Comunità e servizi pubblici (2)

Su La Stampa del 2 settembre, é comparso un articolo sulla Social Responsibility delle grandi aziende che investono in Cina. Sotto i riflettori, ancora una volta, la Apple, i cui fornitori cinesi (dei quali alcuni si trovano proprio nel distretto di Suzhou) non rispetterebbero le norme sul rilascio di rifiuti nocivi e metalli pesanti in atmosfera: questo é il terzo episodio, dopo quello relativo all’utilizzo di n-esano (sostanza altamente tossica all’inalazione, che crea nel tempo disfunzioni neuro-motorie) come sgrassante dei display dell’I-Pad e dell’I-Phone e quello della catena di suicidi, conseguenza dei ritmi di lavoro insostenibili.
Anche la mia azienda, proprio la scorsa settimana, ha partecipato ad un workshop di due giorni nell’ambito della consapevolezza sociale, in quanto una delle piú grosse multinazionali mondiali, nostro cliente, monitorerà il nostro livello di affidabilità in tema di sicurezza sul posto di lavoro e di rispetto delle leggi, in particolare quella sul welfare (orari lavorativi, livelli salariali, sfruttamento del lavoro minorile). Sottoposti ad un pre-audit da parte di una società di consulenza scelta dal nostro Cliente, abbiamo superato brillantemente il test, in quanto uno dei nostri principi, sin da quando abbiamo aperto il plant a Suzhou, é l’essere un’azienda italiana operante in Cina, quindi con le stesse prerogative e organizzazione della casa madre.

Operai, Pausa, Lavoro

Onestamente, non ci é stato spiegato nulla che non sapessimo già, ma ci siamo resi conto della difficoltà di trasmettere l’importanza di questa responsabilità sociale non tanto all’interno della nostra azienda, quanto piuttosto nell’intera nostra filiera (dunque tutti i nostri fornitori). Visitando alcune fabbriche cinesi, ho potuto infatti evidenziare alcuni aspetti, riguardanti il modo di concepire il lavoro e la comunità qui in Cina: 1) pur esistendo le leggi che servano a regolamentare ogni tipo di attività, queste non vengono rispettate dagli utenti: questo, come detto nel precedente post, é spesso frutto di un concetto inesistente di comunità o di prossimo, non solo nel rapporto datore di lavoro/dipendente; 2) l’output produttivo vince sempre sulla qualità e anche sulle regole di sicurezza: sia l’una che le altre vengono spesso viste come un intralcio al fatturato, dunque facciamone a meno; 3) raccogliendo i primi due concetti ed estendendoli ad un discorso piú generale e non solamente lavorativo, avverto qui in Cina una sensazione di precarietà o di provvisorietà della vita: i cinesi incarnano l’idea dell’esistenza come passaggio, dunque si percepisce un loro scarso impegno nel condire la vita con qualcosa di diverso dal lavoro e nel proteggerla come un bene prezioso. In fondo sembra che per loro vivere una vita piena sia solo una perdita di tempo, perché non porta nelle tasche alcun guadagno. Come azienda, invece, ci sforziamo quotidianamente di garantire a tutti un posto di lavoro sano e sicuro, innanzitutto perché é un nostro dovere morale ed etico nei confronti di una società che ci ha accolto; come uomini, abbiamo la possibilità di essere testimoni del fatto che siamo esseri che vivono di relazioni sociali, le quali trasformano una fredda e scarna esistenza in VITA.

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