C’era una volta in Italia

Fiat, Chrysler, FCA

Mancano poche ore all’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America. Il mondo intero si chiede se Obama otterrà nuovamente la fiducia oppure se il popolo a stelle e strisce opterà per un cambio di rotta, affidandosi al conservatorismo di Romney. Nel week end i duellanti si sono sfidati a colpi di sciabola sulla delicata pedana dell’economia: Obama ha infatti sbandierato i 171000 posti di lavoro creati nell’ultimo mese nei Non Farm Payroll (ovvero gli occupati nei settori non agricoli) che fanno seguito ai 148000 del mese precedente. Il piatto forte dell’attuale Presidente è ovviamente stato il salvataggio di Chrysler, smentendo oltretutto Romney che accusava Sergio Marchionne di avere già pronto un piano di delocalizzazione in Cina (sembra una congiura nei confronti del Sergio (inter)nazionale…). Smentita che è arrivata tramite un video in cui lo stesso Marchionne ha assicurato che la produzione Jeep rimarrà a Toledo, in Ohio. 
E qui faccio la mia considerazione: un imprenditore italiano è, insieme ad Obama, uno degli eroi agli occhi dei 4700 dipendenti di Chrysler, considerando che nel 2009 la stessa azienda contava non più di 200 anime. Dovremmo dunque essere orgogliosi, perché la bandiera italiana sventola negli stabilimenti americani, non più figlia dell’idea che l’italiano è solo “pizza, pasta e mafia”, ma perché anche noi siamo in grado di fare qualcosa di buono. Dovremmo vedere Marchionne al fianco del nostro Presidente Napolitano, come esempio virtuoso di prodotto italiano che ha conquistato un’altra parte del mondo, rassicurati che le prospettive per l’industria manufatturiera italiana saranno rafforzate grazie alla globalizzazione. 
Invece vediamo Marchionne come protagonista di un “miracolo italiano” che di italiano ha davvero poco. Obama, in uno dei suoi comizi, ha detto che “Chrysler non solo ha ricominciato a fare auto, ma anche di migliore qualità”. A questo punto, la domanda sorge spontanea: è vero che da sempre il popolo italiano è un popolo ingrato, che non sa riconoscere i meriti di chicchessia, ma dove sta il problema in Italia? Perché i tedeschi comprano macchine tedesche e gli italiani pure? Perché sembra che con l’avvento della FIAT la Chrysler abbia migliorato la qualità dei suoi prodotti, mentre in Italia tale qualità non viene percepita? Sarà un caso che anche le macchine di stato sono più Audi che Lancia? E ancora: perché negli Stati Uniti in tre anni è stato messo in piedi e perseguito un vero piano industriale, mentre in Italia stiamo discutendo della reintegrazione di 19 operai ingiustamente licenziati, immediatamente “rimpiazzati” da altri 19 fortunati a cui è stata concessa la mobilità? 
La Marchionne-prospettiva si scaglia contro il mercato del lavoro troppo ingessato, la Camusso, il cuneo fiscale troppo alto. La prospettiva dell’italiano medio se la prende con modelli brutti, vecchi e senza comfort, con prezzi fuori mercato, con la malcelata mancanza di volontà di rimanere in Italia. Il tutto maliziosamente attribuibile al fatto che lo Stato non scuce più neanche un euro. È il processo dei corsi e ricorsi storici: c’era una volta in Italia una FIAT che manovrava e correggeva (esageratamente e senza motivo) gli equilibri politico-finanziari della nazione. Oggi negli Stati Uniti potrebbe essere co-partecipe della rielezione del Presidente: speriamo che questo sia di buon auspicio per Barack.

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3 thoughts on “C’era una volta in Italia

  1. Ciao Stefano
    con questo post abbracci tanti argomenti.
    Italiani all'estero, specie in Nord America. Dopo 2 anni e mezzo in questa parte del pianeta, piena di cognomi italiani, e di cognomi italiani anche in sfere piuttosto alte, e in zone nevralgiche della societa', economia e politica, ti posso assicurare che lo stereotipo pizza, mandolino, mafia e compagnia bella, esiste solo negli sfotto' bonari tra la gente e nei documentari (per definizione di Orson Welles falsi a prescindere). Non ti faccio l'elenco degli italoamericani e italocanadesi che hanno dato lustro al nostro paese non lavorando nel nostro paese… ti cito un esempio personale (sempre poco elegante per avvalorare le tesi). Primo giorno di lavoro in Canada, entro nel mio nuovo ufficio che condividero' per 2 anni con un collega che ha vissuto 10 anni negli USA. Mi presento con nome e cognome. Al solo citare il mio cognome assume una espressione stupita e allcuninata e mi chiede se sono parente dell'amministratore delegato dell'IBM…. io cado dal pero e gli dico che non ho idea di chi sia questo uomo. Dopo poco scopro che e' uno dei manager piu' prestigiosi degli USA (tanto per rispondere ad alcuni sapientoni giornalisti di alcuni quotidiani italiani, quando al primo incontro tra Obama e Monti, ipotizzavano dubbi amletici su come Obama vedeva gli italiani: piu come Monti o piu come il Berl).

    Marchionne. E' un personaggio complesso ma lineare. E' antipatico non per recita, ma per indole (tanto per fare la differenza con un personaggio sportivo che citavi in un post precedente), e a me piace proprio perche' si distingue da alcuni “falsi e cortesi” che hanno contato molto nel nostro paese. Credo che l'avversione che suscita in Italia (e la contemporanea approvazione che raccoglie in Nord America) dipende da eredita' piuttosto diverse in storia, tra le 2 aziende che dirige e i rapporti che esse avevano con i paesi di origine.

    Antipatia verso gli italiani di successo. Gia' discusso in post precedenti.

    Scarso senso nazionale. Parte da piuttosto lontano. Dal '92 si e' fatto di tutto per alimentarlo, strutturarlo e portarlo al potere.

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  2. Ciao Pietro, procedo con ordine:
    Italiani all'estero: visti i commenti di Romney sugli Italians, direi che la popolazione americana è probabilmente divisa sulla considerazione che ha del nostro popolo. Ma tant'è, ce la siamo voluta noi e (per collegarmi all'ultimo punto) il teatrino ridicolo creato negli ultimi 20 anni (e che ancora in questi giorni stiamo portando avanti, basta vedere come stiamo gestendo le Primarie da ambo le parti in parallelo ad una pseudolegge elettorale che potrebbe annullare il risultato delle stesse… ma se si tornasse al proporzionale tanto amato da Casini, come la prenderebbe la gente che paga anche per votare alle Primarie?) conferma qualora ce ne fosse bisogno la necessità di “rottamazione” (indipendentemente da Renzi).
    Marchionne: sono stato un suo profondo estimatore da sempre. Ho sempre sostenuto che un manager si trova di fronte a scelte che spesso sono impopolari e Marchionne ha dovuto farne tante. Tuttavia nell'ultimo periodo sta un po'troppo giocando a “nascondino”. La scelta di Termini Imerese era stata chiara (giusta o sbagliata che fosse): qual è il futuro di Pomigliano e Mirafiori? non può un giorno dire “non ce ne andiamo dall'Italia” e il giorno dopo lanciare un velato messaggio che la crisi del settore auto potrebbe richiedere dei ridimensionamenti. Un piano industriale chiaro richiede anche una presa di responsabilità, evidenziando possibili scenari e soprattutto soluzioni, il più possibile favorevoli ad un Paese che da sempre ha mantenuto in vita la Fiat.

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  3. Su Marchionne caro Stefano concordo con te riguardo la gestione di Pomigliano. Quando annuncio' quel piano restai stupito.. poi purtroppo ho capito che era un bluff. Li poteva evitare quella uscita.

    Che la politica degli ultimi 20 anni sia stata la peggiore dal dopoguerra ad oggi e' altrettanto lampante. Piu' passa il tempo, e piu' credo che la via per cambiare il paese non sia la politica.

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