Il bicchiere mezzo pieno

Jeep, Chrysler, Fiat
Alla notizia dell’assalto finale di Fiat a Chrysler, mi sono posto una domanda banale, che credo abbia attraversato la mente di molte persone: ed ora? Cosa succederà della Fabbrica Italiana Automobili Torino? Come sempre accade in Italia, si è scatenato uno stucchevole dibattito tra due schieramenti, le cui idee sono sintetizzabili nelle posizioni del Sole24Ore(qui l’analisi di Mario Cianflone) e di Furio Colombo (qui il suo editoriale sul Fatto Quotidiano).
Sostanzialmente, se da una parte si brinda al completamento di un’acquisizione che è storica per un gruppo industriale italiano, dall’altra Colombo conclude drasticamente il suo articolo dicendo che “l’Italia non ha più la Fiat”, cavalcando la posizione, molto cara al sindacato, dell’indisponibilità del Lingotto ad investire in Italia.
Io valuto molto positivamente l’operazione Fiat: nel 2013 abbiamo cantato il de profundis per tutta una serie di marchi del made in Italy conquistati da società straniere. Per una volta, una azienda italiana fa il percorso inverso: Marchionne, durante la prima crisi del 2008, aveva sostenuto che sarebbero rimaste al massimo otto grandi case automobilistiche, con caratteristiche globali. L’acquisizione di Chrysler è frutto della politica espansionistica (legittima) di Fiat, che ha colto un’occasione, certamente ottenendo un successo: Chrysler ha ripianato completamente la sua situazione finanziaria, con vendite e utili in continua crescita. Come sottolinea Cianfloni nel suo articolo, uno dei risvolti positivi si riscontra nella futura produzione di due modelli Jeep nello stabilimento di Melfi; oltre alla possibilità di sviluppare una serie di nuove vetture, basate su piattaforme comuni, che potranno essere lanciate sia sul mercato europeo, sia sul mercato americano.
In più, chi contesta a Fiat di investire all’estero, dimenticandosi dell’Italia, dovrebbe razionalmente considerare che a) non si può certo parlare di delocalizzazione, perché gli Stati Uniti non rappresentano un paese emergente con un basso costo della manodopera b) un gruppo industriale investe dove c’è mercato: tempo fa, in un mio post (qui), contestavo a Marchionne la mancanza di visibilità strategica e di un piano industriale concreto per gli stabilimenti italiani; tuttavia è sempre più evidente come sia difficile portare avanti una politica di investimenti nel nostro Paese, dove si continua a sentenziare che sia necessario aumentare il tasso di occupazione, senza parimenti creare le condizioni per generare lavoro. È di fronte agli occhi di tutti l’ennesimo errore commesso a proposito di Alitalia, essendo stato impedito l’accesso di compagnie straniere che avrebbero potuto creare un piano industriale alternativo, con l’obiettivo di preservare seppur parzialmente i posti di lavoro. A La Loggia, in provincia di Torino, il presidente della Provincia ha definitivamente impedito l’apertura di uno store Ikea, che avrebbe reso felici almeno duecento famiglie (senza considerare l’indotto). Come si fa a fare impresa in un Paese del genere?
In un mio viaggio di lavoro negli USA, una sera, andando a cena con il mio collega Charles sulla sua bellissima Jeep arancione, gli ho detto a mo’di battuta: “anche qui negli USA salgo su una Fiat!”; mi ha risposto: “non mi piace per nulla il design della Fiat, troppe linee morbide e femminili: però se duemila dipendenti americani hanno nuovamente lavoro, questo lo dobbiamo anche a voi italiani”. Lui sì che sa vedere il bicchiere mezzo pieno.
Annunci

3 thoughts on “Il bicchiere mezzo pieno

  1. Beh, l'operazione compiuta dalla Fabbrica Italiana Automobili Torino, senz'altro è notevole. Intendo: per loro stessi e per tutto il beneficio che ne traggono, per il marchio italiano che rappresentano e quindi anche per noi, per la 'pubblicità' che il sistema-nazione Italia ne trae.
    Quello che non so, e che forse non riesco ad immaginare, è come questo potrà incidere in positivo sulla situazione economica del nostro Paese. Più propriamente, sull'occupazione, Si produrranno a Melfi due fuoristrada, produzioni gemelle in Italia e all'estero per piattaforme comuni: sì, questo mi torna. Ma chi ha frequentato il suddetto marchio per motivi di lavoro, e non come acquisitore di vetture, e anche chi un minimo bazzica le fabbriche e conosce le logiche organizzative, sa che i merging, le acquisizioni e fusioni eccetera portano sempre incertezza proprio riguardo i posti di lavoro. La prima cosa che si fa dopo operazioni del genere, è la razionalizzazione: degli organi centrali e dei siti produttivi (dando per scontato che un piano industriale ci sia). E' vero, qui c'è di mezzo un oceano, neppure semplicemente il mare: ma razionalizzazioni saranno senz'altro possibili.
    Inoltre, in Italia si guarda al Gruppo con un filo di ostilità e sospetto, mutuati dalla storia recente e legati all'Avvocato, agli 'aiutini' ricevuti con continuità, nonchè a fattori propriamente storico-sindacali, mentre invece negli USA il Capitano e il Gruppo sono stati salutati come sani salvatori, e sono benvoluti. Come testimonia l'amico con le jeep arancio. Questo, un paio di cosette le suggerisce.
    Insomma, stiamo a vedere.
    Da imprenditrice di me stessa, rilevo della “giustezza” (uso volutamente questo italianaccio) nelle parole del post: si deve fare qualcosa affinchè, non solo l'occupazione sia incentivata, ma anche e soprattutto siano create le occasioni per cui il lavoro si generi. Parlando in “lean-ese”: passare da un'ottica 'push' (incentivazione affinchè ci siano le assunzioni) a un'ottica 'pull' (c'è lavoro, ci sono le condizioni per assumere o rinforzare l'organizzazione). Come? Favorendo gli investimenti, regolando gli stessi in modo sano, facendo anche del sano benchmark con chi attrae in maniera efficace gli investitori esteri, con chi non ammazza con tasse ed inefficienze varie i propri imprenditori. Ma non è solo lo Stato che deve lavorare in questa direzione: lo devono fare anche le Aziende. Guardandosi intorno, recuperando competitività, non solo tagliando i costi (come gli viene, come gli va, ovvero sulla pelle dei lavoratori strizzati come limoni) ma anche e soprattutto efficientando per accogliere, a parità di risorse, nuove sfide legati a nuovi prodotti o servizi, nuovi mercati. Adesso, chi se la cava se la cava perchè ha un significativo export: da noi, i consumi sono fermi.
    (NB1: riguardo Alitalia, non voglio spendere una sola parola)
    (NB2: nel mondo del possibile, che tutto sia regolato dai consumi è di per sè una specie di bestialità. Che l'economia sia l'unica leva che muove il mondo – perchè questo è il nostro scenario – non è una situazione accettabile: c'è l'uomo, al centro, e le sovrastrutture che ha improvvidamente creato non dovrebbero schiacciarlo. Ultimamente ho ascoltato con interesse quanto motivi puramente economici abbiano dato vita, e sostenuto, la pratica della schiavitù, con il sostegno addirittura dei testi sacri. Adesso dobbiamo ripartire, ritornare alla floridezza; ma un giorno, dovremmo ripensare il modo in cui stiamo conducendo la Società. Appuntiamocelo da qualche parte)
    Sandra Z

    Mi piace

  2. Ciao Sandra, sulla prima parte del tuo post non ho nulla da aggiungere, concordo che c'è comunque un elemento rischio, ma occorre essere anche molto razionali: c'è un mercato italiano/europeo che possa giustificare tutti gli stabilimenti presenti in italia? Solo di conseguenza, la razionalizzazione sarà più o meno forte, benchè pressochè certa.
    Sulla seconda parte, anche in questo caso concordo sul fatto che non si possa pensare che sia solo un problema dello Stato. Le stesse aziende ci devono mettere del loro, perchè la competitività e produttività sono comunque due aspetti da recuperare rapidamente; nello stesso tempo sviluppare idee nuove ed alternative, scoprendo le esigenze dei mercati, che nel frattempo sono cambiati ed evoluti.
    Infine, sul fatto che l'uomo debba comunque rimanere al centro in quanto essere vivente e non in quanto numero, nulla da eccepire. Si tratta di capire quanto sia il costo, soprattutto dal punto di vista “umano”, che richiederà il ritorno alla floridezza, di cui tu parli in conclusione. Finora il costo è stato sicuramente salatissimo, speriamo di aver raggiunto il punto minimo e che si possa solamente ricominciare a crescere.

    Mi piace

  3. Parole sante, quelle sulla floridezza. Sul cui significato occorrerebbe riflettere. E anche quelle sul costo 'umano'. Ciascuno deve fare la propria parte, recuperare senso e sensibilità. Credibilità, pure. E la crescita vera, a piccolissimi passi, lenta magari, non potrà non arrivare. E' questa un'epoca in cui si semina 1000 e forse si raccoglie 2; ma quel 2 è prezioso.

    Mi piace

Metti qui il tuo puntino

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...