Quella (non) domanda al colloquio

colloquio di lavoro, curriculum vitae

Avevate indossato il miglior tailleur o la migliore cravatta su un completo quasi da cerimonia. Vi sembrava che il colloquio fosse stato incisivo ed efficace come non mai, l’intervistatore vi aveva dato segnali confortanti. Eravate quasi certi che il lavoro fosse vostro. Nell’attesa della telefonata, avete deciso di festeggiare in anticipo e così avete preso parte ad una sbronza epocale, certificata da un accurato servizio fotografico su Facebook. Chissà come mai, la telefonata d’assunzione non è mai arrivata.

Wired ci viene in aiuto e ci spiega perché: nel suo articolo Il 35% dei reclutatori boccia i candidati a causa di Facebook viene detto chiaramente che ciò che pubblichiamo può diventare oggetto di analisi in fase di recruiting. È giusto o sbagliato?

Partiamo da un assunto: il concetto di marketing nel ventunesimo secolo è completamente cambiato. Internet ed in particolare i Social Network hanno reso fruibile una quantità esorbitante di informazioni, recuperabili da fonti, giornali o riviste di tutto il mondo e in tutte le lingue. Se penso che quando facevo il Liceo le ricerche si potevano fare soltanto in biblioteca! È evidente che nel giro di vent’anni tutto è stato stravolto. Nonostante l’impegno da parte dei principali players di garantire al massimo la riservatezza delle nostre informazioni, per quanto si cerchi di proteggere noi stessi, siamo pubblici. Avere un account Facebook, Twitter o Linkedin comporta inevitabilmente la nostra presenza in piazza, dove ci mettiamo la faccia, nel vero senso della parola e per di più in maniera consapevole. Che non si dica che i Social rubano informazioni: se il candidato/a decide di postare le foto della sbronza di cui sopra, in cui la bellissima cravatta del colloquio è intorno alla fronte a mo’di bandana o la gonna del tailleur è stranamente diventata inguinale, non si può pretendere che queste foto rimangano sul pc, a meno che non si imposti la totale privacy sui contenuti dell’account. Se dunque consapevolmente avete deciso di farci sapere quanto vi siete divertiti quella sera (anche se non so quanta consapevolezza ci sia durante una sbronza), dovrete essere altrettanto consci che chiunque potrà vedere le vostre gesta. Anche il recruiter, che è attivissimo su Facebook. E dunque, se cambia idea riguardo le vostre performances, investigando il vostro profilo, non ci vedo nulla di male: del resto, il cambiamento del concetto di marketing riguarda anche la persona, non solo il prodotto.

Non a caso, nell’articolo si dice che occorre “diventare, almeno un po’, social media manager di voi stessi”: non si può pensare di sproloquiare sul proprio profilo Facebook, senza che questo possa in qualche modo essere considerato. Certamente ci si può appellare alla libertà di espressione, di stampa, di parola; si può cercare di convincere il nostro interlocutore che la nostra vita privata non influisce in alcun modo sul lavoro: tuttavia mi sembra giusto che i recruiters, che siano interni all’azienda, che siano società esterne, cerchino di avere quante più informazioni e referenze possibili. Del resto, sul curriculum ognuno può scrivere ciò che vuole e anche in fase di colloquio si può essere degli splendidi attori: ho fatto colloqui in Cina a persone che a livello di CV sembravano Einstein, salvo poi scoprire nel 90% dei casi che a malapena parlavano l’inglese (il cui livello, nella loro scheda, era definito fluent).

Ed ora tocca a voi: cosa ne pensate? Lo ritenete giusto o sbagliato? O addirittura discriminatorio?

 

 

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37 thoughts on “Quella (non) domanda al colloquio

    1. Guarda Annika, ti posso garantire che ho perso così tanto tempo a vedere gente che sembrava perfetta per il ruolo che cercavo, che alla fine non leggevo neanche più i curricula! E la cosa divertente (ma assurda) era che la responsabile delle Risorse Umane (anche lei cinese, ovviamente) diceva che per lei erano perfetti!

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  1. Discriminatorio? Mi sembra l’utilizzo più saggio che un recruiter possa fare in fase di selezione. Prima di tutto perché è un chiaro test sulle capacità di essere “social manager di se stessi”, come giustamente tu dici. Se una persona non è abbastanza sveglia da limitare la condivisione di certe gesta (o foto o post imbarazzanti) al pubblico, non vedo perché un recruiter non dovrebbe approfittarne. D’altronde, pur non lavorando nelle risorse umane, sono la prima a fare uso smodato di google e social media per capire di più sui miei interlocutori reali e virtuali. Non so se l’hai mai fatto, ma quante cose si possono ca(R)pire di una persona pur non avendo grandi dati a disposizione? Incrociando un nome e poche informazioni base, si possono risalire a miriadi di informazioni! Dovremmo fare tutti dei corsi di social media management, le basi, per capire quanto siamo esposti e quanto – molte volte – faremmo meglio a non esporci troppo virtualmente.

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    1. Quoto al 100%. Io poi non sopporto davvero più chi fa di facebook la vetrina dei propri sfoghi o del proprio egocentrismo. Spero veramente che ci sia un’inversione di tendenza nell’utilizzo dei Social, come le ultime statistiche evidenziano. Chissà che realmente si comincino ad utilizzare con criterio.

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      1. Ma chissà. In questi giorni in cui tutti hanno qualcosa da dire lo vedo un miraggio. A me al contrario piace molto stare in silenzio, mi rendo conto che uso i social (con il mio vero nome) molto più per condividere cose che mi piacciono che non per dare la mia opinione.

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        1. In questi giorni io ho preferito tacere. Visti i fiumi di parole che hanno inondato i media e i Social, ritenevo, come te, che fosse meglio pensare, invece che parlare. Io uso i Social soprattutto per condividere ciò che leggo. Per fare Network, per l’appunto.

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  2. Personalmente mi infastidisce questo intrufolarsi, ma sono io la prima a googlare i nomi dei selezionatori per capire chi sono e che interessi hanno, magari facendo riferimento a un interesse comune in fase di colloquio. Google é un’arma a doppio taglio. Ad ogni modo, ho tolto da Facebook i miei dati reali e reso invisibile il profilo a chi non é mio amico diretto. Però più e più volte mi censuro anche con gli amici perché quella che oggi è una simpatica testimonianza di una serata allegra in cui hai alzato il gomito con gli amici domani é una prova schiacciante che sei una persona priva di autocontrollo, con problemi di alcol e irresponsabile.

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    1. Verissimo Isa. Io all’inizio (quindi parecchi anni fa) avevo l’abitudine di condividere le foto. Poi mi sono reso conto che le persone si intrufolavano (hai detto il termine più corretto) nella mia vita, ma l’errore era mio, perchè mettevo io in pubblica piazza i fatti miei. Così ho smesso e ormai sono rare le volte in cui mi riprendo con amici.
      Google è ormai un’arma e in quanto tale può essere veramente pericolosissima.

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  3. Se un recruiter (e quindi uno sconosciuto, fondamentalmente) può avere accesso a delle mie foto personali e private come possono essere quelle di una serata passata con amici, l’unica persona da biasimare sarei io stessa. Ma davvero c’è gente (non personaggi pubblici intendo) che mette in pubblica certi elementi personali? Ma perché? E, nel caso in cui fosse voluto, come si può lamentarsi di essere “spiati” e, quindi, “discriminati”?
    Posso capire essere rintracciabili su LinkedIn, ma su Instagram o Facebook…

    Sono convinta che alcuni 13enni di oggi avrebbero tanto da insegnare ad alcuni di noi 30enni o 40enni o 50enni, in questo ambito.

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    1. Ciao Bia, hai perfettamente ragione. Io ricordo che utilizzavo Facebook per postare foto quando mi ero trasferito in Cina, perchè avevo l’idea (che oggi come oggi ritengo sbagliata) di condividere con gli amici in Italia l’esperienza che stavo facendo. Ciò che mi sconvolge è che ci sono persone che si alzano la mattina e scrivono in Facebook, scendono le scale e lo scrivono, aprono la portiera della macchina e ce lo fanno sapere. Un’agonia!

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  4. Ottime riflessioni. Se io fossi un selezionatore, cercherei su facebook per avere una idea “più completa” della persona che ho di fronte. Mi sembra pienamente etico. Concordo sulla tua analisi: dobbiamo diventare consapevoli degli strumenti e che la nostra immagine passa anche da come viviamo in rete.
    Aggiungo un punto: quello che scriviamo resta. Siamo sicuri di volerci vedere così, fra qualche anno?

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  5. Caro Stefano,

    hai ragione da vendere quando dici che bisogna essere i social media manager di noi stessi.

    Però, siamo proprio così sicuri che un candidato che si lascia andare ad una festa sarà un pessimo dipendente?

    I latini dicevano: “Semel in anno licet insanire.”

    Ergo, Steve Jobs che ha pubblicamente ammesso di aver fatto uso di LSD basandosi su un criterio così rigido non sarebbe più stato riassunto dalla Apple.

    Stesso discorso vale per Truman Capote o Andy Warhol.

    Ai Recruiter l’ardua sentenza?

    #adotta1blogger

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    1. Ciao Federico, sono d’accordo, non c’è l’equazione sbronza (per fare un esempio) = pessimo dipendente. Nell’articolo in effetti si parla di un 35% dei recruiters, dunque un terzo solo. Non sono pochi, ma non è la maggioranza.
      Diciamo che il focus va proprio incentrato sull’utilizzo dei Social. Certamente, ognuno è libero di essere chi vuole nella vita privata, se questa non va ad influire sulla vita professionale. Quindi, a meno che non sei il Presidente del Consiglio e quindi puoi avere informazioni critiche del tuo Paese (…), non vedo problemi a fare festa. Ma perchè pubblicarlo in maniera così evidente?
      Non so, mi rendo conto che la linea tra giusto e sbagliato è molto sottile. Però se fosse un recruiter, una domanda in più sull’intervistato me la farei.
      Grazie dell’adozione!!

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  6. Personalmente non sono molto fiduciosa in queste tecniche dei recruiter..passerà qualche mese, e su articoli, post e tutorial su come preparare un cv perfetto, comparirà anche la voce: fai in modo che il tuo profilo social sia coerente col posto a cui ambisci. Quindi, non solo il CV e l’atteggiamento al colloquio vanno rimpastati e rimessi in bella copia per ogni recruiter che ci chiama, per convincerlo che siamo i candidati perfetti (come se fosse una persona che rantola nel buio, a cui dobbiamo dare lumini , veri o falsi non importa) ma si comincerà pure a mettere sui profili social qualcosa che non ci appartiene. Boh. Sono Perplessa. Visitare il mio profilo fb e crearsi un’opinione di me in base a quello, mi aspetto che lo faccia una comare annoiata o una conoscente a cui non sto simpatica. Il recruiter, dovrebbe lavorare.
    Poi se un profilo fb incita a violenza o a infrangere la legge, il discorso cambia, ma non credo si parli di questo genere di casi, nel post. Quindi, sarà che non uso fb per postare migliaia di cavolate al giorno, e quindi per questo mi sento “tranquilla”, trovo comunque di dubbia professionlità queste scorciatoie dei recruiter: sarete anche delle volpi, ma insomma, la gente cerca un lavoro, non di piacere per il loro intrattenimento social.

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    1. Cara enigmamma, benvenuta!
      Il post parlava in maniera generale dell’approccio che si ha sui Social. Ovviamente, l’oggetto non voleva essere “cosa è giusto o sbagliato postare?”, perchè non basterebbe probabilmente un post e soprattutto ci sono Social Marketing blog professionali che affrontano l’argomento in maniera più appropriata della mia. Ho preso spunto da un articolo nel quale si riporta un dato. Una statistica portata avanti da Adecco e riferita ad interviste realmente effettuate.
      Come detto anche nel post, ci si può appellare al diritto di ognuno di fare ciò che si vuole, ma non reputo un problema che un recruiter cerchi referenze a 360°. Non mi trovi d’accordo quando dici che i recruiter “dovrebbero lavorare”, perchè in quel momento stanno facendo il loro mestiere e cioè cercare referenze. E queste vengono cercate in milioni di modi, che neanche sappiamo.
      Poi, posso essere d’accordo che quello non debba essere il principale motivo per la mancata assegnazione di un posto di lavoro.
      Grazie del commento!

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  7. Per niente discriminatorio, specialmente se si vuole lavorare nel campo del social media marketing.
    I tempi sono cambiati ed è bene che sia i giovani che i meno giovani se ne rendano conto. Fa parte dell’essere figli del proprio tempo. E ti dirò di più: questo discorso, a mio avviso, è vero anche in direzione opposta. Mi spiego: se fossi un cliente e stessi cercando un consulente/professionista non esiterei a cercare info su di lui/lei sui social network. Tutti siamo su Facebook, Twitter, Lunkedin,etc. La miglior pubblicità di noi stessi che possiamo fare passa proprio dalle nostre mani.

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    1. Ciao Sara, benvenuta!
      Hai usato le parole giuste: siamo figli del nostro tempo e dobbiamo esserne consapevoli. Pensare di usare Internet come semplici spettatori o pensando di essere in una torre d’avorio è un approccio senza senso. E sono d’accordo anche sul fatto che la ricerca vale a tutti i livelli. Questo è il potere di Internet.
      Grazie dell’intervento!

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  8. Ciao Stefano
    Apprezzo il tuo articolo, perchè tende a dare un punto di vista critico sull’uso dei social media, quando sappiamo bene tutti la retorica a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci anni riguardo la loro utilità (salvo alcune voci critiche, per lo più isolate).

    Il discorso sui social è però ampliabile al mondo di internet a tutto tondo. La retorica è prevalsa sulla critica. Abbiamo accettato tutto, volenti o nolenti, però pochissimi hanno evidenziato, in una specie di classifica: quello che questo “strumento” ci dà in termini di potenziale aggiuntivo e quello che ci fa perdere; anzi la sola idea di fare la classifica con la seconda colonna (cosa ci fa perdere) suonava come una bestemmia. Farlo, oltre che blasfemo e pregiudicante per lo stilatore di classifiche, sarebbe stato comunque inutile, dato che era una valanga che ha “travolto” l’umanità (chiedo venia per le parole retoriche).

    Ritornando invece in tema. Purtroppo le aziende, quando assumono, hanno bisogno di informazioni per inquadrare la persona che assumono. Quindi non meravigliamoci che usino anche questi canali pur di racimolare quel briciolo di informazione in più. Sarà etico, sarà no… in questo caso dibattere di filosofia è pura speculazione del tutto ininfluente ai fini pratici. Nessun trattato di filosofia dei social media riuscirà a mettere un argine a questa onda. Quindi tuteliamoci, diventando manager di noi stessi come è stato egregiamente detto in commenti precedenti.

    Io vorrei però ribaltare il discorso. So benissimo che il mondo del lavoro, specie in Italia, non brulica di opportunità (quindi chi cerca il lavoro è sempre in svantaggio rispetto a chi lo offre), però sarebbe saggio che anche i candidati raccogliessero più informazioni possibili sulle potenziali aziende ove potrebbero essere assunti. Così come le aziende chiedono e trovano referenze sul conto dei candidati, con tutti i mezzi, altrettanto dovrebbero fare i candidati. Dopotutto, per entrambe le parti, si tratta di un accordo (qualora dovesse andare in porto) molto oneroso. Io affido a te mansioni importanti che fanno parte di un progetto economico (che riguarda l’azienda in primis, ma anche chi ti circonda esterno/interno con responsabilità non solo aziendali ma anche sociali), io do a te le mie conoscenze, ma anche fette importanti della mia vita che non è poi così infinita come si pensa magari a vent’anni.

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    1. Ciao Pietro, bentornato. Concordo sul fatto di cercare notizie delle aziende. Questo è un diritto: sapere in che condizioni versa l’azienda, per evitare di ritrovarsi in un sarcofago vuoto; conoscere la qualità dell’azienda, come clima, come organizzazione; questo secondo è fondamentale. Vero è che, come dici tu, oggi avere un lavoro è un miracolo, per cui a volte ci si deve accontentare, però è anche vero che non si può rischiare l’esaurimento nervoso!
      Grazie del tuo intervento!

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  9. Ci sono proprio in mezzo in questo momento. Sto cercando di cambiare posto di lavoro e città, e di recruiter ne ho incontrati diversi negli ultimi mesi. Se tutto va come spero, sono in dirittura d’arrivo.
    Non ero a conoscenza di questa statistica, ma il problema che il profilo facebook potesse avere una certa influenza me lo ero posto. Premesso che uso fb fondamentalmente per essere a conoscenza di eventi che mi interessano e postare qualche fotografia di viaggio in cui io per altro non compaio praticamente mai, tengo il profilo privato e condiviso solo con i miei contatti. Non ci trovo niente di strano se un recruiter usa uno strumento del genere per conoscere chi intende mettersi in casa, spesso è proprio da lì che puoi capire davvero chi hai davanti, nel bene e nel male. Si presume che siamo tutti adulti consapevoli, responsabili delle nostre azioni, ed in grado di comprenderne le conseguenze, nel bene e nel male.

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    1. Ciao 321Clic, benvenuto sul blog. Prima di tutto in bocca al lupo, spero che tu possa tagliare quanto prima il traguardo. Proprio oggi, nell’ultimo post, parlavo di quante persone io conosca che non cambierebbero lavoro all’idea di cambiare città. Tu per fortuna non sei tra queste persone e quindi bravo.
      Io ho l’impressione che molti utilizzino i Social in maniera inconsapevole, in realtà. Molti pensano di postare frasi o foto che verranno poi visualizzate soltanto dai propri contatti, senza sapere che la piazza è apertissima e senza pareti e tutti ci possono entrare! A meno che non si utilizzi il profilo privato, allora è già diverso.
      Sai quanti adulti di una certa età utilizzano Facebook, ma senza sapere questo che cosi comporti?
      Ad ogni modo io sono d’accordo con te, non ci vedo niente di male nella ricerca di informazioni.
      Ancora in bocca al lupo!

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        1. Non so perchè, ma avevo intuito che fossi una donna… ho tuttavia preferito mantenere la neutralità, riferendomi al nome! 😉
          Ho letto attentamente la tua storia. Non credo ci sia molto da aggiungere. Spero solo che tu possa concludere in fretta e soprattutto che tu possa trovare qualcosa che sia coerente con le tue competenze.
          Anche se in Italia, da qualche decennio, le parole coerenza e competenza sono sparite dai dizionari.

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            1. Della competenza ormai ce n’è sempre meno traccia: scuole che non insegnano, università che non formano, aziende che non spendono più ore in formazione.
              Sulla coerenza, è banale parlare male dei nostri politici, ma del resto ci sono situazioni talmente disastrose che non se ne può più!

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              1. Sulla politica, passo oltre, mi sono stancata anche di sentirne parlare. Alle elezioni c’è l’imbarazzo della scelta su chi non votare.
                La coerenza di cui parlo è più personale, è quella che dovrebbe far parte della vita di tutti i giorni.

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  10. Questa cosa di dovere decidere se assumere o no una persona in base alle foto che pubblica su Facebook mi pare na cazzata, comunque il problema si risolve subito… basta bloccare il proprio profilo Facebook e renderlo visibile solamente a chi è già nei nostri contatti.

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    1. Ciao Mr Tozzo, credo che la soluzione migliore sia proprio quella che dici tu. Del resto, quale potrebbe essere l’interesse a mostrare le proprie foto, a meno che uno non voglia esplicitamente farsi notare?
      Il fatto, comunque, che ci siano persone che per lavoro si “intrufolano” nei social account altrui è un dato di fatto e bisogna prenderne atto.
      Grazie del contributo!

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