Emigrare sì, ma per fare cosa? – Si viene e si va (due) #4

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Nella puntata #2 Emigrare sì, ma perché?, mi sono soffermato sui motivi che possono indurre alla scelta dell’emigrazione, sottolineando due modelli che derivano dalla necessità di lasciare il proprio paese: per Denise, la protagonista della puntata #0, una grande opportunità di carriera la portava a optare per un trasferimento da Londra a Singapore (emigrazione controllata), mentre per Isa, ospite della puntata precedente, la voglia di dare una spallata al precariato ha aperto le strade dell’Argentina (emigrazione volontaria).

Di che cosa si occupano gli emigranti all’estero? Nelle interviste di Si viene e si va abbiamo conosciuto situazioni molto diverse: managers, freelancers, softwaristi, scrittori, bloggers, per citarne alcune. Non sempre sono le professioni praticate in Italia: è il caso di Mariantonietta, che, nel seguire suo marito in Cile, si è inventata la cucina terapia, raccontata nel suo blog; oppure Giulia, che ha abbandonato la frenesia del suo lavoro milanese per aiutare le future mamme in una clinica di fecondazione assistita a Barcellona. C’è chi va all’estero sapendo perfettamente cosa andrà a fare, c’è chi parte solo con uno zaino in spalla; c’è chi spera in una crescita professionale (e questo normalmente riguarda l’emigrazione controllata), c’è chi parte alla ricerca di nuovi stimoli o per ritrovare se stessi (tipico dell’emigrazione volontaria/forzata).

L’emigrare, nella maggior parte dei casi, regala dei punti interrogativi. Ma mentre per Denise le questioni ruotavano soprattutto intorno alla gestione del cambiamento, non sempre le prospettive sono così positive. Isa, in un suo post (in fondo il link al post completo), sottolinea il concetto di downshifting che spesso riguarda l’emigrazione volontaria/forzata. Dice Isa:

Chi fa downshifting solitamente lascia un lavoro riconosciuto dalla società, di tipo intellettuale e molto esigente in termini di tempo (ad es. manager) per dedicarsi ad attività manuali considerate inferiori rispetto alla classe sociale di provenienza (ad es. artigiano, contadino). […] Ho lasciato (o meglio, mi ha lasciato) un lavoro d’ufficio socialmente riconosciuto con contributi e forse un giorno la pensione, per dedicarmi al freelancing in un altro paese (ricominciando da zero).

Nel caso dell’emigrazione forzata, il quadro è tutto da disegnare, per cui il rischio di downshifting è molto alto e può riguardare l’aspetto professionale, la location o la qualità di vita. Non sempre l’equazione emigrazione volontaria/forzata – downshifting è automatica. Se consideriamo il caso dei ricercatori universitari, andare all’estero spesso significa costruirsi una carriera professionale che in Italia non ci sarebbe: basti pensare al matematico che, nonostante una scintillante carriera all’estero, ha ricevuto un secco rifiuto da parte del Politecnico di Torino, in quanto “un valido ricercatore, ma non un’eccellenza”. Neanche a dirlo, ha preferito rimanere all’estero, dove la sua professionalità è opportunamente riconosciuta. Nel caso di Isa, invece, oltre al cambiamento professionale, c’è anche stata una riduzione della qualità di vita:

ho lasciato il primo mondo, il suo benessere, la sua sicurezza, per andare in Sud America dove alcuni prodotti o servizi non esistono e ci sono abitudini e culture diverse.

Infine c’è il caso di chi, pur di portare avanti la propria professione, sceglie locations poco allettanti o magari poco battute da expats. Isa ci diceva che per un freelancer in un certo senso un posto vale l’altro, in quanto con un computer e una buona connessione internet l’ufficio si può realizzare ovunque. Per professioni meno adatte allo smart working, la scelta della location è fondamentale, perché bisogna essere sicuri che la propria professione sia effettivamente richiesta. Ecco quindi che potrebbe essere utile trasferirsi temporaneamente con l’obiettivo di sondare il terreno, per capire se una città è meglio di un’altra, rendersi conto del costo della vita, chiarirsi le idee a 360°. In questo senso vengono in aiuto delle occupazioni che in Italia sono poco conosciute (e probabilmente anche non riconosciute). Ve ne propongo in particolare due.

Au pair (ragazzo/a alla pari). Sul sito www.aupairworld.com si trova la definizione:

un giovane di età compresa tra i 18 e i 30 anni che non è sposato e non ha figli e che, per un determinato periodo di tempo, decide di fare un’esperienza all’estero diventando parte di una famiglia ospitante. L’au pair, che diviene un fratello o una sorella maggiore, sostiene la famiglia prendendosi cura dei bambini e dando una mano nelle faccende domestiche. In cambio del proprio aiuto il giovane riceve vitto e alloggio gratuiti, nonché una paghetta. Un au pair tuttavia non è né una donna delle pulizie né una babysitter.

Aupair, ragazzo alla pari, scambi
(immagine tratta dal sito http://www.scambieuropei.info)

Uno degli aspetti più interessanti è l’opportunità di integrarsi con la cultura del posto, vivendo con la famiglia ospitante come un membro effettivo; si imparerà sicuramente la lingua ed è molto formativo, perché pone il/la ragazzo/a di fronte ad uno stile di vita che probabilmente sarà molto diverso dal nostro. In questo modo si riesce ad avere un quadro chiaro e si è in grado di capire se la destinazione scelta è quella giusta.

Housesitter. L’housesitter è colui che si prende cura di una casa, il cui padrone vive temporaneamente o per un periodo prolungato da un’altra parte. Il vantaggio è avere una casa “propria” da accudire, senza pagare l’affitto: sostanzialmente, la conduzione della casa è la tariffa. A questo link, tratto dal blog Italiansinfuga, potete trovare qualche dettaglio in più.

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La locandina del film Housesitter


Quanto ha pesato il downshifting nella scelta vostra o di qualche vostro amico/conoscente che è espatriato?


Per approfondire:

Downshifting vs. Sideshifting – tratto dal blog Versione Argentina

Ragazza alla pari – tratto dal blog Italiansinfuga

Il matematico di Vienna rifiutato dal Politecnico – tratto da La Stampa

Le 7C e la gestione del cambiamento – la puntata #0 di Si viene e si va (due)

Le due stagioni di Si viene e si va

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8 thoughts on “Emigrare sì, ma per fare cosa? – Si viene e si va (due) #4

  1. Quando ho lasciato l’Italia per Barcellona non avevo idea di dove sarei finita, lavorativamente parlando. Ero stanca di uffici, capi con manie di grandezza, gerarchie. Il lavoro in Clinica è iniziato con 6 mesi di front-office, che per rendere la cosa più chiara era praticamente reception + amministrazione. È stato un downshifting perché la mia laurea in economia e i miei anni di esperienza in grandi aziende sono finiti in un angolino, anche se volontariamente. Sapevo di poter fare anche altre cose che in Italia non avevo mai avuto modo di praticare come volevo, prima fra tutte lavorare grazie alle lingue straniere. Però non dimenticherò mai l’impatto iniziale del primo giorno seduta alla reception della Clinica: otto ore seduta di fronte alla porta ad accogliere le pazienti e a dirle in che sala dovevano andare. Basta. Mi veniva da piangere, e ho avuto seria intenzione di non tornare il giorno dopo. Poi per fortuna ho fatto un po’ mente locale e mi sono appoggiata sulla forza che un’esperienza completamente nuova poteva darmi, meno male 🙂

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    1. Giulia, grazie di aver aggiunto questo particolare della tua esperienza. A me era capitata un’esperienza del genere durante i miei primi mesi di lavoro subito dopo la laurea: mi ero ritrovato a spostare banchi di lavoro per un rilayout del reparto in cui lavoravo. Tra me pensavo: 5 anni di ingegneria buttati nel cesso. Ed ero in Italia! Non oso immaginare quello che può passare per la testa di una persona che, non solo sta facendo un lavoro più “basso”, ma in più lo sta facendo in un posto che non conosce!
      Per cui questo aumenta ancora di più la grandezza della tua scelta, brava!

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  2. Credo sia difficile immaginarsi come sarà la vita all’estero. In genere chi scappa volontariamente sa benissimo di non voler ripercorrere gli stessi passi compiuti in Italia e pensa che basti cambiare Paese perché la sua storia riprenda da dove era terminata. Invece non è così. A volte bisogna retrocedere, a volte si scopre che certi treni sono già passati, altre che si può vivere bene anche facendo qualcosa di diverso rispetto a quello a cui si anelava in Italia.

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    1. Ciao Isa, grazie del contributo. Credo tu abbia ragione, del resto nel tuo post che ho utilizzato per spiegare il concetto di downshifting (concetto, peraltro, che non conoscevo) lo spieghi molto bene e con grande chiarezza.
      Mi rendo sempre più conto che chi deve fare una scelta del genere deve essere consapevole prima di tutto di trovarsi di fronte ad un rischio. Un po’come per gli investimenti, quelli obbligazionari sono quelli che rendono meno, perchè hanno un rischio minore, quelli azionari rendono di più. Emigrare è nella maggior parte dei casi un rischio “azionario” e, forse, anche “reazionario”.
      Grazie ancora!

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  3. Come dici tu emigrare ha sempre dei grandi punti interrogativi, anche quando lo fai per scelta, o ti sembra l’unica via percorribile, o vai a vivere nel piú bello dei posti, resta comunque un posto sconosciuto. Anche nella migliore delle ipotesi bisogna rimboccarsi le maniche e ricominciare, richiede sforzo ma impari a credere in te stesso, in quello che sei, in quello che vali. É un continuo mettersi alla prova e anche le esperienze negative servono…. forniscono la determinazione per andare avanti. Ci sono stati dei momenti in cui ho pensato, come te, tanti anni di studio buttati via, ma se penso oggi alla persona che sono be… lo devo anche a quello e giá solo per questo non li ho buttati via, ho dovuto reinventare il mio lavoro. Sistemando le scatole, le casse, i bauli dopo ogni trasloco penso che la nostra vita è un continuo incrociarsi di strade, di persone, di esperienze che costituiscono un bagaglio di ricordi ed emozioni che porti sempre con te. Credo che ognuno di noi viaggiatori porti con se qualcosa di speciale che custodisce….dopotutto.

    Sono tornata… dopo una lunga assenza 🙂
    Un abbraccio

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    1. Carissima, bentornata! Ho visto che il blog ha ricominciato a sfornare qualcosa, ma non ho avuto ancora il tempo di leggere con calma, prometto di farlo in questi giorni.
      Condivido tutto quello che dici. Nel tuo caso, poi, ancora di più hai dovuto tirare fuori energie supplementari per inventarti ciò che non c’era e crearti una nuova dimensione. E questo ti rende davvero spettacolare!
      Sono contento che la Mariantonietta bazzichi dinuovo sulla rete! A presto!

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      1. Grazie Stefano anch’io sono contenta. Non preoccuparti, so quanto puo’ essere complicato riuscire a coniugare blog, lavoro e “vita”. Ci piacerebbe leggere e commentare i post di tutti ma non sempre ci si riesce. Cercheró di dedicare un paio di giorni a settimana a questo 🙂
        Adesso che questo si é trasformato nel mio lavoro devo ammettere che c’e’ una gran soddisfazione ed é bello quando la mattina apro la posta elettronica e trovo gli e-mail di persone che mi scrivono chiedendomi consigli o semplicemente per dirmi: “hai proprio ragione”
        Un abbraccio e a presto

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        1. Se guardo quanti arretrati ho tra i blog che seguo, mi vergogno. Ma purtroppo bisogna fare delle scelte. Io sono sempre stato molto puntuale nella lettura, ma ormai seguo veramente troppe cose e anche il mio blog ne risente. Non riesco ad essere abbastanza concentrato per portarlo avanti come vorrei. Ci sono dei giorni in cui, pur avendo l’idea per scrivere, mi manca proprio la concentrazione. Magari è un momento passeggero, ma forse hai ragione tu, bisogna decidere di pianificare il tempo per la lettura. Proprio l’altro giorno leggevo un post sul time management e devo dire che sta diventando sempre più fondamentale.
          Grazie per il tuo contributo e a presto!

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