Per una giusta causa #2

licenziamento, giusta causa, articolo 18
Se ha sonno, giustamente dorme…

Ho letto con molta attenzione l’articolo di Luigi Zingales sul Sole24Ore (vi consiglio l’articolo completo, qui). L’ho letto varie volte, cercando di inquadrare sotto un altro punto di vista la discussione che ha animato nelle ultime settimane talk show e stanze verdi. L’aspetto a mio avviso più interessante è che in questo articolo si ribalta la prospettiva. Non si discute di giusta causa, non si discute se sia giusto licenziare o meno. La dicotomia datore di lavoro/dipendente, secondo la quale il primo è il cattivo e il secondo è la vittima, è figlia di un conservatorismo di pensiero che ci ha portato in volo verso il fondo del baratro (non, come dice qualcuno, sull’orlo, quello lo abbiamo superato da almeno un decennio). Vorrei soffermarmi in particolare su un concetto. Zingales parla di responsabilità. Una parola che ha una connotazione attiva, non passiva come il concetto di giusta causa. Spesso si pensa che la responsabilità sia associata solo ai manager, perché “sono pagati profumatamente per avere responsabilità”. Ma quindi un lavoratore qualunque ha la facoltà, se non addirittura il diritto, di fare ciò che vuole? Fare bene il proprio lavoro non è la prima responsabilità di ciascuno di noi?

Papa Francesco fin dal primo giorno di Pontificato si è caricato sulle spalle la Chiesa, assumendosi in prima persona tutte le responsabilità, anche quelle non sue, ammettendo pubblicamente gli errori e soprattutto agendo per far sì che questi non debbano più ripetersi. Non ha badato alla forma, ma solo alla sostanza. In questo sta la lezione di management di cui Zingales parla: questo Papa, in maniera molto concreta, sta conducendo un vero processo riformatore, non orientato a preservare i centri di potere e i “posti di lavoro” dei cardinali. Riformare l’organizzazione clericale significa mostrare a tutti, con i fatti, il principio della responsabilità, per il quale chi sbaglia paga e non c’è giusta causa che tenga: dice Zingales che “un’organizzazione non ha il dovere di tutelare la posizione di responsabilità fino a sentenza definitiva”; e ancora “la giusta causa viene equiparata ad una sentenza penale definitiva, che, dati i tempi della giustizia italiana, non arriva mai. Ergo, nessuno è mai responsabile delle sue azioni”.

Non siamo più nelle condizioni in cui possiamo permetterci di proteggere i vecchi dogmi del passato. Il premier Renzi sostiene che sia necessario rendere più equo il mondo del lavoro, perchè non ci possono essere lavoratori di serie A e di serie B, in termini di tutele. Verissimo. Allora vorrei che qualcuno mi spiegasse perché un’azienda privata che è in rosso deve portare i libri in tribunale, mentre un comune o in generale un ente pubblico con bilanci “modello-groviera” vengono semplicemente commissariati. Quante volte abbiamo visto i responsabili di questi disastri finanziari venire ricollocati o messi in attesa di nuove opportunità politiche! Perché i dipendenti di un tribunale, di una scuola o di un ospedale con esuberi devono essere ricollocati in altri uffici pubblici (ma entro il raggio di massimo 50 km, non sia mai che si stanchino troppo), mentre gli esuberi di una qualunque azienda privata allo stremo devono essere valutati con il principio della giusta causa? Principio che per di più si lega spesso alla soggettività di un giudice, essendo difficile definire delle categorie oggettive all’interno delle quali far rientrare tutti gli infiniti casi. Vorrei anche che i sindacati mi spiegassero perché non è da paese civile chiudere enti pubblici inutili e mangiasoldi (quelli nostri, di noi contribuenti), però è civile che un segretario generale di un’organizzazione sindacale possa avere la pensione commisurata all’ultimo reddito percepito, anziché basata sui contributi versati.

Riformare una società affinchè ritorni ad essere espressione di civiltà è un processo che coinvolge tutti. Nessuno escluso. Questa è la vera lezione di Papa Francesco.

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2 thoughts on “Per una giusta causa #2

  1. Non so se Papa Francesco abbia voglia di essere preso a termine di paragone per una disquisizione sulla giusta causa di licenziamento e una definizione di responsabilità del lavoratore.
    A parte questo, penso che una “giusta causa” sia licenziare chi non lavora, quindi non si assume la responsabilità di fare bene quello per cui viene pagato. Il motivo per cui questo avviene in certi contesti e in altri no è da verificare e sanare senz’altro. Tuttavia mi piacerebbe che l’attenzione ai diritti e alle tutele non venisse sacrificata in nome di una crisi economica contingente, che tanto danneggia i tanti e tanto favorisce i pochi. Quei pochi potrebbero essere tentati di approfittarsi della crisi come scusa per essere ancora più favoriti. E’ proprio da questi risvolti della natura umana che la legge tutela tutti quanti, compresa la “giusta causa”.

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    1. Sicuramente è vero, il Papa ha ben altre “ambizioni”.
      Sono altrettanto d’accordo sul fatto che non si debba cogliere al balzo la situazione di recessione perenne con l’obiettivo di deregolamentare. Nello stesso tempo, tuttavia, è necessario rivedere (non eliminare, per carità) il sistema di tutele, evitando che queste siano vantaggiose soprattutto per coloro che, sapendo che in Italia tutto si può fare tranne che licenziare, vanno al lavoro solo per timbrare il cartellino. Per me una tutela imprescindibile è la tipologia di contratto: imponiamo alle aziende di fare solo contratti a tempo indeterminato, ma se uno dorme sulla scrivania o se performa poco (con l’evidenza dei fatti, ovviamente) perchè me lo devo tenere?

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