Scheda – Nel barile di olive

Mediterraneo, Locandina, Salvatores

Mi é capitato in questi giorni di leggere alcune considerazioni sul tema del ritorno, argomento piú volte discusso con alcuni amici Laowai, compagni di avventura qui in Cina. A tal proposito, mi é venuto in mente uno dei miei film preferiti, Mediterraneo  di Gabriele Salvatores (1991), terza pellicola della sua trilogia cosiddetta “della fuga”. Il film era rivolto in particolare ad una generazione, quella di inizio anni Novanta, che si ritrova “in bilico tra un’utopia che sfuma e un realismo incombente” (R. Escobar, Sole24ore).
La Seconda Guerra Mondiale si appropria di un gruppo di soldati, che sbarcano in una sconosciuta isola dell’Egeo, con l’obiettivo di creare un avamposto italico. Presto i protagonisti scoprono un’isola pacifica, abitata solo da donne e bambini innocui, che vivono nel terrore di una nuova invasione straniera, dopo quella tedesca che aveva deportato tutti gli uomini indigeni. E cosí, da una parte troviamo una parte del gruppo che si lascia avvolgere dalla magia dell’isola, rendendo la permanenza addirittura piacevole; dall’altra emergono, soprattutto all’inizio, le reazioni del sergente Lorusso (Diego Abatantuono), che malvolentieri si adegua alla situazione, perché avrebbe preferito esaudire le sue ambizioni militari: per lui l’isola non crea motivazioni, induce ad una vita noiosa, ben lontana dagli scoppi dei mortai e dalle battaglie che stanno infuocando e cambiando l’Italia e il mondo. “Siamo lontani dal cambiamento, rischiamo di rimanere tagliati fuori!”, lamentava il sergente. Come Lorusso, anche Noventa (Claudio Bisio) non vede l’ora di tornare in Italia, un novello Odisseo che tenta ogni mezzo possibile, fino alla scelta pericolosa di avventurarsi nel Mediterraneo, con una barca a remi.
Nel frattempo passano tre anni, la Guerra finisce e cosí i soldati sono costretti a tornare nel proprio paese: splendida la scena degli uomini locali che ritornano nell’isola con le motovedette inglesi, quasi in uno scambio di testimone che vede il disappunto degli indigeni, dovuto alla presenza straniera nell’isola, complementare al disappunto dei soldati che si vedono espropriare della loro nuova vita e di quell’isola, che col tempo li aveva adottati. Al punto che il piú bistrattato dei soldati, l’attendente Farina, decide di disertare, nascondendosi in un barile di olive, per restare al fianco della donna, la prostituta dell’isola, che gli ha cambiato la vita e a cui lui stesso, con la sua semplicità, ha fatto scoprire il significato dell’amore. Il film si chiude con un salto temporale di molti anni: il tenente Montini, nel frattempo tornato alla sua professione di insegnante di latino e greco, sbarca nuovamente sull’isola, ormai trasformata dal turismo di massa, per visitare Farina e ritrova con grande sorpresa un invecchiato Lorusso, deluso da un’Italia “che non é cambiata per nulla”. La didascalia finale é eloquente: “Dedicato a tutti quelli che stanno scappando”, che vedono nella fuga “l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare” (H. Laborit, Elogio della fuga).
A distanza di 20 anni, il messaggio di Mediterraneo é ancora attuale: se mi guardo intorno ed osservo i miei compagni laowai, vedo esperienze e reazioni che sono del tutto paragonabili a quelle dei protagonisti del film. Conosco dei Lorusso, che, dopo essere tornati in Italia, hanno trovato un paese non all’altezza delle loro aspettative o lontano da uno stile di vita acquisito in terra straniera; conosco dei Noventa, che non vedono l’ora di tornare a casa; dei Montini, che hanno fatto tesoro dell’esperienza condotta lontano dall’Italia e hanno ripreso il corso normale della propria vita; e, infine, conosco anche qualcuno che ha trovato o sta cercando il proprio barile di olive, perché ció che ha scoperto é molto meglio di ció che ha lasciato. Per questi ultimi, la parola ritorno é stata cancellata dal dizionario.

Mediterraneo, Protagonisti

 

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7 thoughts on “Scheda – Nel barile di olive

  1. Per iniziare, inserisco il link della tigre dell'alba, che spiega della teoria dell'acquario, molto interessante ed appropriata al tema del ritorno, di cui stiamo parlando.

    http://pensieridiunatigredellalba.wordpress.com/2011/08/17/la-teoria-dellacquario-e-i-suoi-corollari/

    A seguire, riporto un commento dal gruppo Italiani in Cina di Linkedin, diviso in 2 parti: 9 mesi fa ed oggi. è la stessa persona a parlare, ma, come dico sempre, è questione di prospettive…buona lettura.

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  2. 9 mesi fa
    […] Quando sono poi tornato, è stato ancora più difficile. Mi sentivo un pesce fuor d'acqua, quasi estraneo tra la mia gente. E questa sensazione non mi ha ancora abbandonato. Diventa più forte quando parlo con amici e colleghi della Cina e mi accorgo che abbiamo due visioni della Cina totalmente diverse: da un lato io che l'ho vissuta, che ho amato e a volte anche odiato profondamente (come succede in tutti i grandi amori), dall'altro loro che non l'hanno vissuta e ne hanno a mio avviso una visione totalmente distorta, lontana dalla realtà. Mi sento incompreso, anche dalle persone che mi stanno più vicine.
    Mi sono accorto di non essere più abituato alle inefficienze italiane, alle pause caffè troppo lunghe, alla mancanza di pragmatismo. In ambito lavorativo mi sembra di non poter esprimere tutto me stesso, le mie potenzialità, perchè mi vengono posti troppi paletti. Prima invece ero lontano da tutti ed ero una sorta di “black box”: alla sede italiana importava solamente vedere i risultati, come questi erano ottenuti era solo affar mio.
    La cosa che mi ha colpito di più rientrando in Italia è stata l'assenza di bambini e ragazzi per strada. Ma ho fatto anche fatica a riabituarmi al silenzio…
    Anche il tempo libero è meno spensierato, meno divertente. Rispetto alla Cina, risulta molto più difficile conoscere nuove persone. Paradossale, ironico, avvertire una forte incomunicabilità con la tua gente, e sentire invece crollare, sgretolarsi il muro che all'inizio ti separava dai cinesi.
    Per sentirmi “a casa” sono perfino andato a tagliarmi i capelli in un negozio gestito da cinesi e ho passato una domenica pomeriggio curiosando per il centro ingrosso Cina di Padova.
    Certo mi rendo conto che la qualità della vita è comunque migliore qui, ma non so se resisterò e per quanto… Con una buona proposta lavorativa e un progetto valido, penso ripartirei! Mi lascio una porta aperta continuando a studiare cinese, ormai divenuto il mio hobby principale… E se invece non ripartirò, credo che una certa nostalgia mi accompagnerà per molti anni a venire.

    Oggi
    Desidero anch'io tornare sull'argomento, a distanza di molti mesi dal mio precedente post. E' ormai trascorso un anno dal mio rientro in Italia ed ora vivo sensazioni decisamente diverse dai primi tempi. Non provo più quel senso di smarrimento e di vuoto, ma sto davvero assaporando quanto di bello e positivo può offrire l'Italia.[…] Il fatto di stare bene o meno in un posto, di volerci mettere radici o meno, è una questione di priorità. Cosa è veramente importante per farmi stare bene, fisicamente e mentalmente?? Io non abito nella civile Germania, ma nella provincia italiana. Ma concordo assolutamente con te che il piacere di vivere e fare sport in un posto non inquinato, non ha eguali. Per me poter correre in campagna, tra campi di mais, o leggere un libro sui prati dei Colli Euganei avendo la fortuna di intravedere la laguna veneziana nelle giornate più limpide, in sostanza di vivere una vita sana, è una di queste priorità.[…]. E' un problema che in matematica si definirebbe non chiuso: ognuno ha un punto di vista diverso e la chiusura del cerchio non la troveremo mai… Io personalmente tornerei all'estero per l'adrenalina che ti dà quel tipo di esperienza, pur sapendo che sarebbe probabilmente, e ancora una volta, a tempo determinato. Ma a questo punto perchè tornare in Cina? Perchè non l'America Latina o l'amata Europa?

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  3. Ciao Stefano
    bella recensione, molto sentita, piena di sfumature emozionali, sia della tua vita, sia della vita di chi hai conosciuto e che ti circonda o ti ha circondato.

    Mediterraneo e' un film che e' entrato nelle vite di tanti 30enni quando eravamo ancora alle soglie dell'adolescenza e che ci accompagna nel suo stile dolce-amaro, soprattutto in chi come noi e' lontano dall'Italia e nel bene e nel male se la porta nel cuore.

    Tra i tanti protagonisti di quel film, non so bene in chi identificarmi, forse mi identifico in parte in molti di loro quindi con nessuno in particolare. A volte la tentazione di Lorusso di lasciar stare tanto in Italia non cambia mai nulla, mi assale prepotentemente, altre volte la sola idea di stare lontano per sempre dall'Italia mi annichilisce. Comunque non ho mai amato, anzi ho disprezzato sempre con tutto il mio essere, il motto gattopardiano. E' stata una scusa letteraria (ammantata di nobilta' decaduta), soprattutto al Sud, per fare in modo che effettivamente molti non si impegnassero oltre un certo limite fisiologico per il proprio paese. Credo che la nostra generazione (quella degli adolescenti nel 1991) spetti un compito molto importante. Dare una speranza ad un paese le cui energie sono molto bloccate, quindi potenzialmente tante. Non possiamo giustificarci nobilmente col gattopardo come molta borghesia meridionale e italiana ha fatto. E' ora che questo motto venga dimenticato.

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