La scuola del futuro

Aula università

I nostri nuovi politici, in questi giorni, sono in preda alla sindrome-Jalisse: come la coppia vincitrice di Sanremo nel 1997 sparì nei giorni immediatamente successivi alla manifestazione canora, così quegli stessi Fiumi di parole stanno investendo le nostre istituzioni, forse pervase dalla consapevolezza che sarà una legislatura molto breve. E così, il Paese, che tanto avrebbe bisogno di quelle riforme brillantemente sbandierate da tutti i partiti durante l’agone elettorale, va avanti da sé.
È di pochi giorni la notizia che l’Università di Venezia Ca’Foscari, a partire dal prossimo anno accademico, selezionerà le neo-matricole sulla base della conoscenza dell’inglese (qui l’articolo completo). Una decisione che riporta alla ribalta l’annosa discussione sul diritto allo studio. Io mi sono fatto un’idea nel corso della mia esperienza universitaria. 
Una prima considerazione è che l’accesso all’Università dovrebbe essere a numero chiuso, non con l’obiettivo di creare un’élite, ma un giusto rapporto fra l’offerta della struttura (leggi: numero di banchi, aule, laboratori) e il numero massimo degli studenti. Quanti di voi hanno seguito lezioni in sale cinematografiche o, peggio ancora, seduti per terra? Non solo: l’output universitario si trasforma in un input per il mondo del lavoro. Da diversi anni, ormai, ci sono più laureati che scrivanie disponibili. Con il risultato che spesso molti di loro si ritrovano a fare il lavoro che una volta era dei diplomati e dunque il celebre “pezzo di carta” è già carta straccia al momento dell’emissione. 
La seconda considerazione è legata al livello di benessere. Sebbene il nostro livello retributivo sia tra i più bassi in Europa, la qualità di vita è sempre stata piuttosto buona, con la conseguenza di modificare le aspettative, anche per ciò che riguarda la posizione lavorativa. Dunque le fabbriche, le officine, le piccole aziende artigiane si sono svuotate di ragazzi italiani, che ormai affollano le aule universitarie, lasciando così il posto agli immigrati (ben vengano). 
La terza considerazione, infine, trae spunto dalle prime due: mondo scolastico/universitario e mondo del lavoro devono necessariamente essere collegati. L’Italia è sempre stata una realtà manufatturiera, di conseguenza occorre un’offerta formativa che indirizzi verso questo tipo di domanda: non possiamo formare artisti se non ci sono teatri che li accolgano. Come migliorare questo sistema? 
1) A livello di scuola superiore, proporrei una struttura più snella. Un biennio di base uguale per tutti, per completare il percorso della scuola dell’obbligo, con una formazione culturale generale. Seguirebbe un biennio a scelta tra Scuola Superiore Umanistica, Scientifica e Tecnico-Professionale: le prime due con orientamento universitario, la terza con orientamento al mondo del lavoro. In particolare quest’ultimo percorso, di indirizzo tecnico-professionale, rivolto agli studenti che pensano di non continuare dopo il diploma, organizzando corsi che puntino a specializzazioni mirate (un esempio sono i tecnici specializzati in saldatura dei metalli, molto richiesti ma difficilissimi da trovare). Durante il percorso di studi, sarebbero da prevedere periodi di stage da trascorrere nelle aziende, dove svolgere progetti specifici che diano dei crediti a livello formativo. 
2) Come nei Paesi del Nord Europa, eliminerei le tasse di iscrizione scolastiche: lo Stato utilizza il gettito fiscale (la pressione su ciascuna famiglia è tendenzialmente più elevata, fino anche al 50%) per fornire ai cittadini i servizi di cui ha diritto, tra cui per l’appunto le scuole e le università. 
3) Istituirei un fondo, in cui confluiscano soldi pubblici delle Regioni e privati delle Aziende, per investire in borse di studio orientate alla ricerca. Tali borse dovrebbero essere assegnate su base prevalentemente meritocratica e non solo sulla base del reddito (oggi avviene tendenzialmente il contrario), per incentivare anche la mobilità degli studenti tra le varie città d’Italia e d’Europa. 
C’è chi parla di necessità di cambiamento: ripartiamo dalle basi, dalla scuola, affinchè torni ad essere la palestra dove crescono i cittadini del futuro.

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2 thoughts on “La scuola del futuro

  1. è la prima volta che rispondo a un tuo post… Concordo con la prima parte, mica tanto con la seconda… a meno che tu nel primo biennio non intenda far studiare a tutti latino e greco, giusto per permettere DOPO a coloro che intendono portare avanti studi classici di non doversi limitare al ginnasio o di non svolgere tutto il percorso in due anni… E non sono dell'idea di togliere il quinto anno… Quanto all'eliminazione delle tasse scolastiche, ti invito a dare un'occhiata alle attuali fonti di finanziamento di una scuola superiore. Togli le tasse di iscrizione e non ci saranno neanche più i banchi, altro che carta igienica… Buona serata caro!!! 🙂 Saverio

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  2. Carissimo Saverio, non sai il piacere che mi fa il tuo commento! Benvenuto nel blog e spero che tu mi faccia visita spesso (se ti iscrivi, ancora meglio!).
    Ovviamente in un post non posso scrivere il testo integrale della mia idea di riforma della scuola o universitaria. Programmi, numero di anni, tipi di corsi e di offerta formativa: tutto sarebbe da rivedere. Queste sono solo idee, sicuramente difficili da considerare in una situazione economica come quella attuale. Parto dal presupposto che se in altri paesi del mondo ce la fanno, possiamo farcela anche noi, basta volerlo!

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