, fisicamente anche. Certo la mia casa è dove sono i miei affetti, ma è da un po’ che ho realizzato che vorrei proprio un posto fisico, un rifugio, un nido, in cui tornare, in cui accatastare i ricordi e gli oggetti a cui tengo.

Questa è una sensazione abbastanza diffusa, soprattutto dopo alcuni anni che si vive l’esperienza da expats. Ci si abitua ai traslochi, anche transoceanici, ci si abitua al cibo locale, alle tradizioni indigene, ma alla fine non ci si sente mai a casa propria. Non vi nascondo che, durante la nostra esperienza in Cina, non abbiamo mai aggiunto nulla all’arredamento che componeva il nostro appartamento. Proprio perchè non la sentivamo casa nostra. Oltretutto, molti credono che espatriare=attico a New York. Spesso ci si trasferisce in città di seconda o terza fascia, sconosciute al mondo civile e inoltre ci si ritrova a vivere in piccoli “loculi” di periferia o in desolate campagne, perchè il budget di affitto previsto dall’azienda (o da se stessi, quando si espatria per volontà propria) è ridotto al minimo. Altro che Upper East Side…

Che qualità di vita? Dice ancora Valentina:

È vero che all’estero si guadagna di più, ma è anche vero che il costo della vita è ben superiore, quindi alla fine la bilancia a fine mese non è così diversa da quella di prima a essere onesti. La qualità della mia vita è davvero migliorata?

La domanda va posta considerando le due situazioni che abbiamo visto nelle puntate precedenti. Per chi rientra nell’emigrazione controllata, è più probabile che ci sia un miglioramento, in particolare della condizione economica. Questo spesso conduce verso sfizi che normalmente non ci si concede (in Cina, penso ad esempio ai centri benessere oppure a ristoranti a buon mercato) e che magari diventano abitudini difficili da portare avanti in Italia. Nel caso dell’emigrazione volontaria/forzata, il discorso è differente: certamente, per chi in Italia non ha un lavoro, il fatto di riuscire ad avere uno stipendio consente quanto meno di vivere in maniera più dignitosa. Al contrario, se anche all’estero non si riesce a raggiungere un buon livello economico o un unico lavoro retribuito, a quel punto l’espatrio non ha rappresentato una soluzione e tornare in Italia rappresenta l’unica alternativa possibile.

“Trovi lavoro in un attimo!” Anche questo è un luogo comune tra i più alti in classifica. Dice Erika:

Quando sei all’estero hai bisogno di pagare un affitto e mangiare, esattamente come faresti a casa. Solo che quando sei via non hai il salvagente dei tuoi genitori o amici a cui aggrapparti quindi accetti qualsiasi lavoro. Accetti quello che nel tuo paese non avresti mai sognato di fare, come ad esempio il lavapiatti in nero per dodici ore al giorno sette giorni a settimana nel ristorante di turno. Da lì nel frattempo cerchi qualcosa di meglio e quando lo trovi lascerai il posto a qualcuno che, come te, è partito dal proprio paese per cercare una vita diversa.

Anche in questo caso, occorre distinguere tra le due situazioni: nel caso di emigrazione controllata, si riesce a pianificare tutto, si parte con le idee sufficientemente chiare, diretti in un posto dove le proprie competenze verranno riconosciute (si pensi, per esempio, ad un ricercatore). Nel caso dell’emigrazione volontaria/forzata, l’unico aspetto che si deve sicuramente prendere in considerazione, qualora ce ne sia bisogno, è quello del visto, che spesso rappresenta un vero scoglio da sormontare. Senza quello, cancelli chiusi. Ottenuto il visto, comincia poi la ricerca spasmodica di un lavoro, che consenta di mantenerlo. Si può partire dal sottoscala di un bar o di un ristorante, oppure dalla ricerca di una famiglia a cui serva una nanny: il tutto condito da una spruzzata di conoscenza della lingua. E vi pare poco?

valigia

Una nuova quotidianità. Abbiamo già conosciuto Isa, protagonista della puntata #3 Tango argentino. In un post del suo blog, che trovate in fondo e che vi consiglio di leggere, evidenzia come la sua vita da expat sia forzatamente diversa dallo standard cui era abituata prima. In un altro paese, cambiano completamente le prospettive: per esempio, la convivialità che per noi italiani è un must, all’estero non è contemplata o non è così importante. E poi, la difficoltà di esprimere emozioni in una lingua che non è la propria: dice Isa, con una nota di malinconia e di tristezza,

Non riesco più ad avere una conversazione divertente

perchè le sfumature di una lingua che non è la nostra non possono esserci note e quindi nei dialoghi ci manca il colore. E di conseguenza, anche i discorsi sono sempre piuttosto superficiali.

Provate a sommare tutti questi aspetti. Non sono aspetti di cui lagnarsi, come dice Isa, ma sono aspetti reali, di vita vissuta. Che rispondono a quanti pensano che chi va all’estero lo fa per poter finalmente condurre una vita da sceicco, per poter visitare i posti più esotici, per fare la bella vita. Salvo poi scoprire che la bella vita, spesso, ce l’abbiamo solo qui in Italia. Ed ecco che allora, quella valigia, non è poi così facile da chiudere.


I riferimenti di questo post:

5 motivi per cui la vita da expat non fa per me – tratto dal blog Amiche di Fuso

Non chiamateci fortunati. Non chiamateci coraggiosi – tratto dal blog Barefoot in London

Quello che le blogger non dicono – tratto dal blog Versione Argentina

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12 thoughts on “Non è solo una valigia da chiudere – Si viene e si va (due) #5

  1. Sai che per me la cosa strana è non essermi mai sentita molto a casa quando vivevo in Italia? A Milano per esempio, nonostante ci abbia abitato sia da sola che in coppia, non sono mai riuscita a sentire le case come mie, ad aggiungerci troppi elementi di arredo o personalizzazione. Mi sono sempre sentita molto di passaggio. Al contrario quando sono arrivata a Barcellona e ho trovato la mia scatola di fiammiferi, mi sono sentita magicamente a casa, come mai mi era successo altrove. Ed è stata una sensazione bellissima. Continuo comunque a sognare una casa che un giorno potrò chiamare veramente mia, in cui i ricordi si possano accatastare senza aver paura di doverli traslocare un giorno (e niente, sono traumatizzata dai traslochi…quello che si approssima sarà credo il 15º!)

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    1. Ti credo Giulia. So che la tua scatola di fiammiferi é stato un bel rifugio, lì dentro trovavi le tue sicurezze. Forse a Milano ci trascorrevi troppo poco tempo, può essere?
      E poi c’è sempre la Sardegna.
      Tu sì che sei cittadina del mondo!

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      1. In casa a Milano, dici? Forse, può essere che la casa fosse solo il punto di arrivo dopo giornate stressanti a correre fra metro e straordinari in ufficio. Ma a maggior ragione avrei dovuto sentirmi “a casa” una volta passata la porta. Invece no. Probabilmente Milano era semplicemente il posto sbagliato per me.
        E certo c’è anche la Sardegna, ma quella è la mia casa “da piccola”, e quando sto lì è come tornare bambini, mi avevi detto che ti succede qualcosa di simile quando torni in Piemonte 🙂

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        1. Esatto, intendevo in casa a Milano. Trascorrendo poco tempo (ricordo dai tuoi racconti che le tue giornate in ufficio erano piuttosto lunghe), forse la casa era vista solo come il letto in cui dormire.
          Verissimo, per me Mondovì è la casa dove ho trascorso gran parte della mia vita, ma poi c’è anche Torino, dove ho trascorso 8 anni splendidi, ma comunque sempre di passaggio.
          Ma quindi cosa ne sarà della scatola di fiammiferi? 😉

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            1. Quando ho chiuso la mia casa di Suzhou, nonostante non la sentissi mia, ho avuto una sensazione di nostalgia. In fondo quelle pareti avevano visto 3 anni della mia vita. Io forse non ero stato troppo affettuoso con quelle pareti, le avevo lasciate un po’ spoglie, ma loro non si erano mai lamentate e mi avevano custodito al loro interno.
              Per cui capisco bene che sensazione tu stia provando per un posto che hai amato. Ti auguro di trovarne una altrettanto accogliente, anche se non so se avrá la vista sul mare che ci hai sempre raccontato.

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  2. C’è differenza tra il partire per viaggiare e il partire per emigrare.
    Quando si va verso l’ignoto per scoprirlo e viverlo ci si sente “empowered” e anche se si hanno meno cose materiali e si fatica a orientarsi non se ne sente il peso, perché si è vivi come probabilmente non lo si è mai stati in Italia.
    Quando invece ci si scontra con l’immigrazione e la sua burocrazia, le attese insulse, gli avvocati che se ne approfittano, le miriadi di rifugiati che, giustamente, ti passano davanti, allora ci si può sentire in trappola e l’Italia che, fino a ieri, volevi tanto evitare, diventa un’oasi di affetti e manicaretti che vorresti tanto poter rivedere.

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    1. Ciao Lisa, hai perfettamente ragione.
      Con questa puntata volevo un po’chiudere il cerchio della seconda stagione di Si viene e si va. Volevo evidenziare che spesso ci si ferma al luogo comune che “chi va all’estero, va a stare meglio”, senza in realtà sapere di cosa si stia parlando. Hai detto bene: molti pensano che emigrare sia paragonabile all’andare in vacanza. E non è così. Le mille testimonianze che si trovano nei blog degli expats, nelle interviste, testimoniano che se da una parte c’è la serenità dell’aver magari trovato un equilibrio, almeno da un punto di vista lavorativo e economico, dall’altra non si nascondono le difficoltà e i sacrifici fatti. E questi ultimi, a volte, possono essere più pesanti del valore dei benefici.
      Bentornata da queste parti e a risentirci presto!

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  3. Proprio oggi in un gruppo di expats italiani a Buenos Aires, un impiegato del consolato molto attivo sul web diceva che capitano sempre più spesso casi di giovani italiani che gli si presentano in consolato chiedendo aiuto (economico) per tornare in Italia. Non hanno idea di dove sono andati a finire, sono venuti qui aspettandosi l’argentina del 1850 (in questo senso sono colpevoli quanto gli argentini che parlano dell’Italia come se fosse la stessa di cent’anni fa quando sono partiti i loro nonni). Non riesco proprio a mettermi nei panni di chi va a 12.000 km da casa senza neanche i soldi per il biglietto di ritorno.

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    1. Hai perfettamente ragione, Isa. Non si può pensare di iniziare un’avventura di questo tipo, a 100, 1000 o 10000 km di distanza, senza la necessaria conoscenza e senza aver studiato preventivamente il posto in cui si è diretti. In questo modo si perde tutto il valore aggiunto che un’esperienza del genere potrebbe dare.

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