Diaz – per non dimenticare

 

I lettori affezionati o quanto meno di lunga data sanno che la parola chiave in questo blog è prospettiva: non esistono regole o schemi prefissati, ma è benvenuta la necessità (in un periodo come questo non è un vezzo, ma realmente un bisogno) di provare a guardare tutto da angolazioni differenti. Nel weekend, ho avuto il piacere di vedere Diaz – Don’t clean up this blood, di Daniele Vicari. Un bel film, costruito sapientemente con flashback ad incrocio, volti a disegnare con dovizia di dettagli ogni scena solo precedentemente fissata con uno scatto più rapido e puntuale.
Diaz, Locandina, Film
La locandina del film (www.diazilfilm.it)
Il punto di partenza temporale è il giorno successivo all’uccisione di Carlo Giuliani, scelta a mio avviso azzeccatissima, perché viene vista come l’evento scatenante della tensione, leitmotiv dell’intera narrazione, evitando tuttavia di doversi concentrare sul fatto in sé. La prima parte del film è preparatoria: un turbinio di stati d’animo, dalla festosità dei più inconsapevoli, alla preoccupazione e rabbia per gli accadimenti del giorno prima, passando attraverso la frenesia dei poliziotti, che tentano di organizzare e prevedere le mosse dei manifestanti.
Nella parte centrale si raggiunge l’apice della drammaticità durante l’assalto alla scuola: la violenza è tangibile e realistica nelle scene dei pestaggi e si percepisce chiaramente ciò che Genova, la Polizia e i manifestanti hanno provato in quei terribili giorni del 2001, diventati storia non solo del nostro Paese, ma purtroppo del mondo intero. In questa fase, il regista lascia spazio ai diversi punti di vista: le stesse scene vengono riprese prima con gli occhi dei poliziotti, poi con gli occhi di alcuni dei protagonisti. Emblematiche due immagini: quella di Alma (interpretata da Jennifer Ulrich), avvolta in una maschera di sangue, con le mani alzate e pervasa dal terrore della violenza; quella di Max Flamini (interpretato da un ottimo Claudio Santamaria), capo del VII nucleo, che partecipa malvolentieri fin da principio all’operazione, solo per eseguire gli ordini: sarà l’unico che dirà ad Alma “I’m sorry”.
Alma, nell’interpretazione
di Jennifer Ulrich (www.diazilfilm.it)
Max nell’interpretazione
di Claudio Santamaria (www.diazilfilm.it)
L’ultima parte infine si concentra sugli accadimenti alla caserma di Bolzaneto, dove i manifestanti avrebbero subito maltrattamenti da parte della Polizia Penitenziaria: anche qui le scene sono truci e sottolineano la gratuità della violenza.
Il messaggio che Vicari trasmette nel film è trasparente, fotografando in maniera evidente i responsabili sia della guerriglia (i membri del Black Blok, che però non erano presenti nella Diaz), sia dell’attacco (i capi della Polizia e della Digos). Non voglio creare qui una sede giudiziaria distaccata nella quale continuare o rafforzare processi già fatti (o non fatti) in questi undici anni. Il rischio è di lasciarsi trasportare solo dall’emotività scatenata dal film: c’è che si sente vicino alle Forze dell’Ordine, provocate e portate in una situazione di esasperazione da un gruppo di giovani armati di violenza e di inettitudine; c’è chi invece prova solidarietà per i 93 della Diaz ed in generale per i manifestanti del Genoa Social Forum, attaccati ferocemente come animali ed additati come responsabili del disastro toccato alla città di Genova.
Credo che la cosa più importante sia quanto meno avere un’idea: la mia si riassume nella frase che il sig. Vitali (interpretato da Renato Scarpa) rivolge ad un poliziotto che, in ospedale, gli chiedeva cosa ci facesse nella Diaz: “Mi trovavo lì semplicemente per dormire: ma voi avete fatto una cazzata, una grandissima cazzata”.
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