Imparare a disimparare

Unlearning, Docufilm, Basdonne, Baratto, Viaggio
La locandina del docufilm Unlearning

Negli ultimi anni è salito alla ribalta il concetto di sharing economy, grazie soprattutto alla diffusione di piattaforme ed applicazioni che ormai caratterizzano la nostra quotidianità. Tuttavia, il rischio è quello di fare un po’di confusione e di considerare all’interno di questa definizione qualcosa che di sharing ha davvero poco. Per fare chiarezza, vi riporto alcune definizioni, tratte da un interessante articolo di Wired (in fondo al post il link all’articolo completo):

  • Economia collaborativa: è un sistema economico di reti e marketplace decentralizzati che sfruttano il valore di proprietà sottoutilizzate sposando bisogni e offerte secondo logiche che evitano i tradizionali intermediari.
  • Economia condivisa (sharing economy): è un sistema economico basato sulla condivisione, gratuita o dietro una tariffa, di servizi o proprietà sottoutilizzate direttamente dai privati.
  • Consumo collaborativo: è la riedizione di tradizionali atteggiamenti di mercato – affittare, fare un prestito, scambiare, barattare, condividere, regalare – attraverso la tecnologia e in modi e dimensioni prima di Internet impossibili.
  • Servizi on-demand: piattaforme che fanno incontrare direttamente le necessità dei clienti con i fornitori di servizi per erogare o consegnare all’istante beni e servizi.

Le definizioni derivano dai trattati di Rachel Botsman e Roo Rogers,  considerati da molti i principali teorici di questo nuovo approccio economico e autori di What’s mine is yours. Stando alle definizioni, servizi come Enjoy o car2go, molto diffusi nelle grandi città come Milano e Roma, non possono rientrare in un concetto di sharing economy: se da una parte l’attenzione del consumatore si sposta dal possesso di un bene (l’auto) all’utilizzo dello stesso, messo a disposizione da una società terza a cui viene corrisposta una tariffa (alla stregua di un mezzo pubblico o di un taxi), dall’altra però ci potremmo trovare di fronte al caso estremo in cui l’intera flotta di vetture è circolante ed ognuna di esse ha il solo conducente a bordo. Dunque è un servizio on-demand, il cui beneficio va ad impattare sulle abitudini e sulla comodità dei consumatori, ma il fatto che la stessa vettura possa avere utilizzatori diversi non implica un concetto di sharing. Concetto che invece è alla base di un servizio come Blablacar, in cui ciascun iscritto mette a disposizione la propria vettura, condividendo effettivamente il mezzo per viaggi e spostamenti.

Ancora diverso è il concetto di consumo collaborativo, che ho avuto modo di apprezzare nell’esperienza di Lucio Basdonne e la sua famiglia, autori e protagonisti del docufilm Unlearning: per sei mesi, Lucio e sua moglie Anna, con la piccola Gaia, hanno abbandonato la propria casa, le occupazioni e la scuola per intraprendere un viaggio in autostop, sfruttando le risorse che Internet mette a disposizione per l’ospitalità gratuita oppure lo scambio lavoro (offro il mio lavoro in cambio di vitto e alloggio). In questo viaggio cinematografico, che dura poco più di un’ora, si scoprono comunità che vivono delle risorse dell’agricoltura e dell’allevamento; famiglie che vivono itineranti, la cui casa è il mondo; famiglie che hanno realizzato progetti di co-housing, costruendo da zero condomini con ampie zone in comune e con bassissimo impatto ambientale; una famiglia che vive del cibo prelevato dai cassoni della spazzatura dei supermercati; famiglie che praticano l’house schooling, gestendo autonomamente la formazione dei bambini.

Un’esperienza davvero forte e singolare, che -ammetto- sarebbe difficile da ribaltare in toto sulla mia vita quotidiana, ma dalla quale ho tratto comunque una serie di spunti positivi:

  1. Out of Comfort: nella homepage del sito, i protagonisti scrivono: “ma se lasciassimo la zona comfort della nostra esistenza, disimparando la religione del comfort per condividere i tempi, gli spazi, le logiche, i meccanismi di relazione con chi ha un concetto diverso di famiglia?“. Aprire la propria esperienza ad altri stili di vita, ad altri modi di pensare e ragionare, ad altri mondi diversi dai nostri, ma non necessariamente paralleli: quanto avremmo il coraggio di abbattere le mura della nostra esistenza ovattata, programmata e definita? Quanto siamo in grado di rendere più fluida la nostra vita, cancellando i pregiudizi e i falsi miti che governano la nostra comfort zone?
  2. Vivere, non sopravvivere: è uno dei messaggi che ho apprezzato di più. Una famiglia, come tante, (pre)occupata dal lavoro quotidiano per poter pagare il mutuo, mandare la bambina a scuola, comprare tutto ciò che serve per avere una vita dignitosa. Eppure, arrivare a fine giornata e rendersi conto che non si hanno le forze per trascorrere un po’di tempo insieme ai propri familiari: è vita questa? O soltanto spirito di sopravvivenza?
  3. Avere tempo: una sera è il momento di spegnere la luce in tenda e Gaia chiede a suo papà: “possiamo guardare le stelle?“. Come dicevo anche prima, vivere significa anche e soprattutto avere tempo di dedicarsi a ciò che non è strettamente necessario, ma che porta ad una qualità di vita migliore.
  4. Vivo oggi: dice una ragazza intervistata da Anna: “sono più aperta all’inaspettato, più fragile, più sensibile; […] non ho una vita pronta da dare ai miei figli”. Siamo sicuri che una vita meno programmata, meno orientata al futuro sia una vita meno piena e alla fine meno riuscita?

Per chi avesse già visto Unlearning, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, lasciate le vostre considerazioni nei commenti. Per chi non lo avesse ancora visto, consiglio di cercare una sala che lo proietti (non sono molte) e di trascorrere una serata a bocca aperta. Ne vale la pena.


Per approfondire l’argomento:

Che cosa (non) è la sharing economy – Wired

I lati oscuri della sharing economy – Pandora

Unlearning- il sito

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14 thoughts on “Imparare a disimparare

    1. Come accennato nel post, per me anche è molto difficile pensare ad un cambio di vita così radicale. Tuttavia, mi piace pensare all’idea di eliminare un po’il superfluo, di tornare a vivere con meno e soprattutto di guadagnare tempo. Perchè solo così la qualità di vita migliorerà.

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  1. beh, senza necessariamente fare scelte radicali come “abbandonare tutto per sei mesi” (scelte che comunque, a volte, possono servire, per dare una svolta alla propria esistenza), si può stare tranquillamente sul margine della comfort zone e godere di esperienze e tempo diversi da quelle considerate come “consuete”. scambio di ospitalità, banca del tempo, condivisione di spazi (fisici e mentali), co-autoproduzione non sono solo modi per sopravvivere alle malsanità dell’attuale sistema economico, sono gran bei momenti di vita che possono mettere in pratica tutti, ma proprio tutti, e magari diventano poi anche il punto di partenza per un cambio radicale di vita (ma per me, in questo caso, ci vuole almeno una di due condizioni: o tempo, non è una cosa che si improvvisa, o disperazione, ma deve essere proprio tanta)

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    1. Sono d’accordo con te, adp. Io non mi sentirei pronto (almeno adesso) a compiere una scelta così radicale. Però mi interessa molto valutare le opzioni che dici tu: il collega che ci ha consigliato la visione del film, per esempio, da un po’di tempo si dedica all’autoproduzione, coltivando un orto. Chissà che prima o poi non abbia anche io uno “scatto” di questo tipo!
      Grazie per il contributo.

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  2. Lo voglio vedere!
    Il tema mi interessa molto, e qui la gente è molto attiva nel mettere in pratica diversi aspetti della sharing economy. Il più comune, come in molti altri paesi credo, è quello dei gruppi d’acquisto per frutta e verdura. A Barcellona ci sono anche molti orti urbani per esempio, autogestiti dagli abitanti del quartiere.
    Sempre più diffuso, anche se un po’ più di nicchia, è invece la coabitazione: qualche mese fa sono andata con degli amici a vedere uno di questi progetti, in un bellissimo posto di montagna a un’oretta di macchina da Barcellona, chiamato Cal Cases (qui il loro sito: http://calcases.info/?page_id=6). Una trentina di persone, hanno restaurato un casale e ora ci vivono tutti insieme, ognuno con un proprio spazio in cui dormire, ma condividendo cucina e bagni; ognuno di loro poi deve partecipare all’economia della mini-comunità, lavorando nell’orto ad esempio, oppure condividendo una parte dei suoi guadagni se ha un lavoro fuori dalla comunità.
    A me piace molto pensare che ci si possa organizzare anche così, e sentendo il parere di altri amici, pare sia una soluzione più vantaggiosa se hai famiglia e bambini. Le spese per vivere in città infatti sono sempre più alte, e autogestirsi con un progetto del genere può essere una soluzione.
    Qualche mese fa (e ora chiudo il papiro), ho visto anche una bellissima mostra sul tema dell’abitazione e di vari progetti innovativi che sono stati messi in pratica a Barcellona e Medellin (Colombia) : qui il link se a qualcuno interessa dare un’occhiata, soprattutto a foto e video in fondo alla pagina.

    Grazie come sempre dei bei spunti che ci dai con i tuoi articoli!

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      1. Grazie a te Giulia, come sempre attenta e partecipe.
        In effetti il co-housing di cui parlavano all’interno del docufilm era proprio quello che racconti tu. Non ricordo se fosse ristrutturazione o nuova costruzione, ad ogni modo varie famiglie avevano deciso di partecipare assieme al progetto, con l’obiettivo di ridurre i costi. Ovviamente tutto volto anche al risparmio energetico (per esempio, con l’utilizzo di pannelli fotovoltaici). Indubbiamente un bel modo di ridurre la cementificazione e gli spazi occupati.
        Ti dirò che la parte che mi ha “sconvolto” di più è quella della famiglia che, senza problemi, va a scovare il cibo nelle spazzature dei supermercati: confezioni ancora chiuse, arrivate ormai alla data di scadenza e di conseguenza cestinate. Fa un po’tenerezza la bambina che ad un certo punto dice: “Papà, questo non lo mangio perchè è sporco di spazzatura!”. Però, al di là del fatto che si possa ritenere accettabile o addirittura dignitoso, la riflessione da fare è sulla quantità di cibo che veramente si butta nel mondo intero. Basterebbe a risolvere almeno in parte il problema della fame nel mondo.
        Grazie ancora del contributo!

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        1. Il tema cibo è un tasto dolente. Mi è capitato una sera di passare di fronte a una panetteria (parte di una catena) in centro alle 9 di sera e la dipendente stava proprio in quel momento raccogliendo tutti i croissants avanzati del giorno…e ci riempiva enormi bustoni dell’immondezza. Sono rimasta scioccata, e poi informandomi ho saputo che la legge locale vieta di regalare i prodotti freschi invenduti, vanno buttati e basta. Pena una multa salata. Ovviamente una cosa assurda. Funziona così anche in altri paesi, avevo conosciuto una ragazza francese che a Parigi era membro del movimento “déchétarien” – cioè coloro che frugano fra i rifiuti (déchets) dei supermercati a fine giornata per raccogliere quello che è ancora commestibile. E non era una ragazza che avesse fatto chissà quale scelta di vita radicale, anzi.

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          1. Sono d’accordo. Non capisco però per quale motivo si debbano fare delle leggi che vietano di eventualmente donare il cibo al termine della giornata lavorativa. Così come ci sono negozi di cibo fresco (tipicamente pescherie) che dopo una certa ora fanno una sorta di “fuori tutto”, non vedo perchè una panetteria non possa svendere o regalare (dopo la chiusura definitiva) ciò che è avanzato. Ovviamente c’è un discorso morale da fare (regalo la roba fresca del giorno oppure anche di due o tre giorni fa?), ma qui si entra nell’etica.
            La domanda è: quanto per noi sarebbe dignitoso andare a frugare nella spazzatura? Io credo che ne faremmo prima di tutto un discorso di onore, non andremmo a pensare minimamente all’aspetto sociale del “non butto via la roba”. O no?

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            1. Si sono d’accordo che poter donare gli invenduti dovrebbe in qualche modo essere regolamentato per evitare gli abusi.
              Per quanto riguarda il recuperare dall’immondezza, è vero, anche per me è un discorso di dignità. Per mantenere una coerenza etica, io preferirei mettermi d’accordo con il negoziante e chiedergli di mettere da parte e “fingere di buttare”, piuttosto che andare a cercare fra i cassonetti. Forse il rischio di estremizzare il concetto di “sharing” e consumo etico è sempre dietro l’angolo.

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    1. Ciao Romeo, benvenuto nel blog! Non è facile trovarlo nelle sale, lo passano soprattutto nelle sale che fanno film d’essai. A Padova però ha fatto un grandissimo successo, infatti replicano il 24 febbraio. Se hai l’opportunità, te lo consiglio.
      A presto!

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