Lo Stock dell’Ikea

Incredibile, ma vero: nel giorno della “febbre dello spread”, ennesimo sintomo (vero o speculativo?) di scarsa fiducia nei confronti del nostro Paese, l’amministratore delegato di Ikea Italia, a margine della fiera del Mobile, ha svelato la decisione di spostare alcune produzioni in Piemonte, parzialmente abbandonando così la Thailandia e la Malesia. Il motivo è duplice: il livello di qualità degli artigiani italiani è superiore rispetto a quello delle produzioni asiatiche; inoltre la somma dei costi di produzione e dei costi logistici (costi sostenuti sia per i trasporti merce dall’Asia sia per i frequenti resi per problemi di qualità) non è più così competitiva.
A fare da contraltare a questa buona notizia, la decisione di chiudere lo stabilimento di Trieste che ha prodotto e produrrà fino a giugno lo storico brandy Stock: in questo caso, il processo di delocalizzazione segue la rotta inversa, direzione Repubblica Ceca.
Due notizie che mi consentono di fare alcune considerazioni:
1) nel corso di un seminario tenuto presso la mia azienda in quel di Suzhou, a margine di uno Study Tour organizzato dalla Fondazione CUOA di Vicenza, si è discusso sulla convenienza di aprire plant in Far East: più volte noi relatori abbiamo sottolineato l’importanza di localizzare non solo la produzione, ma anche gli uffici di ricerca&sviluppo e marketing, per servire da vicino un mercato, quello asiatico, in forte crescita. La scelta di spostare aziende con il solo obiettivo di ridurre i costi può avere un risultato positivo nell’immediato, ma nel lungo termine non paga. Se pensiamo alla Cina, i costi del personale stanno crescendo in maniera vertiginosa, sia a livello impiegatizio, sia a livello di personale di produzione (il Sole 24 Ore parla di un 20% in 3 anni, l’Economist parla di percentuali più alte) e l’indice di qualità, seppur migliorato notevolmente, non ha ancora raggiunto gli standard europei;
2) le aziende devono investire in maniera strategica nell’innovazione, avere una visione di lungo termine che consenta di prevedere i cambiamenti necessari per i propri prodotti e per le tecnologie utilizzate;
3) è necessario mettere in un cassetto ciò che di buono si è fatto finora: l’autoreferenzialità è il nemico più grande della crescita. Pensare che ciò che ha garantito successo lo assicuri in eterno, è un errore colossale: occorre migliorarsi continuamente, anche stravolgendo decisioni prese in passato, per quanto queste abbiano dato buoni risultati (lampante, appunto, il caso Ikea). Occorre quindi aprire nuove frontiere, percorrere prospettive alternative alle precedenti: il caso Kodak è l’esempio di un colosso mondiale che vivendo nell’autoreferenzialità del proprio brand non ha saputo aggiornarsi e stare al passo con i tempi, commettendo un fatale errore strategico.
Per concludere, mi aggancio al Buongiorno di Gramellini, apparso su La Stampa di ieri: concordo con la necessità di valorizzare i nostri “marchi di fabbrica” che ci rendono unici, dalle opere d’arte, alla predisposizione naturale al turismo, fino al design. È tuttavia necessario anche aprire le frontiere a ciò che non è Made in Italy. Accettare aziende ed investimenti stranieri non è simbolo di debolezza o di perdita di identità, ma di evoluzione verso un mondo più globale: questo non significa che dobbiamo rinunciare al nostro modo di essere, ma dobbiamo far sì che questo diventi uno stile, non un vincolo. Infine abbiamo bisogno di far cambiare la percezione all’estero, per la quale in Italia amiamo solo la bella vita, il buon cibo e il divertimento, ma non siamo così propensi al lavoro e all’organizzazione: è ora di smettere di discutere di lavoro, è tempo di rimboccarsi le maniche e lavorare seriamente.

Master CUOA, Giovani
I partecipanti allo Study Tour della Fondazione CUOA di Vicenza

 

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