La dolce vita

Un venerdì pomeriggio qualunque in quel di Suzhou, uno dei colleghi ci disse: “Domani andate nuovamente a Shanghai? Ma perché ci andate così spesso? In fondo, qui a Suzhou, trovate tutto quello che vi serve!”. Rispondere a questa domanda sembra scontato per una coppia di italiani come noi che cercava un diversivo almeno nel fine settimana, per evadere da una città che seppur grande e assolutamente vivibile, offriva poco divertimento e per di più sempre uguale. Tuttavia, mettendosi nei panni dell’interlocutore, è facile capire il suo punto di vista: per una famiglia cinese normale, il week end non è il momento in cui ci si può rilassare o divertire, creando uno spartiacque tra le due settimane lavorative. Beninteso, questo non è legato al luogo comune secondo il quale in Cina si lavora 24 ore al giorno, 7 giorni su 7: gli impiegati timbrano alle 17 del venerdì e sono irreperibili fino al lunedì mattina alle 8, esattamente come noi. Semplicemente, il week end per loro non assume alcun sapore particolare: ci si dedica a fare, per l’appunto, ciò che è funzionale ad uno statico stile di vita fatto di mangiare (nella logica del nutrirsi, non del gustare il cibo), dormire ed eventualmente giocare (per fare passare il tempo altrimenti noioso). Si asseconda dunque il ciclo naturale di vita, senza corollari o fronzoli, senza volerlo a tutti i costi ravvivare. Respiro, dunque vivo. Appare chiaro quindi il motivo per cui il nostro muoversi in continuo e lo spostarsi alla ricerca di novità non fossero compresi dai nostri amici cinesi.
Del resto, il concetto di qualità di vita, espresso in una interessante intervista riportata da La Stampa a Nerio Alessandri, fondatore della Technogym, è alla base della grossa differenza che c’è tra noi italiani e buona parte del resto del mondo. Proprio una collega cinese, che ha avuto l’opportunità di venire in Italia e dunque conoscere di persona il Bel Paese, ha sottolineato che si percepisce quanto per noi sia importante vivere bene: e questo è espressamente dichiarato anche dai turisti che ogni anno affollano le nostre spiagge o le nostre città. La qualità di vita come marchio Made in Italy rappresenta davvero una chiave vincente nella valorizzazione di ciò che ci caratterizza: “Puntare sulla qualità della vita – dice Alessandri – vuol dire regalare ai nostri prodotti e ai nostri servizi un valore aggiunto pazzesco”. Certamente Alessandri tende ad evidenziare le proprietà positive dei suoi prodotti, nella logica del raggiungimento di un benessere psico-fisico che aiuti a vivere meglio (e dunque nell’interesse commerciale della sua azienda!). Tuttavia, traendo spunto dalle sue asserzioni, penso al Made in Italy in prodotti tipici quali il buon vino, il buon cibo, la nostra arte, i luoghi naturali e storici, il tutto condito con il nostro stile di vita: nasce così un brevetto inimitabile, non tanto nei prodotti in sé, quanto nel risultato. Una pasta o un caffè preparati da un tedesco o da un americano non potranno mai essere paragonati alle stesse pietanze preparate dalle nostra mamme o dalle nostre nonne. Condivido infine un altro passaggio dell’intervista, nel quale Alessandri sostiene che “se mettiamo al centro la qualità della vita, mettiamo al centro l’attenzione per l’uomo e possiamo dar vita a un nuovo Umanesimo”: chissà che non si possa nuovamente puntare ad un Rinascimento contemporaneo, che porti ad un futuro più positivo e più dignitoso.

Mastroianni, Dolce Vita
La celebre scena de “La dolce vita” di Federico Fellini
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