Ognissanti

Santi
Schiera di santi

Il termine “Ognissanti” si riferisce alla solennità religiosa che ricorre questa settimana, nella quale si celebrano per l’appunto tutti i Santi, canonizzati e non. Quanti di noi conoscono realmente il significato della parola santo? Partiamo da una definizione ecclesiastica: “Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale” (Catechismo della Chiesa Cattolica, paragrafo 2015), che si collega ai versetti del Vangelo “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,24). Decisamente impegnativo, no? Ci sentiamo pronti a sacrificare il nostro benessere, i nostri agi, le nostre abitudini o addirittura la nostra vita per camminare sulla strada della santità? Eppure, grazie alla quotidiana bufera mediatica, diventare santi sembra ormai facilissimo, al punto che “Ognissanti=ognuno é santo” é un’equazione dal risultato verificato.
La settimana scorsa, Marco Simoncelli ha fermato un’intera nazione: cinque milioni di persone si sono sintonizzate in diretta tv o su Internet per assistere al suo funerale, decretandone una sorta di canonizzazione mediatica. Gramellini ha scritto un elogio funebre molto toccante, nel quale afferma “é come se ci avessero ammazzato il futuro”, perché “non era un campione consacrato, ma una potenzialità” (Buongiorno, La Stampa 28 ottobre). Tuttavia, a voi lettori, pongo una domanda: quanti hanno pensato a parenti o amici morti in incidenti stradali, che non sono stati onorati cosí clamorosamente dalle cronache e dalle telecamere? Non solo, ma mi trovo d’accordo anche con Fabio Fazio, il quale, proprio rispondendo allo stesso Gramellini durante il loro consueto face-to-face a “Che tempo che fa”, ha sostenuto che la morte é l’aspetto della nostra esistenza che dovrebbe essere vissuto il piú possibile privatamente, all’interno del focolare familiare il cui calore é stato spento e gelato da una morte inaspettata.
Non é il clamore che rende eroi, ma ció che costoro fanno: penso ai dieci tibetani che si sono dati fuoco in nome della libertà del loro paese; penso a Yueyue, la bambina di due anni investita e lasciata morire sull’asfalto; penso a quel marito che, pur non riuscendo a salvare la moglie dalle acque impazzite dell’alluvione in Liguria, ha salvato altre persone, non lasciandosi travolgere dal dolore; penso ai nostri militari morti nelle varie missioni. E infine penso a tutte quelle persone che giornalmente sacrificano una parte della loro vita lavorando duramente per mantenere la propria famiglia o per aiutare chi ha bisogno. Tutte queste persone non hanno scelto la santità per eroismo, ma perché glielo ha imposto la vita. Simoncelli invece ha “tenuto aperto fino all’ultimo secondo”, ha scelto arbitrariamente di continuare a cavalcare la sua 58 anche nel pericolo, per cui non é un eroe, perché stava facendo ció che adorava. E allora chiudo anche io in suo onore con “Siamo solo noi”, ma con un verso che va in controtendenza: “siamo solo noi/che tra demonio e santità è lo stesso/basta che ci sia posto”. Un santo non si accontenta di un posto qualunque, ma arrivarci é davvero dura. Addio Sic.

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6 thoughts on “Ognissanti

  1. ….grazie Stefano!!!!Sono parole e pensieri che in questi giorni mi giravano in testa senza riuscire ad esprimerli o meglio senza riuscire ad uscire da quel cuore così a volte…strano!!Non posso aggiungere nulla a quanto hai scritto: Grande!!!GRAZIE DAVVERO!e Buona festa dei Santi a tutti!

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  2. La riflessione che lanci e' molto fine. Da emigrante noto come in Canada, la morte dei personaggi famosi, resti e permanga privata (salvo eccezionalissimi casi). Forse che noi italiani abbiamo una paura della morte molto piu' marcata di altri popoli. Boh mi chiedo questo, poiche' in effetti sono stufo di assistere passivamente (per via dell'eco mediatico) a questo tipo di manifestazioni. Diciamocelo chiaramente, noi italiani abbiamo una paura fottuta della morte (credo piu' di altri popoli, e piu' della doverosa e giusta paura che alla morte si deve dare)… e non riesco a capire perche'. e questi funerali altro non sono che una sorta di esorcismo verso questa paura.

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  3. Concordo co il tuo pensiero Stefano, credo infatti che oggigiorno il posto dei santi sia preso sempre più dagli idoli della società moderna, i più famosi o i più acclamati. Non so quale sia la causa radice di quest aconfusione sul tema, forse la scarsa cultura o la mancanza di corretta informazione o forse semplicemente questa società fatica a trovare valori veri!

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  4. @Angy: non é facile esprimere sensazioni del genere, si rischia di passare per irrispettosi nei confronti di un ragazzo che comunque ci ha lasciato. Spero di essere stato sufficientemente sensibile a trattare un argomento cosí delicato. @Pietro: io ho paura della morte, non mi vergogno a dirlo. Non so se in Italia abbiamo una paura maggiore che in altri paesi, ma se cosí fosse, lo attribuirei ad un aspetto positivo, cioé al fatto che diamo un valore sostanziale alla nostra vita. In Cina, ci dicono che noi sappiamo goderci la vita, per loro invece si parla soprattutto di “sopravvivenza”, nel senso di fare il minimo che serve per arrivare a domani (mangiare, bere, dormire). @Trevis: intanto benvenuto nel blog, mi fa molto piacere! Come facciamo a recuperare questi valori? Non credi che ognuno di noi sia un elemento fondante di questa società e dunque la causa radice della mancanza di valori siamo noi stessi?

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  5. Ciao Stefano,
    mi permetto di non essere totalmente d'accordo con te questa volta, ma il bello di un blog è proprio il potersi confrontare, anche su temi un po' complessi e delicati.
    Premetto che quasi sicuramente ho una visione troppo naif, ma io in sintesi la penso in questo modo.
    Marco non è un santo né un eroe. Era un esempio positivo, un ragazzo semplice legato alla famiglia e alla sua ragazza. Aveva la passione della moto e, a differenza di altri coetanei e ragazzi più giovani di lui, aveva anche un enorme talento, che lo ha portato ad essere campione del mondo in passato e che sicuramente gli avrebbe dato altre vittorie in futuro. Personalmente il suo incidente mi ha colpito particolarmente perchè mi ha fatto ricordare, quasi in una sola volta e proprio per questo con maggiore intensità di emozioni, amici e conoscenti persi in modo simile, a causa della depressione, di incidenti stradali, di malattie fulminanti. Tutte persone che adesso ricordiamo negli anni magari con tornei di calcetto o eventi sportivi locali. L'incidente di Sepang mi ha fatto pensare a quanti mazzi di fiori ci sono sui guard-rail delle strade italiane. E allora non ci ho trovato niente di male nello spazio lasciato dai media al funerale di Marco. Non ci ho visto un tentativo di canonizzazione mediatica, ma solo il desiderio di salutare un'ultima volta con un abbraccio un ragazzo di 24 anni, che tra le varie cose era anche un personaggio pubblico. Né sono d'accordo che la morte debba essere per forza vissuta privatamente: il punto più importante è il rispetto della famiglia, che non mi sembra venuto meno. Quanto allo scopo e alla funzione, mi verrebbe da dire antropologica (lasciatemi passare il termine) del funerale così come lo concepiamo nella cultura cristiana, penso che sia un modo proprio di rendere il dolore meno doloroso, attraverso una concentrazione di empatia da parte di quanti vi partecipano. E' un modo di veicolare il dolore, di incanalarlo in una forma di espressione capace di controllarlo, perchè altrimenti sarebbe insopportabile. E' anche un modo di esorcizzare le proprie paure ed insicurezze: non tanto la paura del trapasso, quanto la perenne sensazione di impotenza, di essere foglie che un alito di vento può in un attimo spazzare via. Tutte paure che non trovo fuori luogo esprimere e di fronte alle quali viene umanamente da stringersi verso il prossimo.

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  6. Ciao tigredellalba, ben venga la discussione, se ne negassi l’importanza perderei la base del blog, che é lo scambio di prospettive e punti di vista. Non metto in discussione ció che dici, anche perché in buona parte mi ci ritrovo anche io. Il taglio volutamente un po’estremista e provocatorio del mio post aveva l’obiettivo anche di aprire gli occhi sulla nostra quotidianità: spesso non sappiamo che il nostro vicino di casa sta vivendo momenti di sofferenza o ha vissuto un lutto grave o vive un periodo di depressione. Tuttavia, sembra che conosciamo tutto dei personaggi pubblici (che in quanto tali, ovviamente, vivono della loro notorietà), siamo ormai gossippari convinti e non manchiamo mai di cercare notizie su di loro. I valori di cui parlava Trevis sono a mio avviso da ricercare in un ritorno al quotidiano, alle relazioni umane, sia a livello di famiglia, sia a livello di amicizie. Una volta esisteva un canale solo e alle otto di sera non trasmetteva piú nulla. Ora la proposta commerciale é cosí vasta che probabilmente non basterebbe una settimana per guardare almeno un programma su tutti i canali a disposizione. E questo comporta una chiusura nella nostra dimensione, dimenticandoci del prossimo. Il dolore della famiglia di Simoncelli (permettimi, ma io non mi sento di chiamarlo Marco, perchè non lo conoscevo) resta tale anche se ci sono i cinque milioni attaccati alla tv: buona parte di costoro non ha guardato la diretta per condividere il dolore della famiglia, ma per vedere cosa di particolare ci potesse essere in un funerale di un personaggio pubblico, come la rombata della 58 fatta da Rossi. Sono convinto che fosse veramente un bravo ragazzo e molto ben voluto da tutti, ma con nessun particolare privilegio rispetto ad altri suoi coetanei che hanno avuto la stessa sorte.

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