La grande bellezza sfiorita

Grande Bellezza, Sorrentino, Toni Servillo
Immagine tratta da La grande bellezza di Paolo Sorrentino
Nella notte del 14 gennaio, ci siamo improvvisamente scoperti orgogliosi di Paolo Sorrentino, per la conquista del Golden Globe come riconoscimento a La grande bellezza, film uscito nelle sale l’anno scorso. L’applauso generalizzato si mescola con un pizzico di sorpresa, in quanto la critica nostrana non era stata così benevola, non apprezzando lo scialbo e desolante quadro dei costumi italiani dipinto dal regista. Del resto, la verità offende e ritrovare sbandierati sul grande schermo i peggiori vizi e difetti della nostra società contemporanea aveva punto nel vivo coloro che durante la proiezione pensavano di trovarsi di fronte ad un grande specchio.
Una malinconia di fondo, che serpeggia tra gli opulenti palazzi romani; un altissimo tenore di vita a cui non si riesce più a rinunciare, sebbene non garantisca più soddisfazione e compiacimento, ma solo noia e disprezzo; relazioni finte e viscide, basate sul detto-non detto o visto-non visto, sulle migliori conoscenze e sul politico che dà la spintarella; la necessità neanche tanto velata di soppiantare la pochezza dell’immanenza con una trascendenza che spesso passa attraverso l’utilizzo di droghe e allucinogeni, recanti, sì, ad un’estasi, ma che di mistico ha davvero poco. Durante la proiezione avevo percepito la volontà da parte del regista di concatenare e nello stesso tempo di contrapporre il clamore delle gigantesche feste a cui Jep Gambardella (fantastico Toni Servillo) partecipa con il terribile silenzio e vuoto che rimane al termine di esse. Mi piace definirlo un film “paradossalmente sottovoce”, espressione di quel nulla cosmico che caratterizza gli stessi splendidi palazzi e ville di una Roma sbiadita, fintamente scintillante e speranzosa di ritrovare gli sfarzi dell’antichità calpestati da una contemporaneità senza cultura. 
Perché questo alla fine è il leitmotiv del film: l’assenza totale di cultura, di un fascino corroborato dalla conoscenza e dal sapere, nonché l’incapacità di valorizzare il nostro patrimonio. 
Leggevo un articolo dell’Huffington Post (qui), nel quale si elencano sette cose che gli Americani possono imparare dagli Italiani: 
  1. mangiare lentamente, cibo locale e in compagnia; 
  2. bere un po’, senza esagerare; 
  3. il non apprezzare gli eccessi, soprattutto nel mangiare; 
  4. una vita più rilassata; 
  5. avere la famiglia vicina; 
  6. i mercati, le piazze, in generale la vita all’aria aperta; 
  7. l’orientamento a non fare brutta figura. 
Sette aspetti che ci vengono riconosciuti, di cui dovremmo essere fieri, perché sono i nostri tratti distintivi dei quali diventare anche ambasciatori nel mondo, oltre che riscoprirli come fondamento del nostro welfare e del nostro sviluppo. Dell’ultimo aspetto, in particolare, negli ultimi vent’anni abbiamo completamente perso la conoscenza: e non si parla di effetti speciali o feste roboanti, ma solamente di dignità, quella vera, e di una bellezza grande ed autentica, che possa in un futuro prossimo finalmente rifiorire.
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7 thoughts on “La grande bellezza sfiorita

  1. Thank you Stefano for helping me to re-order my ideas re this marvellous work of art. I could never have expressed myself so eloquently, but what you said gives words to what I “feel”. Well done!!!!!!!!! Your “old English teacher” is very proud of you. I'll be following your blog (recommended to me by my daughter Sara) closely from now on. Maggie

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  2. Dear Maggie, what unexpected and welcome guest of the blog!! (Thanks Sara for advertise it!).
    Really I think that art and generally speaking culture is the base of the society. We need to deeply explore them to recognize again their benefits in our life. Someone, yesterday night, was identifying this movie as élitaire. I don't think so: the great beauty is for all.
    Welcome, Maggie, thanks for your visit and hope to see you soon ( and sorry for the mistakes!!)

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