Il motore del 2000

Smog, Grandi strade

In un post del gruppo Linkedin Veneti di Cina, l’amico Renato pone una domanda interessante “Perché siamo in Cina e considerando tutto (ma proprio tutto) ne vale la pena?”, domanda che nasce spontanea in ragione delle notizie ed immagini che documentano l’attuale livello di inquinamento raggiunto nelle ultime settimane (a questo link è possibile vedere la differenza al 3 e al 14 gennaio). Più volte ho espresso il mio pensiero sulle pagine di questo blog e anche in un contributo pubblicato sulla brochure della Seconda Edizione del Master in Management dell’Innovazione, organizzato dal CUOA di Vicenza:

L’Asia è il vero cuore pulsante dell’economia mondiale… Le aziende necessitano sempre più di giovani ambiziosi e preparati che siano pronti a lasciarsi travolgere dal fascino del continente asiatico, nella convinzione che questa esperienza cambierà in meglio il loro futuro e arricchirà il loro bagaglio professionale.

Tutto ciò è ancora vero? Negli ultimi due o tre anni, la situazione è profondamente cambiata.
Partiamo da un’analisi riportata da un forum di Managers delle Risorse umane, con orientamento verso il mercato asiatico (a questo link, l’articolo completo): in sintesi, comincia ad emergere che non è più così facile espatriare. Sempre più cinesi, sostenuti da un livello redditizio in crescita nella fascia medio-alta della popolazione, possono permettersi di espatriare a loro volta, frequentando università straniere (per Master o interi corsi di Laurea) e ritornando dunque nel loro Paese con livelli formativi importanti. Questo diventa indubbiamente un vantaggio competitivo sia per le aziende cinesi, che possono vantare managers locali ma con un approccio più occidentale, sia per le aziende straniere, che possono investire in giovani cinesi che hanno varcato il confine e quindi hanno vedute più larghe, senza così dover necessariamente ricorrere agli Expats.
Una seconda considerazione è legata alla rilocalizzazione in patria di molte aziende: riporto due link, il primo tratto dal NYTimes, il secondo dal TheAtlantic, oltre al riferimento ad un vecchio post. In questi articoli, si evidenzia il processo, sempre più marcato, di insourcing che coinvolge in particolare quelle aziende che avevano delocalizzato con l’obiettivo di importare dal Far East: questo inevitabilmente ridurrà in un prossimo futuro le possibilità di trovare lavoro in Cina o in generale in altri Paesi asiatici.
Concludo con una nota sul discorso inquinamento e con un tributo a Lucio Dalla: nel 1988 scriveva i seguenti versi:

Il motore del 2000… sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina, 
lo potrà respirare un bambino o una bambina… questo lucente motore del futuro… 
ma non riusciamo a disegnare il cuore di quel giovane uomo del futuro. 
 

Alla domanda “ne vale la pena?”, credo che la risposta sia da ricercare negli occhi dei nostri figli, degli uomini del futuro che dovranno portare avanti questo sgangherato mondo.

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2 thoughts on “Il motore del 2000

  1. Fino a un paio di anni fa ero realmente convinto che quando la Cina avrebbe rallentato il suo sviluppo, altri Paesi emergenti asiatici avrebbero preso il suo posto, ad esempio Vietnam o Cambogia. E pensavo che in seguito il processo si sarebbe perpetuato con l'Africa e così via. Mi sento un po' stupido ad essermi convinto di questo e ora la spiegazione più banale che riesco a darmi è che tutto quel ragionamento (sostenuto e inculcato per altro anche da docenti ed intellettuali con una scolarità più elevata della mia), aveva come presupposto fondamentale la condizione che le risorse a disposizione delle aziende e della collettività fossero illimitate. Ma se le risorse sono invece finite, come è nella pratica, si raggiungerà per forza un livellamento e un equilibrio generale tra le varie parti del mondo. E questo nuovo vento che tira, e che sa meno di globalizzazione di un tempo, trova riscontro anche in alcune strategie di insourcing di molte aziende medio-grandi e anche di molte multinazionali che puntano in futuro a fornire i mercati locali con prodotti pensati, ingegnerizzati e realizzati in loco. Quanto alla risposta, che quasi nessuno ha avuto il coraggio o la sfrontatezza di dire in quel forum, al quale pure ho partecipato, è: no, francamente non ne vale la pena, se non per un periodo limitato e per vivere un'esperienza di crescita personale e professionale a termine.

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  2. Ciao Simone, io in realtà ho chiuso il mio intervento proprio con quell'affermazione. Ne vale la pena solo se si ha la certezza temporale. e soprattutto, se si ha anche la fortuna di andare a vivere in città di fascia A (leggi Shanghai). Fare un'esperienza in città come Wuhan o Ningbo per me sarebbe deprimente, mentre so di persone che la pensano esattamente all'opposto, preferendo la Cina più “rurale”.
    Per ciò che concerne l'aspetto globalizzazione, credo che 4-5 anni fa la situazione fosse molto diversa. La crisi dovuta ai sub-prime aveva già dato una prima scossa pesante, poi la grave crisi europea ha confermato che nel nostro Continente non possiamo far altro che cambiare approccio. A mio avviso non siamo ancora del tutto nella direzione giusta, ma credo che di fronte alla triste realtà dei fatti non si possa più nascondere la testa sotto la sabbia.
    L'Indonesia per esempio è un paese che sta costruendo una economia interna stabile e forte (lo scrivevo in una mia rassegna stampa di qualche tempo fa), per cui è un paese che offre grandi opportunità e direi strutturali.
    Ci riusciremo in Europa?

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