Il Festival di Matteo Renzi

Non aver paura che sennò ti deconcentri, 
devi far coincidere i pesi e i baricentri. 
L’impegno di coppia per un singolo momento: 
due le forze in gioco, un solo movimento. 
 
(Frankie Hi-NRG MC, Pedala, 2014)
Renzi in bicicletta

Da tempo sento una frase che, ahimè, è diventata il leitmotiv italiano: “La tal cosa è lo specchio del Paese”. Lo si dice ormai di tutto: dello sport (i campionati di qualsivoglia sport evidenziano una sostanziale riduzione del livello qualitativo), del Parlamento, del livello culturale medio, delle scuole (“cadono a pezzi, proprio come il nostro Stato”), degli ospedali. Non ne è esente neanche il Festival di Sanremo, bocciato dagli ascolti televisivi che neanche Panariello: l’accoppiata Fazio/Littizzetto è stata tramortita dai dati Auditel, senza scampo e senza appello. Chissà se Matteo Renzi, nella settimana che lo ha visto scrivere le prime pagine del suo “I dolori del giovane Premier”, tra un tweet e l’altro, ha avuto occasione di svagarsi con il Festival, perché dalla débacle di Rai Uno può veramente trarre molti spunti programmatici interessanti, riassumibili nelle parole chiave che seguono. 

#Umiltà: squadra che vince non si cambia è una sentenza vera, ma è altrettanto vero che, giocando sempre allo stesso modo, si diventa prevedibili e di conseguenza meno vincenti. Fazio ha gongolato nell’autoreferenzialità, consapevole dei suoi indubbi successi, ma colpevolmente tronfio, a tal punto da non immaginare che ripetere la stessa formula dell’anno scorso avrebbe fatto storcere il naso al pubblico. Un professionista come lui non può dire all’inizio della serata di apertura “non è il caso di perdere tempo a spiegarvi il regolamento, prendete le registrazioni dell’anno scorso e riguardatevelo”. Renzi non può proporre il rewind di ciò che è stato, ma deve concretizzare la forte discontinuità di cui si sta facendo portatore.
#Chiarezza: l’impostazione del Festival ha palesato un chiaro errore di marketing. È stato costruito un prodotto elefantiaco, che racchiudeva in sé le celebrazioni dei 60 anni della Rai, un filosofico quanto sterile panegirico della bellezza e anche (ma solo come ultimo elemento) la gara canora. Un complicato puzzle di Anima mia, Quello che non ho e Festival che alla fine è rimasto con tanti buchi vuoti. La politica dei pasticci e dei rimescolamenti non dà successo, occorre chiarezza sugli obiettivi e sulle linee guida.
#Rottamazione: si collega ai primi due, costruire un Festival sulla nostalgia e sui vegliardi della tv italiana in questo momento è un segno evidente della mancanza di visione futura. Le Nuove Proposte relegate alla notte fonda (ma allora, perché non abolire questa sezione?) per lasciare spazio ai cosiddetti Big (veramente sono state le migliori scelte?) e soprattutto ad ospiti che avevano la funzione di riempitivo oppure di toccasana per gli ascolti. Investire sui giovani è rischioso (in questo Renzi sa che si sta giocando la sua carriera politica) e richiede tempo, ma quanto meno dà un segnale che il passato è dietro le spalle e che lo sguardo è rivolto in avanti. Il nuovo governo è giovane ed inesperto: ricordo però un’asserzione quanto mai centrata di Giorgia Meloni, che una sera a Ballarò ha detto: “Cosa può interessare a questi dinosauri di costruire un futuro che non li riguarda?”. Diamo spazio alle nuove leve, hanno sicuramente più motivazione. 
#Spontaneità: Fazio è stato stranamente artefatto e convenzionale, anche nello stile di conduzione (non si può attingere dal gobbo in continuo!). Al contrario Renzi è stato criticato per la sua anticonvenzionalità negli abiti, nel discorso alle Camere, nel modo di porsi di fronte ai Parlamentari, poco da Premier e troppo da Sindaco. E sia, se questo servirà a dare nuovo smalto alla nostra Italia. 
Chiudo, dinuovo attingendo dalla canzone di Frankie Hi-NRG MC: 
 
Pedala – insegui la tua storia ovunque vada 
Pedala – macina chilometri di strada
Pedala – l’hai voluta tu la bicicletta 
Pedala – più in fretta 
Pedala – più in fretta. 
 
 
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