Centro di gravità non permanente – Si viene e si va #4

emigrazione, italiani nel mondo

L’ospite della quarta puntata di Si viene e si va è Romina, con la quale ci muoviamo a Mosca e…dintorni. Un’esperienza straordinaria tutta da leggere e gustare.

Benvenuta Romina, raccontaci un po’di te.

Sono Romina e ho 36 anni. Sono nata e cresciuta a Mondovì, una cittadina piemontese ai piedi delle montagne e non troppo lontana dal mare. Dopo aver conseguito la maturità classica, mi iscrissi all’università: in famiglia c’erano idee contrastanti sulla facoltà da scegliere, ma alla fine decisi di iscrivermi a Lingue Orientali, optando per il cinese. Dopo qualche mese mi accorsi che non avrei imparato quella lingua con le poche ore settimanali che il corso offriva, così l’anno accademico successivo passai al Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione. In quei cinque anni studiai materie che spaziavano dall’economia alla semiotica, dall’informatica alla storia del cinema, dalla statistica alla storia dei mezzi di comunicazione di massa. Un percorso davvero interessante, che mi fece però capire che non avrei voluto occuparmi nè di pubblicità nè di giornalismo.

Romina, italiani all'estero
Romina, da Mondovì (CN) a Mosca

Qual è stata la svolta?

Una volta laureata, non riuscivo ad inquadrare ciò che avrei voluto fare. Ne è una prova la varietà di lavori che ho sperimentato successivamente: ho iniziato con uno stage all’ufficio stampa della Provincia di Cuneo, che confermò la mia idea di non essere attratta dal giornalismo; poi tentai la strada dell’art promotion, anche in questo caso senza troppe soddisfazioni. Ho poi lavorato da Decathlon e in contemporanea, dopo aver superato una selezione e frequentato un corso di preparazione, sottoscrissi un contratto di lavoro a tempo determinato all’ufficio postale di Mondovì. Tutti lavori completamente diversi tra loro. Parallelamente, però, avevo sempre avuto la possibilità di lavorare a contatto con i bambini, sia come baby sitter, sia come operatrice in un baby parking: ritenevo che quella fosse la mia strada, per cui mi decisi a frequentare un corso di assistente all’infanzia. Il destino volle che in posta incontrassi una ragazza che avevo conosciuto al liceo, titolare di un asilo nei pressi di Mondovì e mi disse di essere alla ricerca di una persona. Non ci pensai due volte e le inviai il mio curriculum. Il colloquio andò a buon fine e mi ritrovai finalmente a fare qualcosa che davvero mi soddisfaceva.

Trovata la tua strada, questa ti conduce a Mosca.

In realtà a Mosca non ci sono arrivata con un volo diretto. Nel mezzo c’è stato un viaggio in India con la mia adorata Didi: un mese all’avventura in un paese che mi ha riempito il cuore e gli occhi di bellezza e amore. Al termine di quest’esperienza, l’unico pensiero che mi frullava in testa era quello di ripartire: sentivo dentro di me una spinta ad andarmene, per non dire una sensazione di urgenza. Dopo meno di due mesi, decisi di trasferirmi a Londra, con un biglietto di sola andata. Cominciai a cercare lavoro come nanny e, per fortuna, dopo tre giorni lo trovai. Rimasi con la stessa famiglia per due anni, innamorata della città e dei bambini di cui mi prendevo cura. Poi arrivò nuovamente il momento di cambiare e cominciai una ricerca in internet, con l’intenzione di rimanere a Londra. Quasi per scherzo, però, risposi ad un annuncio per la ricerca di un’insegnante di italiano a Mosca, inviando il mio curriculum. La posizione e il salario erano molto allettanti: dopo un colloquio via Skype, nell’arco di qualche giorno mi dissero che ero stata scelta. Fu in realtà un fulmine a ciel sereno, perché non era quello che mi aspettavo! Chiesi qualche giorno di tempo per riflettere, ma alla fine decisi di fare un salto nel buio. In due giorni impacchettai due anni di vita londinese, con destinazione Mosca. E così, nel gennaio del 2012 divenni l’insegnante privata di italiano per una famiglia russa di alto profilo.

Mosca, Piazza Rossa
Mosca

In cosa consiste il tuo lavoro? E soprattutto, perché una famiglia russa vuole che i propri figli conoscano la nostra lingua?

La mia giornata lavorativa è di otto ore ma ovviamente non sono tutte di lezione, anzi. Fin dall’inizio, il mio compito era chiaro: dovevo svolgere attività con le mie tre “allieve”, all’epoca di 5, 10 e 15 anni, parlando in italiano, per cui il cuore di tutto era l’interazione con le bambine. Questo sia a Mosca, sia all’estero: il mio lavoro prevede infatti di seguire la famiglia durante i numerosi viaggi. Le bambine frequentano una scuola privata che concede loro qualche giorno extra di vacanza, per cui, non appena ci sono le pause scolastiche, si lascia Mosca per andare in vacanza alle Seychelles, Maldive, Thailandia, sud della Francia, Sardegna, Grecia, Turchia e Saint Moritz o Courchevel per le vacanze invernali. Quando la vacanza è più lunga della pausa scolastica, un’insegnante di matematica e una di russo si uniscono al gruppo per integrare le lezioni che le ragazze perdono non frequentando. I genitori sono comunque molto focalizzati sulla necessità dell’apprendimento delle lingue straniere: prima di me, era già stata assunta un’insegnante di inglese e dopo sei mesi dal mio arrivo se ne è aggiunta una di francese e successivamente anche una di spagnolo. Per quanto riguarda l’italiano, in particolare, credo che in parte dipenda dal fatto che la famiglia possiede una villa in Sardegna dove passa un paio di mesi tutte le estati.

Ci sono state difficoltà di ambientamento? Ti sei pentita di aver lasciato Londra?

Distinguerei l’ambientamento nella famiglia e quello a Mosca. L’inizio della mia avventura a contatto con la famiglia è stata di una difficoltà inaspettata. Passato l’entusiasmo per la nuova arrivata, le bambine mi offrirono un muro fatto di “No italiansky!”: nessuna di loro sembrava avere la minima intenzione di interagire con me. All’inizio ovviamente non conoscevano una parola di italiano: per fortuna potevo aiutarmi con l’inglese, dal momento che lo studiavano a scuola e inoltre avevano già da qualche anno un’insegnante privata madrelingua. Ho dovuto quindi capire come fare breccia in quel muro: la fase ludica è stata fondamentale per entrare in contatto con loro. Proporre giochi di ruolo, inventare storie, catturare la loro attenzione con canzoni e preparare dolci in cucina, tutto questo mi ha permesso in poco tempo di instaurare un buon rapporto. Successivamente si sono aggiunte anche le lezioni di grammatica. Ora posso dire che sono davvero brave con la nostra lingua, anche l’ultima arrivata in famiglia, nata nel giugno del 2012 e che ha ora due anni e mezzo. Oggi, ripensando a quei primi giorni, mi rendo conto che sono stati difficili, ma posso dire di aver vinto una bella sfida.

Per ciò che riguarda Mosca, invece, ne rimasi subito affascinata. La Piazza Rossa mi lasciò a bocca aperta, è davvero una meraviglia. In generale, si vede un’architettura diversa e colpisce il fatto che tutto sia grande: le strade, le piazze, i palazzi e la metropolitana. A questo si aggiunge il fatto che mi sembra di respirare la storia ogni volta che cammino per la città. Ci sono anche molte contraddizioni: mi ha sempre colpito l’assenza di colore: nei palazzi, nel modo in cui le persone si vestono ma anche nei loro visi privi di sorriso. Parallelamente, però, la vita notturna è scintillante: c’è una gran varietà di bar, ristoranti e clubs e non mancano di certo le attività culturali. Vivere a Mosca è estremamente dispendioso, ancora più che Londra. Muoversi in questa metropoli è complicato: oltre all’incubo del traffico, c’è da dire che tutto è scritto in russo, non c’è alcuna indicazione in inglese. Per fortuna, avevo cercato di imparare l’alfabeto russo prima di trasferirmi e questo mi aiutò enormemente per esempio nei miei spostamenti in metropolitana. A poco, invece, mi serviva al supermercato: ero in grado di leggere, ma non di capire cosa stessi comprando! Latte intero, scremato o parzialmente scremato? E chi lo sa! Tuttora, purtroppo, il mio russo rimane traballante perchè sono spesso in viaggio o con la famiglia o per le mie vacanze e quindi la continuitá delle lezioni con la mia insegnante si è subito interrotta. Almeno, però, ora so cosa compro.

Londra è comunque sempre nel mio cuore, infatti quando ne ho la possibilità ci torno per qualche giorno. A Mosca non ho ritrovato la multiculturalità che respiravo nella City: qui era normale sentir parlare tutte le lingue del mondo e questo creava una sensazione di libertà, camminando per strada. Una libertà che si estendeva al vestire, al muoversi, all’esprimersi, in sostanza all’essere. Non mi è mai capitata la sensazione di essere guardata in modo strano o di sentirmi giudicata. A Mosca, purtroppo, non si riesce a trovare questo meltin’pot e questa libertà. D’altro canto, però, qui nella capitale russa la maggior parte delle ragazze e delle donne curano molto di più il loro aspetto: in metropolitana si può notare come sia difficile trovare una donna che non abbia le mani ben curate e non porti i tacchi, anche quando fuori c’è ghiaccio ovunque!

La tua esperienza è estremamente particolare, infatti la scelta dell’università non ha avuto alcun seguito in ambito lavorativo. Cosa pensi debba considerare al giorno d’oggi un maturando?

Considero assolutamente fortunati coloro che, all’inizio del percorso universitario, hanno già le idee chiare. A me per prima non è toccata questa sorte e, come me, credo che molti altri si siano trovati o si trovino nella situazione di non riuscire a scrutare il proprio futuro. Tuttavia per me l’apertura al cambiamento è sempre stata fondamentale e tuttora è uno dei miei pilastri: su di essa si fonda la mia vita. Ancora oggi non so cosa ne sarà di me dopo questo lavoro, ma non sono in ansia.

Mosca, tradizione, sfilata

Hai la fortuna di girare il mondo e di vedere posti meravigliosi. È proprio tutto oro quello che luccica? E la nostra povera Italia, ti manca almeno un po’?

Dell’Italia mi mancano gli affetti e le piccole cose. Mi manca un abbraccio da parte dei miei genitori, mi manca, a fine giornata, di poter telefonare alla mia amica di una vita e dire: “ti passo a prendere per un caffè”; mi manca il prosciutto cotto (non scherzo!) e mi manca di svegliarmi vedendo le montagne. Nonostante tutto questo, per ora non sento l’esigenza di tornare. Forse in futuro succederà perchè al mio compagno piacerebbe vivere in Italia, ma credo anche che ad un certo punto arriverà un segno che se sapremo cogliere ci porterà là dove è destino che andiamo. Durante tutti i miei viaggi ho avuto l’opportunità di scoprire molto su me stessa, sulla mia adattabilità all’ambiente e sul mio essere serena anche in solitudine. Quest’ultimo aspetto non è da trascurare: ho conosciuto molte persone ma solo con un paio di loro c’è un rapporto che si può definire di amicizia, perchè non è facile coltivare delle relazioni in una situazione di “instabilità geografica” come la mia. In effetti, questo è il lato più complicato di questa bellissima esperienza: il continuo viaggiare mi fa sentire come se non fossi mai sistemata da nessuna parte, come se non avessi radici, sempre un po’qui e un po’lí. È indubbio che l’inconveniente maggiore è il vedere sacrificata la vita privata, anche se devo ammettere che, quando meno me l’aspettavo, anche questo aspetto si è sistemato. Proprio in occasione di un viaggio, durante una mia vacanza da sola alle Fiji e in Nuova Zelanda, ad una partita di rugby ho trovato l’amore! Il destino mi ha portato lì e ancora una volta non posso far altro che pensare che è nei cambiamenti che succedono le cose. Se non si sta con le mani in mano, primo o poi la vita ci porta dove riconosciamo che dovevamo arrivare, non necessariamente da subito. Per esempio, avevo fatto domanda per l’Erasmus e non ero stata selezionata: in quell’occasione la delusione era stata grande, perché, già abituata a viaggiare molto con la mia famiglia, mi sarebbe piaciuto fare un’esperienza all’estero a quell’epoca. Come questo, molti altri pezzetti del puzzle, che prima non comprendevo o che mi avevano fatto soffrire, cammin facendo hanno preso il loro posto: il destino esiste ed io ne ho le prove.

paradiso, spiagge bianche, spiagge incontaminate
paradiso

Quindi consiglieresti ai giovani di fare almeno un’esperienza all’estero?

Senza alcun dubbio. Per me vivere all’estero significa mettere alla prova se stessi, confrontarsi con culture diverse, conoscersi meglio e costruire la propria personalitá attraverso nuovi stimoli, accettando quello che ci circonda. Significa riconoscere il cambiamento come parte integrante di un processo costruttivo e non come un’entità spaventosa; significa provare la cucina tipica dei diversi paesi e cimentarsi con essa, scoprire nuovi gusti, imparare nuovi rimedi per curare le malattie. Si ha la fortuna di incontrare tantissime persone, perdersi nelle loro storie e arricchirsi dei loro racconti. Soprattutto, si impara ad emozionarsi di fronte al nuovo. Lo scorso anno, per esempio, ho avuto la fortuna di partecipare alla messa di Pasqua in lingua russa a Mosca e alla messa della vigilia di Natale ad Auckland, in lingua mahori. In entrambi i casi, mi sono sentita parte di una comunità anche se non era la mia. Questo senso di condivisione del nuovo e di partecipazione ad esso sono aspetti che è difficile sperimentare se si vive nella città in cui si è nati. Ribadisco ciò che ho detto prima: vivere all’estero porta con sé la consapevolezza che si è sempre troppo lontani se accade qualcosa a casa. Non si è là e ci si sente impotenti, ci si ritrova a pensare di essere nel posto sbagliato. Però non si può avere tutto e la perfezione non esiste. La chiave di tutto è accettare di scendere a compromessi.

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6 thoughts on “Centro di gravità non permanente – Si viene e si va #4

    1. Ciao Martina, bentornata! Già, amici all’estero. Pazzesco scoprire quanta varietà di esperienze ci sia nell’ambito di persone con cui abbiamo trascorso anni tra le stesse mura (per noi, si ricordano i tempi del Liceo). Una volta ci si incrociava tra i corridoi, oggi la comunicazione è permessa da Internet, anche da una parte all’altra del globo.
      L’esperienza di Romina è estremamente interessante, per questo voglio ringraziarla per avermi concesso il suo tempo. E spero che tanti vogliano prendere spunto dalla sua tenacia e voglia di buttare il cuore oltre l’ostacolo per costruire un futuro meno scontato.
      Brava Romina!

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    2. Ciao Marti!!! Spero di passare presto da Torino!

      E grazie a te Stefano per avermi dato l’opportunità di fare il punto della situazione su quello che mi è capitato negli ultimi anni e riflettere sugli avvenimenti, mettendoli per iscritto. Grazie!

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