Gestire il cambiamento – Si viene e si va (due) #0

Combatterò con le mie notti bianche
Combatterò, devo ricominciare a inventare me
(Cambiare – Alex Baroni)

emigrazione, italiani nel mondo, si viene e si va

La seconda stagione di Si viene e si va riparte oggi, dopo la pausa estiva che mi ha consentito di riposizionare il focus e cercare di strutturare la rubrica in maniera (spero) ancora più interessante.Nella prima stagione, abbiamo conosciuto le esperienze di dieci protagonisti, esperienze che hanno fatto scaturire in alcuni lettori dei punti di domanda: cosa spinge a lasciare l’Italia? In certi casi si guarda all’estero per la necessità di lavorare, in certi altri per la voglia di ottenere soddisfazioni, soprattutto per professioni poco incentivate sul mercato del lavoro italiano. Alla base, però, c’è sempre la volontà di cambiamento. Ed è proprio da qui che prende il via la nuova stagione. Cercheremo di capire perché si cambia, ma ancor più quali sono i processi che conducono al cambiamento; non ci faremo mancare le esperienze dirette di alcuni amici expats.

Nella puntata zero, vi propongo un articolo dell’Harvard Business Review, che rappresenterà un po’il trait d’union di tutta la stagione: lo potrete leggere nella versione tradotta e rielaborata dal sottoscritto oppure nella versione originale, il cui link è disponibile in fondo al post. Riscontrerete alcuni tratti tipici della mentalità americana e quindi discutibili, ma nell’insieme, ritengo che fornisca ottimi spunti per chi sta facendo delle valutazioni sulla propria carriera. Per cui mettetevi comodi, Si viene e si va comincia!

Come abbracciare un cambiamento complesso – Linda Brimm

La storia – Denise Wang (nome di fantasia) aveva una vita stabile a Londra. Direttore della divisione Marketing in un’azienda britannica di beni di consumo, il lavoro la soddisfaceva molto; suo marito, Phil, per lei importante supporto, era il partner di una società di consulenza internazionale; le due figlie, di otto e dieci anni, nei tre anni precedenti avevano frequentato la stessa scuola nel loro quartiere. La famiglia aveva un bel giro di amici e un eccellente au pair (*), e i genitori di Phil riuscivano a visitarli frequentemente, pur vivendo in Belgio.

(*) si definisce au pair un ragazzo/a che decide di trascorrere un certo periodo di tempo all’estero presso una famiglia ospitante, aiutando la famiglia a badare ai bambini e a svolgere le faccende di casa.

Un giorno Denise venne a conoscenza di una notizia che perturbò l’idillio familiare. La sua azienda stava selezionando qualcuno per guidare l’espansione dell’ufficio di Singapore. Era quel ruolo a cui lei aveva sempre ambito. Aveva lavorato nella città-stato asiatica per 12 anni – fu lì che lei e Phil si erano conosciuti – e lì aveva ancora molti contatti. Avevano sempre parlato di ritornare, un giorno, a Singapore. Era arrivato il momento? Potevano lei e la sua famiglia gestire un cambiamento effettivamente così significativo?

Il punto – Per professionisti ambiziosi e di talento, abituati a lavorare in aziende globali e dinamiche, le grosse transizioni di carriera (verso un nuovo ruolo, organizzazione, azienda o area geografica) sono all’ordine del giorno. Questo dunque richiede un continuo adattamento a nuove tecnologie, nuovi gruppi di lavoro, nuove strategie e soprattutto nuovi modi di pensare e di comportarsi.

Anche professionisti di grande esperienza come Denise incontrano difficoltà nei cambiamenti: spesso il problema è la preoccupazione di non sentirsi all’altezza delle nuove sfide; a volte i propri cari rappresentano un ostacolo – al coniuge o al figlio non piace l’idea di un diverso orario di lavoro o di uno spostamento geografico; o ancora, la criticità potrebbe essere rappresentata dai colleghi – per esempio il nuovo arrivo non è ben visto dal team.

Alcune persone riescono a superare queste nuove sfide con relativa facilità, ma nei miei decenni di insegnamento ho imparato che la maggior parte non ce la fa. Ci sono molte tecniche manageriali per approcciare un cambiamento organizzativo, ma quando occorre gestire un cambiamento personale, non c’è un piano per il successo e anche molti leaders hanno difficoltà.

I punti cardine di un processo di cambiamento possono essere identificati con le 7C (mantenendo la terminologia inglese):

  • Complexity (complessità): considerare tutte le possibili criticità che intervengono in un cambiamento;
  • Clarity (chiarezza): capire e prioritizzare le criticità identificate;
  • Confidence (fiducia in se stessi): credere che il cambiamento può essere perseguito con successo;
  • Creativity (creatività): ricercare soluzioni innovative ai problemi che emergono;
  • Commitment (impegno): prendersi in carico i primi steps del cambiamento, per implementarlo;
  • Consolidation (consolidamento): lasciare la vecchia identità per assumere la nuova;
  • Change (cambiamento): vivere all’interno del cambiamento, con le relative conseguenze.

Il processo è avviato da un evento che richiede un cambiamento. Quell’evento potrebbe essere positivo o negativo, attivato da fattori esterni o interni – un’inattesa offerta di lavoro o una malattia, nuovi interessi o l’insoddisfazione per l’attuale posizione lavorativa. Il processo si può ritenere concluso quando si intraprende una differente direzione e il cambiamento è completamente realizzato.

Complexity

Complexity, decisions, complessità, decisioni

La storia – Quando alle orecchie di Denise giunse la notizia del lavoro a Singapore, molte domande le balenarono in testa. Lo voleva? Avrebbe potuto conquistare quel ruolo? Avrebbe avuto successo? Che impatto avrebbe avuto sulla sua carriera? Esistevano altre opportunità dentro o al di fuori della sua azienda che avrebbe potuto considerare? Quale sarebbe stata la reazione di Phil e delle ragazze? In che modo il trasferimento e il nuovo ruolo avrebbero cambiato il rapporto con loro? A tutti loro sarebbe piaciuto vivere in Asia?

Denise discusse di questa opportunità con il suo capo e un professional coach e esplorò le implicazioni familiari con Phil e i suoi genitori (che si erano trasferiti da New York a Hong Kong quando lei aveva dieci anni). Discussero di come il trasferimento avrebbe avuto impatto non solo su di lui e le ragazze, ma anche sui suoceri di Denise, che avevano ormai la consuetudine di vedere i loro nipoti. Denise chiamò i suoi contatti a Singapore per raccogliere informazioni a proposito delle abitazioni e delle scuole. Tutti insieme, colleghi, famiglia e amici la aiutavano a comprendere in che modo il cambiamento avrebbe impattato su di lei e su coloro che le stavano intorno, a livello personale e professionale.

Il punto – Si sentiva sopraffatta dal numero di variabili da considerare. La maggior parte delle persone, nella sua situazione, ha le stesse sensazioni. Alcuni rispondono scegliendo una via semplice e, come risultato, o ritornano al loro stabile status quo (che arresta la crescita) oppure ignorano gli aspetti problematici di un cambiamento per prendere la decisione più facile (ma non necessariamente più saggia). In entrambi i casi resistere ai meccanismi è controproducente. Per dare inizio ad un tentativo di cambiamento che abbia successo bisogna abbracciare le sue dinamiche complesse: occorre fare un inventario attento di tutti i fattori in gioco, ragionandoci da sé, parlando con i propri cari e cercando anche il consiglio di una terza parte.

Clarity

Clarity, ricerca, chiarezza

La storia – Attraverso le conversazioni con il suo coach e con gli amici fidati e colleghi, Denise realizzò che questo lavoro era la sua chance per fare veramente il salto nella sua carriera – qualcosa che valutava più della facile vita familiare londinese. La posizione sembrava sensazionale: avrebbe avuto bisogno di saperne di più in merito e sicuramente avrebbe dovuto discutere con Phil per essere sicura che il trasferimento potesse funzionare per la famiglia, ma in cuor suo sapeva di volersi tuffare. La chiarezza riguardo i suoi desideri le permetteva di focalizzarsi sulla sua famiglia.

Il punto – È necessario comprendere appieno, organizzare e prioritizzare tutti i fattori per ridurre l’ansia che ne consegue. Quanto più diventa chiaro ciò che è particolarmente importante per se stessi, meno ansia si proverà e più facile sarà fare maggior chiarezza. Questa sfida richiede una profonda riflessione insieme ad un confronto con una giusta risorsa esterna. Ci si dovrebbe fidare di persone che sappiano ascoltare senza giudicare e che mettano da parte le proprie preferenze o pregiudizi per aiutare a pesare i pro e i contro del cambiamento.

Confidence

fiducia in se stessi, credere in se stessi

La storia – Denise rafforzava la sua fiducia ripensando alle conversazioni avute con il suo capo e suo marito. Entrambi erano convinti che fosse pronta per qualcosa di più grande. Conosceva bene la lingua cinese e aveva ottime relazioni in Asia e nella casa madre. Entrò in contatto con alcune persone nel suo network e chiese loro se avrebbe fatto bene a trasferirsi a Singapore dopo così tanti anni in Europa e soprattutto come manager della regione, quindi con un ruolo meno operativo. Il feedback fu positivo e quindi si sentì qualificata per il lavoro.

Dopo il trasferimento a Londra, Phil era consapevole che il successivo grande cambiamento di lavoro e vita sarebbe toccato a lei. Anche se per lui sarebbe stato necessario tempo per ottenere il trasferimento a Singapore oppure trovare un nuovo lavoro e anche se le ragazze avrebbero preferito restare a Londra almeno fino alla fine dell’anno scolastico, Denise era sicura che tutti sarebbero stati in grado di gestire la lontananza per un breve periodo. Sia lei sia Phil viaggiavano spesso per lavoro, per cui i loro au pair erano abituati a gestire la loro assenza.

Il punto – Un professionista deve sentirsi in grado di gestire il cambiamento e nel contempo avere la consapevolezza che molte sfide non possono essere previste o controllate. È necessaria la giusta quantità di fiducia in se stessi: se troppa, si rischia di perdere informazioni chiave o appena emergenti; se troppo poca, si rimarrà paralizzati di fronte alle difficoltà tipiche di un processo di cambiamento. La fiducia in se stessi è condizionata soprattutto dalla propria storia personale, ma può essere facilitata da piccole azioni, come per esempio entrare in contatto con qualcuno che offra il proprio supporto personale, risolvere ogni minimo problema legato al cambiamento o immaginare il proprio successo. Ho trovato che questa mentalità positiva è fondamentale per mantenere l’energia richiesta per le altre C del ciclo.

Creativity

Creativity, creatività, Si viene e si va

La storia – Denise accettò il lavoro e ricevette una calorosa accoglienza; la sua azienda aveva bisogno da subito del nuovo Country Manager. Tuttavia, la sua decisione generò intorno a lei un mucchio di preoccupazioni. Il suo capo era alla ricerca del suo rimpiazzo nell’ufficio di Londra. Denise ricordava un collega nell’ufficio brasiliano che poteva fare al caso loro e che voleva tornare a Londra a tutti i costi, per cui li mise in contatto. Suo marito non riusciva ad immaginare come avrebbe fatto a gestire contemporaneamente l’attuale lavoro, la ricerca di uno nuovo e la cura della casa e dei figli. Denise decise di rivolgersi a sua madre per un aiuto – cosa che non aveva mai fatto prima. Le figlie non erano convinte del trasferimento, per cui chiese all’azienda la possibilità di mandare l’intera famiglia a Singapore con un esperto di traslochi che li avrebbe aiutati a visitare appartamenti e scuole. Aveva anche organizzato un weekend a Bali, così che ognuno potesse rilassarsi e immaginarsi le opportunità insieme.

Il punto – Innovarsi è la chiave per il successo di ogni tentativo di cambiamento. Quando ci si trova di fronte ai problemi – prima o dopo, grande o piccolo, atteso o inatteso – occorre trovare soluzioni creative e nel contempo realistiche, adattando le strategie utilizzate in passato e sviluppandone di nuove. Dinuovo, occorre considerare i membri fidati della propria rete e anche ricercare nuovi contatti con una certa esperienza, per testare le proprie idee e farsi aiutare a trovare soluzioni.

Commitment

Commitment, Orientamento al risultato, Obiettivi

La storia – Accettata la posizione, Denise iniziò a lavorare a Singapore. Phil cominciò a rivolgersi ad alcuni contatti per trovare lavoro in Asia. Entrambi cercavano di stimolare l’entusiasmo delle figlie per il complesso residenziale (con piscina!) dove si sarebbero presto trasferiti e per la scuola internazionale (di lingua francese) che avrebbero frequentato l’anno successivo. Con la famiglia ormai orientata al cambiamento, Denise avrebbe potuto focalizzarsi sull’iniziare al meglio il nuovo ruolo. Poiché Phil e le ragazze erano ancora a Londra, organizzò un intenso tour nella regione di alcune settimane, per conoscere i colleghi chiave.

Il punto – Una volta pronti a intraprendere una nuova e realistica direzione e a renderla effettiva al meglio delle proprie capacità, è necessario isolare le altre opzioni – inclusa la fuga! – e procedere. Questo spesso è il passaggio più difficile, ma non ci può essere cambiamento senza di esso. È utile pensare che la propria decisione non è giusta o sbagliata, ma è un percorso differente. Non bisogna più valutare i pro e i contro della decisione o valutarla con il senno di poi; bisogna lavorare per renderla una decisione di successo.

Consolidation

consolidamento, ultimo tasselloLa storia – Denise era esausta nei suoi primi mesi del nuovo lavoro. Viaggiando in Asia e avanti e indietro da Londra, si sentiva lacerata tra due vite. La raccomandazione del collega per il suo vecchio ruolo non era andata a buon fine. Phil e le ragazze le mancavano e lei mancava a loro. Sua madre era stata di grande aiuto ma era desiderosa di tornare a casa sua.

Denise contrapponeva a questi aspetti negativi tutto ciò che andava bene: si sentiva esaltata dalla sua leadership. La sua transizione era filata via liscia, era eccitata del successo che aveva con il suo team ed era dunque orgogliosa di se stessa. Il resto della famiglia si sarebbe trasferita presto. Stava già cercando delle attività estive per le ragazze.

Il punto – Questa fase coinvolge l’abbandono della precedente situazione per consentire la crescita delle nuove opportunità. Alcuni aspetti della vecchia identità devono essere messi da parte o abbandonati come conseguenza dell’adattamento. Le persone che nella nuova azienda usano ancora il noi per riferirsi ai vecchi colleghi non hanno ancora consolidato il cambiamento: il noi dovrebbe rappresentare il presente!

Cambiamento

Cambiamento, possibile

La storia – Denise era elettrizzata quando Phil e le ragazze arrivarono finalmente a Singapore. Alcuni aggiustamenti successivi furono necessari: lavorava e viaggiava molto di più che a Londra, ritmo che era difficile da sostenere per chiunque. La soluzione fu di dedicare un tempo maggiore per le vacanze con la famiglia durante i periodi più tranquilli al lavoro. Questi periodi di pausa, combinati con il grande lavoro fatto dal suo team, la aiutarono a sentirsi allo stesso tempo galvanizzata e a suo agio nella sua nuova vita.

Il punto – Lo step finale nel processo è vivere all’interno del cambiamento, assaporando i suoi positivi risultati e affrontando nello stesso tempo le conseguenze inattese o le nuove sfide. Tutto ciò non può essere statico, ovviamente. Occorre stare sempre in guardia per le nuove opportunità che possono condurre a nuovi tentativi di cambiamento.

Il cambiamento è difficile, ma è inevitabile. Le 7C sono un modo per analizzare a fondo le potenziali transizioni e per intraprendere la nuova direzione. Il tempo necessario per la navigazione attraverso il processo è un fattore che può cambiare tantissimo a seconda dell’individuo e delle circostanze: alcune persone si fermano al primo step, incapaci di andare avanti; altre hanno bisogno di tempo ulteriore per una riflessione personale; altre ancora si muovono troppo rapidamente da uno step all’altro e devono poi tornare indietro per risolvere le criticità rimaste aperte.

L’importante è muoversi il più rapidamente possibile, prendendosi tuttavia tutto il tempo necessario e soprattutto rimanendo aderenti al processo.


Articolo originale: How to embrace complex changeHarvard Business review – September Issue

Tutte le interviste della prima stagione di Si viene e si va >> qui

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23 thoughts on “Gestire il cambiamento – Si viene e si va (due) #0

  1. I cambiamenti così complessi sono sempre un difficile banco di prova, soprattutto se le proprie scelte hanno poi delle conseguenze sulle vite di persone amate. Cambiare ambiente/lavoro/Paese, per me, è sempre una cosa positiva se la scelta è ragionata e non “obbligata”. Molte persone vivono il cambiamento come un obbligo, spesso purtroppo per la mancanza di opportunità in loco – e noi sardi di questo siamo purtroppo esperti. Abbracciare il cambiamento come un’opportunità e una sfida costruttiva è il modo migliore per andare avanti con entusiasmo.

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    1. Ciao Giulia, in questa seconda stagione di Si viene e si va mi pongo proprio l’obiettivo di capire tante cose del cambiamento. Che cosa ha scatenato la necessitá di cambiamento? Di conseguenza, è una scelta o un obbligo? Sulla base di queste considerazioni, lo stesso processo delle 7C, che può essere condiviso o meno indubbiamente, avrá dei risvolti molto differenti. Chi è costretto a “fuggire”, non ha molto tempo e possibilitá di capire l’impatto che la sua scelta potrebbe avere sulla sua vita e su quella di chi gli sta intorno.
      Credo dunque che ci sará molto da discutere e da approfondire e le esperienze di chi c’è giá passato sono senza dubbio importantissime.

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  2. Una serie di interessanti appunti per analizzare situazioni complesse come quella di Denise. Sulla quale personalmente non avrei alcun dubbio. Non sradico le bambine, non taglio fuori i nonni nei loro ultimi anni di vita, non faccio cambiare lavoro anche a mio marito e fanculo la carriera. 🙂

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    1. Carissima Tdu (abbrevio, così è più confidenziale! :-)), di fronte ad un potenziale cambiamento, tu lo gestiresti in maniera chiara, a quanto pare. La domanda che mi pongo è: cosa faremmo se ci trovassimo nella condizione di non poter scegliere? Come dicevo a Giulia nel commento precedente, non è sempre possibile pianificare e decidere un cambiamento. Se vogliamo, il caso di Denise è un caso fortunato. Lei si trova di fronte alla possibilità di scegliere: qualora dalla sua riflessione emergesse che non vuole cambiare la sua vita, continuerà la sua placida vita londinese. E chi si ritrova di punto in bianco senza lavoro? E se dopo mesi di ricerca non riesce a trovare alternative?
      Ammetto di non avere delle risposte definitive.
      Grazie per il commento!

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      1. Sì, infatti io commentavo lo specifico caso di Denise, riportato nell’articolo. Per chi non avesse scelta allora… Poi sono molto utili le analisi, come quella presentata sempre nell’articolo, che aiutano a riflettere sui pro e i contro, che offrono suggerimenti su come comprendere davvero quello che si vuole. Perché spesso le emozioni confondono e rendono fumosa la ragione.
        Poi Denise era in difficoltà con la scelta perché voleva davvero quella promozione, era il suo sogno. Ecco, io faccio presto invece, perché le promozioni non sono il mio sogno 😉

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        1. Il caso di Bia, descritto nei commenti, è il classico esempio che dimostra che non sempre si può avere scelta. Più leggo la storia di Denise, più mi rendo conto che la difficoltà sta solo nel forte cambio di vita, ma di base è una famiglia “abituata” al cambiamento (per quanto si possa esserne abituati). Questo è tipico del mondo anglosassone, in Italia credo si stia sviluppando in questo ultimo decennio soprattutto per necessità. Per noi le priorità sono sempre state altre (e non mi permetto di dire che sia giusto o sbagliato, è una pura constatazione), ma le nuove generazioni forse saranno più globali.

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          1. Ah, avessi potuto essere più globale io quando ero agli inizi del mio lavoro!!! E’ divertente e formativo confrontarsi e fare esperienze con “il diverso”. Ma in questo articolo non si parla di fare degli step di crescita, sia personale che professionale. Qui si parla di “sradicamento”, parolina con implicazioni pesanti da non prendere alla leggera. Mai. Soprattutto quando si tratta di bambini, che subiscono le scelte dei grandi e si ritrovano anglofone a studiare in francese in un mondo che parla cinese (cito il caso di Denise e, se fosse necessario, chiarisco che questi per me non sono valori aggiunti, al contrario sono problemi grossi). “Il cambiamento è difficile ma inevitabile” dice l’articolo. In senso filosofico sono d’accordo. Nel caso pratico di Denise invece questo assioma non è più vero. Denise poteva evitare il cambiamento, aveva già un lavoro stabile e sicuro, ben remunerato, una posizione in azienda di tutto rispetto, una bella casa e una bella vita. Non aveva la necessità di cambiare. Denise ha trascinato tutti dentro i suoi personali sogni di gloria.
            Bia (alla quale auguro tutto il meglio) non ha scelta, e se non hai scelta puoi ragionare finché vuoi con le 7C ma “se non hai scelta” ti tocca e basta. I nostri figli saranno più globali. Ma, tu lo sai bene, vivere lontano dalle tue radici e dalla tua cultura è molto “faticoso”. Questa fatica di vivere non possiamo sottovalutarla, anzi, io tendo a tenerla in grande considerazione. Lo “sradicamento” può fare molto male alle persone, soprattutto se non ancora mature. Poi la vita non è una merce che si possa trasportare senza danni. Di questo non trovo, nell’articolo, nessuna traccia. L’analisi riguarda solo gli aspetti da tenere in considerazione per produrre il risultato desiderato: accettare la promozione cercando di mettersi in una forma mentis tale da potersi convincere che è giusto per sé e per tutti quelli coinvolti. Io non sono d’accordo, come ho detto (forse da vecchia italiana, come suggerisci tu), non lo sono anche perché ho sperimentato personalmente lo sradicamento in età adolescenziale e verificato quanti danni e sofferenza causi, non solo all’adolescente di turno, ma a tutta la famiglia che perde la sua rete di relazioni, che deve imparare una nuova mentalità, abitudini, usanze, sguardi… TUTTO.
            Avere più soldi e un lavoro più prestigioso non ripaga di tutto questo.
            Bia, ancora, non c’entra in tutto questo, perché non ha scelta e se dovrà affrontare lo sradicamento per forza allora saranno altre le 7 lettere che dovrà prendere in considerazione.
            Scusa, Stefano, senza polemica, ho già detto che sono riflessioni utili, ma occorre comprendere bene in quale ambito, secondo me, e soprattutto non mettere il lavoro davanti a tutto, dato che dovrebbe essere il contrario. Sempre secondo me 🙂

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            1. Non mi devi chiedere scusa di nulla, scherzi?
              Io condivido moltissimo quello che dici tu. Le variabili in gioco sono tantissime. Non a caso, nella premessa al post ho detto che si evidenziavano alcuni aspetti tipici della mentalità americana che (ero sicuro) sarebbero potuti essere poco condivisibili. Hai ragione tu: perchè Denise deve cambiare una situazione di stabilità ottima nella quale vive? Io non ho una risposta a questo. Però posso dire che ci sono persone che mettono di fronte a tutto la carriera. Io personalmente posso dirti che ho fatto scelte che sono andate nella direzione opposta, perchè ho messo di fronte a tutto le necessità familiari.
              Io credo che la riflessione sia utile per chi abbia già deciso di andare. Non per chi sia in dubbio o per chi non abbia alcuna intenzione. La rubrica vorrebbe essere orientata a chi sta valutando una strada diversa da quella che sta percorrendo attualmente, per decisione autonoma o per necessità, indipendentemente da ciò. Questa riflessione mette di fronte ad una consapevolezza, qualora ce ne fosse bisogno: è estremamente difficile, in qualunque situazione ci si ritrovi. Dalla burocrazia da affrontare, alla lingua, alla cultura del posto, al fatto di dover trapiantare un’intera famiglia. Sabrina, nella sua intervista, sconsigliava di andare in Canada da quanto è difficile ottenere il Permit Residence.
              Io mi ritengo fortunatissimo, l’ho detto anche nell’intervista che mi ha fatto Federico riportata nel post scorso. Ho potuto programmare tutto e ho avuto la fortuna che mia moglie ha partecipato al progetto. Altri amici, conosciuti in Cina, non hanno avuto scelta. Alcuni addirittura hanno perso il lavoro anche lì, per cui la famiglia è dovuta tornare in Italia e lui è rimasto nella Terra di Mezzo per tentare di trovare un lavoro (uomo sopra i 50 anni, già “cancellato” dal nostro Paese).
              Davvero ci sono tantissime storie, una diversa dall’altra. E ognuno ha le proprie ragioni e fa le proprie scelte, che vanno rispettate.
              Grazie davvero per il tuo contributo, mi è piaciuto moltissimo!

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                  1. Trovo molto interessante questo scambio perché per me l’assenza di terrore nei confronti dello sradicamento è esattamente quello che rende questo articolo così “refreshing”. Personalmente non trovo faticoso stare all’estero: mi sento molto più esausta quando devo fare i conti con le mie “radici culturali”, se vuoi. 🙂 All’estero ho molta più adrenalina, fiducia nel futuro, serenità.
                    Forse i nostri figli saranno più globali… forse a Londra sono già così in questa, di generazione!
                    Grazie per gli spunti di riflessione.

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                    1. Grazie a te Annika.
                      Capisco molto bene ciò che provi e dici. La vitalitá, la positivitá, lo sguardo orientato al domani si percepisce benissimo all’estero, molto meno in Italia. È sconfortante percepire la negativitá italiana e devo dire che finchè non si sta un po’fuori, se ne ha una percezione minore. È l’impietoso confronto a mettere a nudo la debolezza intrinseca dell’Italia.
                      Dall’altra capisco anche le osservazioni di Tratto d’unione, che vede tutto mettendo al centro la sua famiglia e la stabilitá. Indiscutibile ed inequivocabile.
                      In effetti, da questo scambio emerge una domanda: il processo è fattibile sempre o solo in certi momenti della propria vita?

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  3. Nel mio caso, dopo 10 anni da giornalista, stipendio invidiabile, posizione sicura, mi sono ritrovata senza più un’occupazione stabile. Ci si rimette in gioco, in questo caso il cambiamento è obbligato: si vagliano proposte, si valutano alternative. Nel mio caso mi sono rimessa sui libri: certificazioni varie, tirocini e master. A 36 anni, che non sono 50, ma non sono nemmeno 25. E, poi, la svolta non c’è stata. La precarietà insiste e si fa più pesante.
    Per me il cambiamento ora è una necessità di vita, per un presente sereno e per un futuro possibile.
    Per la mia “metà”, invece, non è così. Lui vive tutt’altra situazione. Lui il cambiamento lo rifiuta.

    Ecco. Di risposte definitive non ne ho nemmeno io. Diciamo che sono ancora in cerca della risposta che, qualunque sarà, mi spaventa.

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    1. Cara Bia, grazie per aver raccontato in sintesi la tua storia. Complimenti per la tenacia, benchè al momento ti stia fruttando poco.
      Quest’estate, quando mi sono fermato a pensare che cosa avrei potuto scrivere nella seconda stagione, sono partito da un commento di un lettore, che nell’intervista a Sabrina mi criticava perchè descrivevo, a suo dire, situazioni e storie troppo facili. La sua osservazione mi aveva fatto riflettere e ho colto solo dopo alcune settimane lo spunto per migliorare.
      Trovarsi di fronte ad una situazione di stallo non deve essere facile, ancor più quando certe posizioni sono cristallizzate. Tuttavia, sono convinto (e soprattutto te lo auguro) che arriverà la risposta giusta anche per te.
      Grazie!

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  4. Non mi è mai successo di dover fare scelte del genere(e non credo mi potrà succedere). Penso che per quanto supportati dalla famiglia, dagli amici, dall’ azienda stessa, sia necessario principalmente aver coraggio. Penso anche che a parità di opportunità, il carattere di ciascuno, porti a scelte diverse. Coraggio a chi dovrà decidere!

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    1. Verissimo Angy, ci vuole tantissimo coraggio. Coraggio necessario per qualunque tipo di scelta, figuriamoci quando si tratta di dover partire e cambiare vita.
      Penso poi che uno se lo debba sentire dentro: non tutti hanno la passione per l’estero, per il viaggiare, per la scoperta dell’ignoto, anche a livello culturale.
      Ad ogni modo questo processo riguarda ogni tipo di cambiamento, credo possa essere una giusta riflessione sempre.
      Grazie del passaggio!

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