Serie A

 

Ciro-Immobile

Per il terzo anno di fila il capocannoniere della Serie A di calcio lascia l’Italia e fugge in un campionato estero, precisamente quello tedesco. Dopo Ibrahimovic e Cavani, anche Immobile non si fa scappare l’occasione di andare a giocare in un club importante come il Borussia Dortmund e percepire uno stipendio che nessuna squadra italiana avrebbe voluto garantirgli. Se da una parte l’esperienza internazionale, sempre sostenuta con forza in questo blog, non può che essere un elemento arricchente, dall’altra vale la pena rispondere alla domanda che Alessandro Vocalelli pone su Repubblica (qui l’articolo completo): perché nessuna squadra italiana ha deciso di investire su questo talento nostrano, che ormai da alcuni anni fa vedere il suo fiuto del gol, preferendogli invece attaccanti stranieri e per di più molto più costosi? Se vi è mai capitato di ascoltare o leggere Sergio Nava, giornalista di Radio 24 e autore del blog La fuga dei Talenti (http://fugadeitalenti.wordpress.com/), saprete certamente che il mondo è zeppo di italiani che hanno fatto le valigie per cercare miglior fortuna all’estero. Per molti di questi talenti, si sono aperte le porte di carriere professionali entusiasmanti e stipendi commisurati ai meriti e responsabilità, indipendentemente dall’età anagrafica, che spesso in Italia rappresenta uno degli elementi primari nella selezione soprattutto manageriale.

Registrare i giovani all’interno dei propri assets non è solo un buon investimento, ma è il segnale di una strategia chiara. E questo vale tanto nel privato, quanto nel pubblico. È ora di distruggere le lobby che tengono il nostro Paese incatenato al passato: il ministro dei trasporti, insieme al governatore della Lombardia e al sindaco di Milano, non può dichiarare che Uber è fuorilegge per racimolare un po’di voti dei tassisti italiani alle elezioni europee. Se ci sono servizi nuovi ed innovativi, che possono aumentare il livello della concorrenza e soprattutto migliorare il servizio per gli utenti, questi devono essere sostenuti e non osteggiati, anche riscrivendo le regole, qualora fosse necessario (in questo articolo de Il Fatto quotidiano, si evidenziano i benefici).

I sindacati sostengono che i dipendenti pubblici hanno già pagato molto in passato. Io credo che l’effetto della crisi sia stato sentito soprattutto dai privati: chiudono negozi, falliscono aziende, ma quanti uffici pubblici vengono chiusi? Si alzano i polveroni quando i sindaci minacciano di non pagare gli stipendi, ma se lo stesso si facesse per ogni impresa che presenta i libri in tribunale, il polverone di cui prima si trasformerebbe in una colossale tempesta di sabbia. Non da ultimo le polemiche sulla RAI: si può ancora parlare di servizio pubblico, quando al centro della discussione si colloca un’azienda che vive di introiti pubblicitari esattamente come le tv commerciali? Per questo sono d’accordo almeno con una parziale privatizzazione: manteniamo l’informazione e la cultura all’interno di una RAI pubblica, per garantire pluralità e omogeneità, e puntiamo a privatizzare tutto il resto.

L’Italia è l’Itaca dell’era moderna: chi resta, fa e disfa costantemente la tela, chi va, naviga alla scoperta di orizzonti mai visti. Speriamo che questi novelli Ulisse desiderino tornare prima o poi in un’Itaca rinnovata e ancora in Serie A.

 

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