Cucinare (all’estero) rilassa – Si viene e si va #9

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Nella penultima puntata di Si viene e si va (ebbene sì, anche i bloggers vanno in vacanza…), voliamo in Sudamerica, per la precisione in Cile. Incontriamo Mariantonietta, che ha un’esperienza un po’diversa dalle altre finora raccontate e, proprio per questo, altrettanto singolare e tutta da leggere.

Si apre il sipario, via alle presentazioni!

Mi chiamo Mariantonietta, calabrese di nascita e veneta di “adozione”. Mi sono infatti trasferita a Padova per l’università e lì mi sono stabilita, dopo aver conseguito la laurea in psicologia e fatto un master in psicologia giuridica, mentre lavoravo come educatrice per il comune di Padova. La mia idea iniziale era quella di lavorare come consulente tecnico in tribunale, ma al momento dell’iscrizione all’albo giunse il momento di partire. Il motivo dei nostri viaggi è mio marito, astronomo di professione: inoltre abbiamo un bambino di nove anni, che alla domanda “Di dove sei?” risponde “sono cittadino del mondo”(non è uno scherzo)! Del resto, abbiamo già vissuto in Italia, Australia e Cile e parla tre lingue.

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Mariantonietta

Direi di partire dalla fine, cioè dal Cile.

L’esperienza in Cile, in realtà, ha avuto due step importanti. Il primo viaggio è stato nel 2009: mio marito aveva ricevuto una fellowship da parte dell’istituzione Carnegie e dell’Australian Astronomical Observatory (AAO). L’esperienza prevedeva un lavoro di ricerca di due anni all’osservatorio cileno Las Campanas ed uno all’università di Sydney. Una proposta troppo allettante per essere rifiutata e così siamo partiti. Nel 2013, lo stesso osservatorio Las Campanas gli ha offerto una posizione a tempo indeterminato come technical manager, un’opportunità davvero eccezionale: il Cile infatti è la patria degli osservatori più prestigiosi al mondo e lavorare per uno di questi significa senza dubbio avere la possibilità di crescere dal punto di vista professionale e culturale.

Viviamo a La Serena, una delle più antiche città del Cile. Si trova nella regione di Coquimbo a circa 500 km da Santiago. È una città balneare sulla costa dell’Oceano Pacifico, ma con alcune caratteristiche particolari: ha un clima desertico, a causa della sua vicinanza con il deserto di Atacama, tuttavia ha temperature miti e una nebbia mattutina, la camanchaca, generata dalla condensazione dell’aria umida che normalmente sparisce verso mezzogiorno lasciando spazio ad un caldissimo sole sia d’estate che d’inverno.

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Paesaggi cileni (1)

In questo periodo mi dedico allo studio, perché sto cercando di convalidare la mia laurea: purtroppo il Cile non ha una convenzione con le università italiane, per cui il percorso è un po’ lungo e complicato. La burocrazia non è una follia solo in Italia, gli intoppi esistono dappertutto. Così ho dovuto fare di necessità virtù: ho deciso di unire il mio lavoro con la passione per la cucina e sono nati RelaxingCooking (relaxingcooking.wordpress.com) e un progetto di cucina terapia. L’idea è quella di avere materiale sufficiente per poter scrivere un libro sulla cucina terapeutica con i bambini. Cucino con loro ogni volta che mi è possibile, ho tenuto alcune lezioni di cucina a scuola di mio figlio su richiesta della sua professoressa che stava lavorando con loro sul tema “comprensione dei testi istruttivi”. Ai bambini è piaciuto molto, così abbiamo pensato di avviare dei laboratori di cucina che partiranno a settembre. Permettetemi di fare per qualche secondo la psicologa: cucinare mette in gioco una serie di processi attenzionali, di memoria, di coordinazione, di concentrazione e, soprattutto nei bambini, stimola esperienze ludiche e creative. È un argomento al quale avevo cominciato ad interessarmi durante la nostra permanenza in Australia.

Con un gruppo di amiche, abbiamo anche dato vita ad un baking club (il club del cuocere al forno, ndr), che rappresenta un’ottima terapia antistress e promuove la comunicazione interpersonale. Consiglio vivamente di provare almeno nei fine settimana! Inoltre, abbiamo pensato ad un servizio di consulenza psicologica online, che dovrebbe partire tra qualche settimana e mi sto dedicando a volontariato presso l’ufficio di protezione dei minori, una risorsa dal punto di vista emotivo e dell’apprendimento. Insomma, penso abbiate capito che cerco di tenermi impegnata!

Tra i due viaggi cileni, c’è stata l’esperienza australiana. Cosa ricordi di quell’anno?

Dopo i primi due anni in Cile ci siamo trasferiti a Sydney per un anno. Parliamo di due realtà opposte, infatti il momento più difficile è stato quello iniziale: la necessità di riambientarsi, di capire la lingua, di interagire con persone diverse. In Cile avevo lasciato un pezzetto di cuore. Fortunatamente alcuni amici vivevano lì da circa quindici anni e mi hanno dato l’appoggio di cui avevo bisogno. Rimboccate le maniche e disfatte le valigie, abbiamo ricominciato, apprezzando tutto il bello che quel paese ci offriva, dopo aver risolto tutte le questioni burocratiche e organizzative.

Ho così cominciato un corso per imparare l’inglese australiano: era frequentato da persone che arrivavano da tutto il mondo (indiani, cinesi, coreani, spagnoli) e mi sono resa conto che tante persone vivevano la nostra stessa situazione.

Oggi posso dire che, dimenticando le difficoltà iniziali, anche l’esperienza australiana è stata meravigliosa e arricchente sotto tutti i punti di vista. Sydney è una città splendida, affascinante, ordinata e pulita; abbiamo assistito a concerti notturni nei parchi, fatto passeggiate in barca e visto fuochi artificiali strepitosi durante la notte di capodanno. Abbiamo preso il sole in riva all’Oceano, dato da mangiare ai canguri e accarezzato i koala.

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Simpatici ospiti…
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Paesaggi australiani

Ci sono ristoranti di qualsiasi tipo, abbiamo apprezzato piatti indiani, thailandesi, assaggiato la vera cucina cinese e giapponese, il pollo all’ungherese e la tipica cucina australiana. Il nostro appartamento era immerso nel verde e tutte le mattine avevo il balcone pieno di pappagallini, mio figlio inseguiva leprottini per strada e potevamo ammirare le blu tongue lizard durante le nostre passeggiate nei parchi. Abbiamo imparato che non si devono mai mettere le mani nei buchi o spostare le cortecce degli alberi, che in campeggio è meglio non lasciare le scarpe all’aperto e che ci sono piccoli polipi velenosissimi che è meglio non toccare.

Credo che i problemi di ambientamento siano da mettere in conto, inevitabilmente. Però tu, in particolare, hai cambiato proprio vita, mollando tutto per seguire tuo marito.  

Sì, l’ambientamento non è facile per nessuno. Personalmente ho uno spirito di adattamento buono, per cui, a parte qualche difficoltà iniziale durante il nostro primo viaggio, principalmente dovuta alla lingua, successivamente direi che tutto è filato liscio. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare persone meravigliose che in breve si sono trasformate, come dicono qui, in “amigos del alma y de la vida”, con le quali abbiamo condiviso momenti splendidi e così tutto è stato più semplice. Devo ammettere che in Cile è stato molto più semplice che in Australia: mentre i cileni sono persone molto ospitali e disponibili, a Sydney sono più riservati, introversi e poi sono così abituati alla presenza degli stranieri che non ci fanno neanche più caso. A parte ciò, in questi anni di spostamenti, mi sono convinta che i viaggi che si intraprendono sono percorsi di vita: ogni posto va vissuto per come è, soprattutto senza crearsi troppe aspettative. Per vivere serenamente esperienze di questa natura è necessario integrarsi e non isolarsi. Il fatto di avere un figlio in età da asilo al nostro primo arrivo in Cile mi ha probabilmente aiutata. Le iniziali relazioni con i vicini di casa si sono estese agli insegnanti, poi ai gruppi di genitori, passando poi attraverso attività varie come i gruppi di ginnastica o di danza.

Per me, non è stato semplice decidere di lasciare tutto e partire per andare a vivere in posti sconosciuti. Quando ci siamo trasferiti definitivamente in Cile, dopo i primi quattro anni circa vissuti all’estero, durante il trasloco devo ammettere che qualche lacrimuccia c’è stata. Partivo per seguire mio marito, sapevo che non avrei potuto continuare a fare quello che facevo in Italia, ho dovuto lasciare il mio lavoro, mio figlio aveva solo tre anni e mio marito avrebbe passato molte notti in osservatorio. È stata una scelta difficile che ha implicato alcune rinunce e ovviamente delle sfide da affrontare. Mi sono ritrovata a vivere le mie giornate da sola e con un bimbo piccolo, per cui l’adattamento doveva, necessariamente, essere rapido: sicuramente ho imparato a gestire con facilità anche le difficoltà, si impara a fare a meno di tante cose e a dare il giusto valore a tutto, ad ogni situazione, ad ogni avvenimento. Ho avuto modo di mettermi alla prova e fatto di necessità virtù: l’adattamento richiede di guardare molte cose sotto una luce diversa e stimola la creatività. Io ho imparato cose che se fossi rimasta in Italia probabilmente non avrei mai pensato di fare. Sono sicuramente più forte e intraprendente di quanto non fossi alcuni anni fa. Quando si rinuncia a qualcosa, l’importante è non arrendersi: spesso le cose migliori nascono proprio in contesti di maggior difficoltà. A me piace vedere sempre il bicchiere mezzo pieno piuttosto che quello mezzo vuoto, credo che sia il modo più semplice per ottenere il meglio da quello che si ha, senza che lo sconforto prenda il sopravvento.

Quali i principali pregi e quali i principali difetti che riscontri in Cile?

Il Cile è una terra meravigliosa, che può dare grandi emozioni: dal punto di vista geografico offre paesaggi che spaziano dalle terre aride del nord alle foreste pluviali con prati verdissimi del sud, dai vulcani alle cascate. Oltre alla natura che offre splendide immagini da fotografia, il Cile è anche un paese ricco di tradizioni e di cultura: chiunque ami fare salti nel passato, questo è il posto giusto. Il suo fascino sta nel poter trovare la vita della grande metropoli come Santiago come quella dei piccoli agglomerati di “cabañas”, dove non arriva neanche la corrente elettrica; abbiamo avuto la fortuna di ammirare cieli stellati spettacolari, di mangiare piatti che non avremmo mai pensato di assaggiare, di fare cavalcate, durante notti di luna piena, in posti dove l’unica cosa che genera rumore sono gli zoccoli dei cavalli.

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Cielo stellato in Cile

A livello personale, dei cileni mi ha colpito la loro grande accoglienza, la forza, la volontà e la solidarietà. Ci sono però anche alcuni aspetti negativi! Non mi sono ancora abituata, per esempio, alla loro lentezza: la tranquillità con cui fanno le cose a volte può diventare snervante, così come la loro capacità di essere puntualmente in ritardo (scusate il gioco di parole)! Se amate la puntualità e la vita particolarmente strutturata, dovete arrivare armati di moltissima pazienza, però, sperimentata questa vita, si fa fatica a riabituarsi allo stile di vita e ai ritmi di noi cittadini europei.

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Il colore delle case in Cile

Mi piace sempre conoscere qualche episodio particolare per poter confrontare il nostro modo di vivere con quello di altri. Hai vissuto qualche esperienza in tal senso?

Posso dire di aver visto tante cose strane, ma sono strane solo per noi. Per esempio, il numero esagerato di coppiette che si scambiano effusioni nei prati e nelle aiuole a qualsiasi ora del giorno. Qui, come a Londra, si vedono molte adolescenti incinte, così come non è raro vedere mamme che portano i propri nipoti neonati alle figlie adolescenti, per l’allattamento. Conosco anche situazioni in cui i nonni hanno adottato i nipotini.

Quando ad un semaforo si trova un lavavetri, al momento del pagamento del servizio forniscono il proprio bigliettino da visita, dicendo: “se chiama, risponde mia moglie per gli appuntamenti, laviamo l’auto anche a domicilio”.

Nei giorni delle elezioni, nei supermercati chiudono le corsie con gli alcolici, ne è vietata la vendita.

Come già dicevo prima, una cosa incredibile sono i loro ritardi. Ricordo ancora la prima volta che abbiamo invitato un gruppo di amici a cena, sono arrivati tutti due ore dopo l’ora prevista e alla domanda “è successo qualcosa? Come mai tutto questo ritardo?”, si sono guardati dicendomi “ritardo? Ma perché, siamo in ritardo?”. Ci spiegarono solo dopo che ai cileni non piace arrivare per primi nelle occasioni speciali e celebrazioni e quindi se si vuole che siano puntuali, non bisogna dare l’orario corretto! Questo vale anche per gli inviti dei matrimoni!

Alcuni mezzi di trasporto, molto piccoli, sono allucinanti: per chi ama il fascino dell’avventura, si sa quando si parte ma non quando si arriva.

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Mezzi di trasporto… o quasi

Una delle regole dei collegi è che i bambini maschi devono portare i capelli rigorosamente corti.

Anche la natura offre molti spunti: è buffo veder passeggiare i leoni marini sulle passerelle del porto, gli asini affacciarsi alle finestre dell’osservatorio, vedere conigli con le code di scoiattolo (si chiamano viscachas, non sono esperimenti di laboratorio nè strane mutazioni genetiche, ma semplicemente meraviglie della natura), o dover fermare la macchina per lasciar attraversare i guanacos o i lama (questi ultimi non bisogna infastidirli troppo, perchè sputano e non è una cosa piacevole!).

A proposito della loro accoglienza, di cui parlavo prima, una vicina di casa gentilissima, quando mio marito era via per lavoro, mi invitava a casa sua al pomeriggio per “fare due chiacchiere e prendere qualcosa di caldo”: così praticavo lo spagnolo e il qualcosa di caldo erano infusi di coca…

Il mondo è bello perché è vario è un’affermazione verissima e io ne ho le prove.

Dell’Italia ti manca qualcosa?

Mi mancano principalmente la mia famiglia, i miei amici e alcune delle cose tipiche dell’Italia. Devo essere sincera, noi non abbiamo mai pensato che questo trasferimento fosse per tutta la vita: se penso a me fra alcuni anni, mi vedo in Italia. E non perché qui non si stia bene, anzi, ma credo che ci siano legami che non si possono spezzare, persone e luoghi che non si possono dimenticare e a cui si resta legati sempre. Vivere all’estero per alcuni periodi offre l’opportunità di conoscere e confrontarsi con storie e culture differenti ed è vero che apre la mente, ma le radici non sono solo un legame anagrafico.

Che cosa l’Italia dovrebbe imparare dal Cile e dall’Australia e che cosa invece l’Italia potrebbe insegnare?

Il Cile ha dalla sua sicuramente la capacità di rimettersi sempre in gioco, la forza di risollevarsi anche dopo grandi catastrofi; qui è possibile avviare un’attività imprenditoriale molto facilmente, anche perché su certe cose sono piuttosto flessibili. Sono in grado di vivere con molto poco, pur essendo comunque felici: abbiamo visto pescatori perdere tutto nello tsunami, ma con il sorriso ci hanno detto: “Siamo vivi e questo è ciò che conta”. Rimboccate le maniche, si ricomincia tutto da zero. Dopo l’alluvione famiglie, scuole, organizzazioni, università si sono mobilitate per inviare aiuti e soccorsi. Non si abbattono mai.

Per ciò che riguarda l’Australia, ho apprezzato la capacità di saper risolvere problemi burocratici in maniera efficiente ed il saper convivere con altre culture nel rispetto della diversità, elemento cardine per una convivenza pacifica e per evitare quei conflitti che a volte possono minare la stabilità di un paese. Un altro aspetto è senza dubbio la cura e l’attenzione per i beni pubblici, quindi parchi verdi e ben curati, piazze e strade pulite, musei e zoo perfettamente funzionanti e ben tenuti.

L’Italia potrebbe insegnare tanto sull’istruzione e la sanità pubblica. Nonostante le crisi che accompagnano questi due cardini del welfare, l’accesso facilitato all’istruzione e il supporto alla salute restano senz’altro un punto di forza del nostro paese. In Cile, se si vuole una scuola con standard alti di qualità, occorre necessariamente optare per una scuola privata, con costi molto elevati; ammalarsi può voler dire andare in bancarotta o non avere le possibilità di far fronte alle spese per le cure. E se è vero che in Italia si investe poco in ricerca e innovazione, resta comunque il paese con il maggior numero di ricchezze artistiche e architettoniche, ponendoci al top e senza rivali nel campo dell’arte e del design, oltre al buon cibo e al buon gusto.

La vostra esperienza all’estero è da vedere come un’opportunità o come l’unica via percorribile?

Essere all’estero è sicuramente un’opportunità, non l’unica via percorribile. Sicuramente fanno notizia gli italiani che partono alla ricerca di migliori possibilità di lavoro ma credo che anche in Italia sia possibile vivere nonostante la crisi, con standard diversi. Viaggiare è il mezzo per poter conoscere differenti modi di vivere, apre la mente, amplifica la capacità di acquisire, oltre all’evidente arricchimento culturale. Quindi per il futuro probabilmente viaggeremo ancora, anche perché il posto fisso è un’idea soprattutto italiana, mentre negli altri paesi si reinventano continuamente: cambiare lavoro spesso può essere considerata una risorsa soprattutto per l’acquisizione di un bagaglio culturale vasto e vario.

Anche alla luce della tua capacità di inventarti un lavoro, come bisognerebbe oggi scegliere l’università?

Sull’università bisogna ricredersi: in passato la parola d’ordine era università prestigiosa e voti alti, perché questo binomio consentiva di ottenere quasi certamente un lavoro ben retribuito, la possibilità di viaggiare ed intraprendere carriere brillanti. Oggi non credo sia più così. È fondamentale entrare nel mondo del lavoro molto giovani e quindi laurearsi in breve tempo, fare qualcosa che piaccia, seguire quelle che sono le proprie aspirazioni e avere il coraggio di fare qualche esperienza anche lontano da casa. In fondo siamo noi gli artefici del nostro destino e, come dico sempre, non esiste nessuna magia se non quella che noi stessi facciamo. Per ottenere qualcosa che si vuole, bisogna crederci sul serio ed avere la determinazione e la serenità per poter affrontare anche le piccole difficoltà che la vita inevitabilmente ci presenta.

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7 thoughts on “Cucinare (all’estero) rilassa – Si viene e si va #9

  1. Un grande in bocca al lupo per Mariantonietta. Una bella intervista,che mi ha fatto tornare in mente la bella Argentina, così vicina, ma anche così diversa dal Cile.

    Condivido in toto, l’ultimo pensiero. L’importante è entrare nel mondo del lavoro il prima possibile. Questo è il vero buon piede di partenza.
    Bando alle ciance su prestigio dell’Università e del voto (più passa il tempo e più mi rendo conto che sono delle stupidaggini sesquipedali)…. chi sceglie la propria strada, le proprie inclinazioni, e ha studiato seriamente perchè aveva la passione per lo studio e l’approfondimento, non ha una, bensì tre marce in più. E nel mondo del lavoro, alla lunga, specie in posti dove la meritocrazia ha valore, alla fine non paga, strapaga.

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    1. Ciao Pietro, condivido anche io ciò che tu dici, in effetti è stato il mio mantra durante il periodo universitario.
      L’esperienza di Mariantonietta è molto interessante, perchè racconta di una ripartenza a 360 gradi: nuova vita, nuovo posto dove vivere, sapendo ciò che lasciava (un lavoro, oltre all’Italia), ma non sapendo bene cosa le aspettasse. E vista la grinta, non credo proprio che sia atterrata in Cile con l’obiettivo di diventare una Desperate Housewife!
      Consiglio anche di leggere le sue ricette, ce ne sono alcune che sono veramente spaziali!
      Grazie del contributo!

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    1. Anche a me piacerebbe andare in Sudamerica, prima in Perù, però. Due miei amici ci sono stati in viaggio di nozze e mi hanno raccontato cose mozzafiato.
      Mariantonietta è troppo forte, vedrai le sue ricette!
      Grazie Giulia!

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