Focus

In focus, mirino, bersaglioqueste settimane di manifestanti manganellati, scioperi annunciati, imprenditori quasi stupiti dalle mosse (a loro favore) del governo, ognuno sventola la propria soluzione “migliora-paese” come l’unica realizzabile nonchè vincente, se non fosse che la stessa è frenata dai disdicevoli muri ideologici delle controparti, le quali non accettano per partito preso di sedersi al tavolo della concertazione. Il teatrino, ormai stucchevole ed inutile, presenta sempre i soliti protagonisti: i sindacati hanno la ricetta giusta da decenni, ma i vari governi che si sono succeduti non li hanno mai ascoltati; il governo a sua volta taccia i sindacati di vivere ancora negli anni Settanta e intima alle imprese di ritornare ad assumere; le stesse imprese continuano a piangere per l’elevata pressione fiscale e una burocrazia che impedisce di realizzare qualunque cosa. La concertazione resta dunque un’illusione, un concetto astratto che non collima con un evidente elemento concreto: il mondo è cambiato, il treno di questo cambiamento è partito dalla stazione-Italia alcuni decenni fa e noi passeggiamo sconsolati sui binari dell’arretratezza economica e culturale.

Soprattutto, il vero problema è l’incapacità di mettere a fuoco i problemi da parte di tutti e tre gli attori citati prima. Di seguito, alcuni esempi.

  1. Il non-focus della politica. La difficoltà di attuazione delle riforme esprime la totale incapacità di definire le priorità su cui focalizzare l’attenzione: se è vero che l’Italia è uno stato da riformare nella sua interezza, è pur vero che non si può pensare di ingolfare il Parlamento di decreti legge “vuoti”, con l’obiettivo di mettere, a fini elettorali-demagogici, una X al capitolo riforme. La riforma è reale nel momento in cui tutti i decreti attuativi l’hanno resa operativa: come evidenzia il Sole24Ore (qui l’articolo completo), il governo Renzi sta affondando sotto lo stock dei propri decreti e di quelli lasciati in consegna dai precedenti governi. Si è così generata una confusione istituzionale, esecutiva e legislativa, che fa da contorno alle larghe intese e ad un Parlamento che è tornato ad essere una giungla come ai tempi del Pentapartito. Altro che processo di cambiamento.
  2. Ancora non-focus della politica. Garanzia Giovani è l’ennesimo progetto volto ad incentivare l’occupazione giovanile che è stato un flop colossale. Quello che doveva essere un aiuto concreto per i giovani si è trasformato in una banale vetrina di opportunità lavorative, una sorta di agenzia di collocamento online. Non ci stupiamo, dunque, se chi ha voglia di fare impresa e ha idee va all’estero. L’esempio è il servizio Fluentify (www.fluentify.com), nato da una start-up di quattro giovani di Torino (qui un articolo del Fatto Quotidiano): in Italia considerato un gioco da studentelli, a Londra ha preso le sembianze che meritava, ovvero un servizio online di insegnamento dell’inglese, a cui hanno aderito già 80 tutors. Mentre da noi non esiste a livello fiscale una gestione sensata dei servizi online, in Inghilterra l’azienda paga le tasse solo sulle proprie commissioni e non sull’intero importo della lezione (per la quale le tasse sono pagate dal docente). Le belle idee non trovano terreno fertile in Italia.
  3. Il non-focus delle imprese. Se le imprese emergenti e che potrebbero ridare linfa vitale al tessuto industriale italiano scappano, gli imprenditori che rimangono si leccano ancora le ferite per scelte scellerate e dettate puramente da ragionamenti finanziari. Qui potete leggere l’articolo relativo a Benetton: come può una famiglia che ha reso celebre il proprio nome vendendo maglioni colorati investire il proprio patrimonio nelle autostrade e negli autogrill? Siamo d’accordo sulla necessità di diversificare e eventualmente di investire la propria liquidità, ma senza perdere di vista il proprio know how.

Un’ultima parola sui sindacati: difendere i diritti dei lavoratori è sacrosanto. Tuttavia in questo momento la necessità è quella di combattere per ridare all’Italia la capacità di generare lavoro: senza di questo, esisteranno sempre meno lavoratori da tutelare. Mantenere posizioni ideologiche non serve a nessuno e sarebbe ora che spostassero il proprio focus sui reali problemi dell’Italia e su soluzioni realistiche. Adotto il motto che si legge nella homepage di Fluentify: “Speaking, everything changes“. Parlando, tutto cambia: ora tocca anche al sindacato aprirsi al dialogo, per cambiare se stesso e il Paese.

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5 thoughts on “Focus

  1. C’è totale mancanza di dialogo tra tutte le parti e ciascuno parla ormai sovrastando gli altri. Qualcuno con un’arroganza non proprio istituzionale. C’è da dire che il nostro Paese è arretrato in materia di lavoro e per anni non si è concluso mai niente di realmente innovativo. Ogni progetto è stato infossato dai governi che si sono succeduti creando un “mostro” (analoghe vicissitudini per i comparti Scuola e Sanità) che ha degenerato ogni buona intuizione per fare corpo a istanze corporative e logiche paradossali. Ci troviamo oggi con un numero altissimo di inoccupati in ogni fascia d’età, per gli adulti con impossibilità di reimpiego e per i giovani con prospettive lontane e malsane. Ci sono state agevolazioni statali negli anni addietro ad aziende che oggi infischiandosene altamente hanno abbandonato baracca a burattini senza il minimo rispetto. C’è stato un sindacato che ha letteralmente devastato il mercato del lavoro con loschi figuri che al termine del loro impiego si sono “riciclati” in politica assicurandosi la poltrona e lo stipendio e soprattutto facendo quello per il quale prima lottavano. Vedere oggi Renzi che con la sua spocchia minaccia tutto e tutti sinceramente è deprimente, come è deprimente vedere Camusso&Co. che ancora cantano BellaCiao in un mondo talmente cambiato e arrovellato su temi che non sono più di attualità, sostenuti poi dalla mala informazione (trasversale; in questo siamo molto democratici!) mentre il futuro non appare più neppure dall’altra parte del cannocchiale.

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    1. Ovviamente concordo su ciò che dici. Ho voluto evidenziare, in effetti, che non c’è un colpevole più di un altro, ma ognuno ci ha messo del suo. Tutti bravi ad evidenziare le mancanze degli altri, senza rendersi conto che il vero problema è l’aver perso di vista l’Art.4 della Costituzione: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”. C’è un diritto, ma anche un dovere e questo dovere riguarda tutti, nessuno escluso.

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  2. Senza voler essere apocalittica, ho l’impressione che l’Avidità abbia preso il sopravvento. Non è vero che non è possibile fare impresa in Italia, pur con i nostri articolo 18 e tutele sindacali, siamo diventati la quarta potenza economica europea e l’ottava nel mondo (dati 2012) nonostante tutti i diritti ai lavoratori. E’ possibile fare impresa ed è anche remunerativo. Ma quando sento amici bancari di alto livello dire che è giusto che le aziende italiane non ricevano finanziamenti perché non sono competitive sul mercato internazionale, capisco che per loro essere competitivi significa sottopagare il lavoro, produrre merce di bassa qualità, venderla a prezzi iniqui e arricchirsi sghignazzando con la bava alla bocca. Proteggere la nostra ricchezza non è il vero obiettivo di questi “indirizzi economici e politici”, lo è invece quello di arricchirsi tra amici. Tutto questo mi fa pensare a quei camorristi campani che avvelenano la terra tutto intorno a sé e poi circondano la loro casa di muri per chiudercisi dentro con i rubinetti d’oro in bagno.

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    1. Cara Tratto d’unione, intanto grazie del tuo intervento. Ciò che dici è senz’altro vero. Ho volutamente indicato 3 responsabili (benchè ce ne sarebbero molti di più, sicuramente le banche hanno fatto il loro, ma meriterebbero un post a parte) per sintetizzare il fatto che manca un obiettivo comune, che è il bene del Paese. Sarebbe così semplice se tutti lavorassero per un Paese migliore, perchè questo comporterebbe che tutti, in un modo o nell’altro, starebbero meglio di adesso.
      La criminalitá organizzata è ormai infilata dappertutto, abbiamo ancora speranze di sconfiggerla e debellarla? Ci hanno fatto credere che la malavita fossero i Riina e i Provenzano, i Brusca e i Casalesi. In realtá è proprio quella più infida, quella più subdola, che apparentemente non ha nome, ad essere la più pericolosa e dannosa. A volte capisco quanti, frustrati, dicono che vorrebbero abbandonare l’Italia: ma perchè darla vinta a chi l’Italia non la merita?

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