40 anni di noi

ugo-fantozzi

Quarant’anni fa nasceva il ragionier Ugo Fantozzi: la settimana scorsa giornali e tv hanno dato notevole spazio a questa ricorrenza. Inizialmente ritenevo che fosse eccessivo celebrare il personaggio nei cui panni si è calato da sempre Paolo Villaggio, poi, leggendo alcuni articoli, mi sono dovuto ricredere e mi sono convinto che la nascita di Fantozzi potrebbe essere quasi annoverata tra le date simbolo della nostra nazione. E qui scatterà l’orticaria dei puristi e dei più ferrei repubblicani, ma pensateci bene: noi non abbiamo celebrato un personaggio qualunque, abbiamo celebrato noi stessi, cioè l’italiano medio. Lancio il guanto di sfida: degli uomini che stanno leggendo, sono sicuro che tutti si sono ritrovati fantozzianamente davanti alla tv, canottiera bianca e birra, a guardare una partita di calcio, urlando alla propria Pina di togliersi e di non rompere. Quarant’anni fa veniva stigmatizzato nel personaggio di Fantozzi un popolo ed una classe sociale (la piccola borghesia) inquadrata nell’ambiente culturale dell’epoca, quegli anni Settanta che, dopo il boom economico del decennio precedente, erano avvinghiati all’ideologia rivoluzionaria, sia a livello culturale, sia politico. Erano gli anni in cui i giovani scendevano in piazza per far sentire la propria voce, gli anni delle Brigate Rosse e più in generale del terrorismo, erano anni di grande fervore sociale. Una voglia di cambiamento che da un lato attirava Fantozzi, costantemente spinto verso la ricerca di una vita migliore (basti pensare alla propensione verso la signorina Silvani, che smuoveva in lui quella carica sessuale che cozzava con la dolcezza della moglie Pina), dall’altro lo spaventava, convincendosi che tutto ciò che aveva gli garantiva suo malgrado serenità e soprattutto stabilità.

Ieri sera Paolo Villaggio, intervistato da Fabio Fazio a Che tempo che fa, alla domanda “Fantozzi è l’immagine dell’italiano medio o, come qualcuno sostiene, dell’italiano mediocre?” non ha dato una risposta netta. Io credo che Fantozzi si possa considerare la rappresentazione dell’italiano medio, che sfocia tuttavia nella mediocrità nel momento in cui maschera la resistenza al cambiamento dietro alla sfortuna o all’arroganza dei capi e dei colleghi. Un vorrei-ma-non-posso perpetuo, che è diventato il male di molti italiani. Proprio Villaggio ha detto che oggi “i Fantozzi in Italia sono molti, soprattutto giovanissimi, scoraggiati come lui”.

Concordo con Luca Rota, che sul suo blog definisce Fantozzi “uno dei più articolati e approfonditi saggi di antropologia sociale” (qui l’articolo completo). E se noi ridevamo della sua proverbiale sfiga, col senno di poi devo dare ragione a mia mamma, la quale ha sempre sostenuto che non riusciva a ridere di Fantozzi, perché ridere delle disgrazie altrui non è divertente, ma solo triste.


Consiglio un ulteriore approfondimento sul fenomeno Fantozzi, un bell’articolo di Claudio Giunta dal titolo Diventare Fantozzi >> qui l’articolo.

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17 thoughts on “40 anni di noi

  1. Grazie, Stefano! 🙂
    Evidentemente, le nostre madri si sono messe d’accordo circa il giudizio su Fantozzi… D’altro canto, sotto certi aspetti, hanno a loro volta intuita una delle morali di fondo delle vicende del suddetto ragioniere, che dietro la loro superficiale e comicissima surrealtà hanno un nucleo assolutamente tragico, come lo stesso Villaggio da Fazio ha confermato.

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    1. Ciao Luca, è indiscutibile l’aspetto della tragicità, tanto è vero che nel secondo film la parola compare anche nel titolo!
      In questi giorni stanno riproponendo i vari film in tv, credo che potrei riguardarli (in particolare i primi due, gli altri poi hanno perso un po’di mordente) con occhi diversi e, magari, riderei un pochino meno.
      Grazie del passaggio!

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      1. E’ vero, i primi due titoli della serie sono i migliori e i più originali. Poi, purtroppo, il personaggio è divenuto (inevitabilmente) un po’ la parodia di sé stesso, perdendo la sua carica di critica sociale per ricercare solo la facile gag. ma ciò ovviamente non toglie nulla del valore originario che entrambi abbiamo riscontrato. 🙂

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  2. Ricordo che la prima volta che ho sentito parlare Paolo Villaggio ci sono rimasta malissimo, crescendo con i film di Fantozzi non avevo mai riflettuto sul fatto che il ragioniere fosse solo un personaggio inventato, impersonato da un attore intelligente e colto. Villaggio sa il fatto suo, e solo uno studioso di sociologia avrebbe potuto creare un Italiano medio così accurato e sempre di moda. Io riderò sempre riguardando Fantozzi, specialmente per Franchino e le sue ascelle 🙂

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    1. In effetti la storia artistica (e forse la vita) di Paolo Villaggio si identifica con Fantozzi. Proprio domenica sera, durante Che tempo che fa, gli è stato chiesto se per lui questo personaggio è diventato un peso. Villaggio ha ammesso che pur avendo lavorato con Fellini o altri grandi registi, Fantozzi è il suo miglior personaggio e, se all’inizio gli pesava essere visto come il Ragioniere, ora gli deve tanto.
      A me Villaggio è piaciuto tantissimo in “Io speriamo che me la cavo” e anche in quel caso rappresentava un’icona sociale: il maestro elementare.

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  3. Ciao Stefano

    Andrò controcorrente. Su Fantozzi avevo scritto un post un pò di tempo fa, di riflessione. Provo a fare una provocazione come anni fa feci nel mio blog. E se provassimo a metterlo in soffitta Fantozzi?

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  4. Pietro, ho trovato il tuo post, riporto sia il link (https://fulminandozeus.wordpress.com/2010/03/08/dimenticando-fantozzi/), sia l’estratto su Fantozzi:

    Abbiamo amato per troppi anni un eroe negativo come Fantozzi, tutti quanti. L’abbiamo adorato, perché un po’ ci somigliava, nelle nostre debolezze, nelle nostre paure nei confronti dei prepotenti, perché Fantozzi un po’ ricordava la nostra ombra.
    Ma Fantozzi in sé non era ombra, lui era così, la sua ombra per compensazione era prepotente e arrogante, cfaceva da complemento alla sua meschinità, e come spesso accade poteva prendere il sopravvento e guadagnarsi quell’angolo di luce che tutte le ombre cercano. E così il nostro amato Ugo faceva il salto della quaglia, venerato così tanto dai lati d’ombra di noi tutti. Fantozzi oggi è al potere, non è più numero, Fantozzi ha trovato uno spazio al sole: è singolo. E’ un mediocre che ci comanda e come tutti i mediocri è goffo, come tutti i goffi è prepotente e tronfio, perché alla goffaggine e alla mediocrità si risponde solo con la prepotenza e l’arroganza. Nel frattempo il nostro lato d’ombra che somigliava a Fantozzi ha preso il suo posto al sole, nell’ombra sono finite altre caratteristiche tra cui tante virtù.

    Il cinema americano ha prodotto tanti eroi. I più snob tra noi hanno sempre guardato con la puzza sotto il naso questo modo di fare cinema. Forse non era del tutto sbagliato creare personaggi roboanti, forse dovremmo ripensare al modo di fare cinema creando eroi o antieroi, al modo di fare società, al modo di relazionarci ai nostri amici, ai nostri vicini, ai nostri colleghi, e a tutti coloro che nella vita ci circondano.

    L’Italia deve partire da altre figure. Mettiamo Fantozzi in soffitta per piacere.

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  5. Ciao Stefano, ho visto che hai trovato il mio post di ben 5 anni fa!
    E devo ammettere che non ricordavo di essere stato così drastico su Fantozzi.

    Quello che vorrei rimarcare è una cosa sola (dopo tanto tempo ho un po’ moderato quel mio pensiero). Fantozzi è senza ombra di dubbio il personaggio cinematografico che ha avuto più sequel nel cinema italiano, ed è altresì la serie cinematografica più passata in TV, specie nella TV commerciale… credo abbia le stesse riproduzioni nei palinsesti di mediaset, dei film di Bud Spencer e Terence Hill. Negli anni 90, le TV commerciali, ogni santo anno di Nostro Signore, rimandavano immancabilmente tutti i film del personaggio di Villaggio, facendolo uscire con prepotenza dal mondo cinematografico, per diventare un evento mediatico di massa. Questa iperesposizione mi ha sempre fatto un po’ riflettere.

    Se consideriamo il cinema e di riflesso la TV, come un mezzo educativo (per dirla alla Rossellini, onde evitare equivoci), la cosa puzza e non poco. E in questo credo che Villaggio sia diventato prima di tutto vittima, sua malgrado, della sua creazione. Una così alta esposizione ha creato a livello di massa, involontariamente forse, una specie di accettazione bonaria, di un personaggio di tal risma, che giá in nuce rappresentava parecchi dei difetti di moltissimi italiani, me compreso (spesso latenti, alcune volte palesi).

    Il cinema italiano, su altri versanti, aveva già “dato legittimitá” a personaggi meschini e privi di coraggio ed intraprendenza (di fondo simili a Fantozzi), attraverso la vena assolutoria e scanzonata della cosiddetta commedia all’italiana. La sovraesposizione di Fantozzi (e ci tengo a dire, non la sua cornice narrativa, specie nei primi due film, di segno quasi opposto al mood della commedia) ha fatto il paio a livello educativo con quanto detto sopra.

    Giusto per fare un parallelo con il cinema americano, molta critica cinematografica americana, per tutti gli anni 90, si è chiesta giustamente se l’estetica magniloquente dei film di Scorsese con la sua retorica sui goodfellas, e con il successo di cassetta (non solo di botteghino) e di palinsesto, non potesse essere pericolosa a livello educativo. Vedendo il cinema americano di oggi, direi che quella polemica è stata bellamente trascurata (visti i livelli di violenza media dei film americani), però un po’ di discussione almeno c’é stata.

    Ora il fatto che lo si studi così tanto (specie da quando è scomparso dalla produzione e diffusione cinematografica), mi sembra francamente forse un tantino eccessivo.

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    1. Ciao Pietro, credo che la sovraesposizione sia stata sempre ricercata dalle tv commerciali. Sicuri di avere comunque e sempre un buon pubblico, questo garantiva entrate pubblicitarie. La riproposizione della saga consentiva oltretutto di coprire buchi o scoperture in certi orari, ancor più con l’avvento del digitale terrestre, che ha portato ad una moltiplicazione dei canali, con la necessità, di conseguenza, di dover aumentare la proposta (ma non sicuramente la qualità).
      Io non credo che Fantozzi sia diventato oggetto di studio: io stesso ho ammesso di non aver mai considerato il personaggio sotto un altro punto di vista. E devo dire che l’articolo di Claudio Giunta mi ha decisamente colpito e convinto.
      Credo che ogni paese abbia dei personaggi stile Fantozzi: penso per esempio a Mr. Bean. Al di là della mimica facciale, tutto ciò che combina è al di fuori di ogni raziocinio, eppure fa ridere, ma a volte anche pensare. In questo senso, credo che quello che dici tu, l’aspetto educativo, abbia ancora un senso, ma dipende come lo spettatore si pone verso questi programmi.

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  6. Articolo interessante e completo, pur nella sua semplicità. è proprio vero quello che dici e, sebbene i film di Fantozzi abbiano oggi un sapore retrò, in quanto è cambiato il paradigma della comicità, credo che lo stereotipo dell’italiano medio/mediocre non sia cambiato affatto… semplicemente si esprime con modalità diverse, ha altri capri espiatori e – grazie a internet – trova nel contatto con i propri simili una legittimazione alla propria esistenza sociale. Io, da scrittrice, mi sento di dover combattere contro la mentalità qualunquista, pur riconoscendo il valore culturale (laddove per cultura si intende l’insieme dei miti, dei riti e dei simboli che strutturano una collettività) della saga di Fantozzi.

    P.S. Complimenti per il tuo blog, che ho conosciuto grazie all’intervista a Lisa Agosti.

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    1. Ciao Chiara, intanto benvenuta e mi fa molto piacere che l’intervista di Lisa ti abbia condotto qui. Scopro ora anche io il tuo blog, è molto interessante per me perlustrare blogs come il tuo o come quello di Lisa, dove si parla di scrittura. E soprattutto mi fa molto piacere ricevere feedbacks sul modo di scrivere. Per cui ulteriori tuoi commenti saranno molto ben accetti.
      Io concordo appieno con ciò che dici, sebbene siano cambiate le condizioni al contorno, l’italiano medio (o mediocre) è sempre quello.
      Insisto molto su questo aspetto: fondamentale è il recupero di una solida dimensione culturale. Senza di questa, la mediocrità dominerà sempre di più.
      Ancora grazie per il passaggio!

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    1. Ciao Fabio, io onestamente non l’ho mai considerato un capolavoro. Ammetto che la lettura degli articoli che ho proposto nel post ha aperto un’interpretazione diversa e particolare.
      Concordo comunque che i primi erano di tutt’altro tenore rispetto agli ultimi, che ormai non avevano più granchè da raccontare.
      Grazie del passaggio!

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