Che peccato

Conoscere non è abbastanza; bisogna mettere in pratica ciò che sappiamo.
Nemmeno volere è abbastanza; bisogna fare.
(Johann Wolfgang von Goethe)

Sacerdoti, preti, ordinazioneMi sono imbattuto per caso in questa frase di Goethe e, per una qualche neuronica associazione di idee, l’ho trovata estremamente appropriata ad un paio di situazioni che, sempre per puro caso, riguardano due sacerdoti.
Il primo (lo chiameremo don Patrice) è un prete che ho avuto il piacere di ascoltare durante la Messa della scorsa domenica, un ragazzo ruandese che ha cominciato il suo cammino vocazionale nel 1996 ponendo una domanda ad un frate: “Perché Dio permette tutto quello che dal 1994 sta succedendo nel mio paese?”. Il fatto che il frate non abbia saputo dargli una risposta gli ha dato quella spinta in più per cominciare ad approfondire il mistero della fede, percorrendo una strada in salita, costellata di ostacoli e di dubbi, ma spinto dalla volontà di cercare qualcosa di meglio per la propria vita. Ha impiegato dieci anni a raggiungere l’ordinazione sacerdotale, ma ci è riuscito: e durante la sua omelia, trasmetteva coinvolgimento ed entusiasmo, dimostrando di aver trovato uno scopo nella sua vita.
Il secondo (lo chiameremo don William) è un sacerdote che ho conosciuto in tempi non sospetti e che purtroppo, un mese fa, è salito alla ribalta della cronaca nera, per un’accusa di molestie sessuali (ahimè fondata e confessata) nei confronti di minorenne.
Che cosa hanno in comune queste due persone (a parte il mestiere, ovviamente) e in che modo si legano alla frase di cui sopra? In entrambi i casi, conoscere il Vangelo pare non essere sufficiente. Nel caso di don Patrice, le tragedie che hanno colpito la sua famiglia e tutto il popolo ruandese fanno pensare che lì Dio non ci abbia mai messo piede, che si sia dimenticato di quelli che vengono definiti “i piccoli”. Eppure, egli ha deciso di mettere in pratica l’insegnamento del Vangelo, a cominciare da se stesso, provando a vivere un’esperienza di fede che gli permettesse di scavalcare un’apparenza terrificante e gli facesse credere che un mondo migliore fosse possibile. Nel secondo caso, non ho dubbi a proposito della sua approfondita conoscenza del Vangelo, ma evidentemente don William ha perso la traiettoria, aggrappandosi solo alla miseria del nostro essere uomini e perdendo di vista il suo ruolo di testimone e modello per le nuove generazioni, non solo a parole, ma soprattutto con le proprie azioni.
La Chiesa in queste situazioni ne esce con le ossa rotte, perché, pur essendoci esempi positivi come don Patrice, tendono ad essere evidenziati i casi che creano scalpore: il buon esempio non fa cronaca e (è proprio il caso di dirlo) è un vero peccato.

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